Georgia Azzali
«Lui si era attaccato alla mia felpa e poi è caduto. Non mi sono fermato, perché altri suoi amici ci inseguivano e minacciavano. Ma è stato un incidente»: sono le prime parole di Luca Vescovi davanti al giudice delle indagini preliminari. L'uomo della tragica notte di via Gobetti, nella zona di San Leonardo: era andato lì, insieme a un altro ragazzo, per comprare droga, per lui e per gli amici che lo aspettavano in un appartamento dell'Oltretorrente. Ma poi era tornato in quella casa lasciando sull'asfalto in una pozza di sangue Thankgod Omonkhegbele, un giovane spacciatore nigeriano di 21 anni. E 48 ore dopo si era ritrovato le manette ai polsi e un'accusa pesantissima: omicidio volontario aggravato e rapina.
«Cocaina non marijuana»
Non aveva aperto bocca durante l'udienza di convalida del fermo. Una scelta difensiva, come aveva spiegato l'avvocato Michele Dalla Valle: troppo poco il tempo per poter approfondire gli atti dell'inchiesta e rispondere. Ma nei giorni scorsi, dopo l'ordinanza firmata dal gip di Parma, Maria Cristina Sarli, che aveva confermato la custodia cautelare in carcere disposta il 5 novembre dalla collega reggiana Angela Baraldi (visto che il fermo era scattato a Poviglio), Vescovi ha deciso di rilasciare spontanee dichiarazioni. Ha parlato davanti allo stesso magistrato reggiano, che l'ha sentito per rogatoria, come prevede la legge, dopo il nuovo provvedimento siglato dal gip parmigiano. Un paio di dichiarazioni messe a verbale per raccontare la sua prima verità sugli istanti drammatici di quella notte. E tentare di dissolvere l'ombra più greve: la volontà di uccidere. Vescovi parte dal tipo di droga che avrebbe contrattato con il ragazzo nigeriano: non marijuana, ma «roba» ben più pesante. «Ho comprato cocaina e l'ho pagata - dice davanti al gip di Reggio Emilia -. Ma quando siamo ripartiti in macchina, lui si è attaccato alla felpa. Non riuscivo a guidare, ma me ne sono andato perché c'erano altre persone dietro che ci inseguivano».
«Lui attaccato alla mia felpa»
Sono quei tre-quattro pusher alle costole che gli avrebbero fatto paura. Che l'avrebbero «costretto» a ingranare la marcia, nonostante Omonkhegbele fosse aggrappato a lui. E l'inseguimento da parte di alcuni pusher potrebbe anche essere vero, se si pensa che il fanalino posteriore sinistro della Fiat Punto guidata da Vescovi è stato effettivamente rotto: i frammenti ritrovati sul posto hanno infatti consentito ai poliziotti di imboccare subito la pista dell'auto giusta. Ma perché il giovane nigeriano si è aggrappato alla sua felpa? Cosa l'avrebbe spinto a fare tutto ciò, se - come dichiara Vescovi - lui ha pagato per la cocaina? Forse quanto sborsato dal 36enne parmigiano non era la cifra pattuita?
Quel materiale sotto alle unghie
Interrogativi - e dubbi - che rimangono sospesi. Certo è che Omonkhegbele vendeva anche la «bamba»: addosso gli sono stati trovati quattro ovuli di cocaina. Ma, al di là del tipo di sostanza contrattata e acquistata quella notte, ciò che conta è ricostruire quella notte. E in questo senso risposte significative potrebbero venire dagli esami tecnico-scientifici che sono partiti l'altro ieri: il pm Umberto Ausiello ha affidato l'incarico a Pasquale Linarelllo, biologo forense ed ex ufficiale del Ris. Verranno esaminate la bicicletta dello spacciatore morto e la Fiat Punto guidata da Vescovi. Ma nel frattempo sono già stati effettuati alcuni tamponi per isolare eventuali tracce biologiche. E soprattutto si attendono risposte dal materiale ritrovato sotto le unghie di Omonkhegbele. Un risultato che potrebbe rivelarsi fondamentale per scrivere la storia di quell'incontro in via Gobetti.
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