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Quando Parma s'innamorò di Maria Luigia

Quando Parma s'innamorò di Maria Luigia

29 Marzo 2019, 07:52

PIER PAOLO MENDOGNI

La mattinata era tersa, soleggiata quel sabato d’aprile di due secoli or sono quando tra il suono festoso delle campane di tutte le chiese e il fragoroso benvenuto dei cannoni dal castello (la Cittadella) da porta San Michele è entrata in città Maria Luigia, principessa imperiale e arciduchessa d’Austria, duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla. Giuseppe Adorni, a quel tempo compilatore unico della «Gazzetta di Parma» - che usciva due volte la settimana il martedì e il sabato - così ha descritto quel solenne avvenimento che ha cambiato la vita del ducato: «Il giorno 20 di questo mese è stato per noi il più bello, il più candido, il più felice che mai si possa desiderare. Noi abbiamo finalmente veduta, sì l’abbiamo veduta co’ propri nostri occhi quella Donna regal degnissima d’impero quella Imperiale Principessa, la magnanima, l’augusta Maria, che dal Cielo ci è stata conceduta a Sovrana e moderatrice nostra, e più che a Sovrana ancora, a madre pietosissima e affettuosissima di tutti noi». Parole commosse e che appaiono oggi un po’ retoriche ma anche profetiche perché la nuova duchessa ha impresso un forte segno nella storia del piccolo ducato, sorto tre secoli prima per volere del Papa Paolo III Farnese e internazionalizzatosi a metà del Settecento con l’avvento dei Borbone. Prima di tredici figli avuti dall’imperatore d’Austria Francesco I con la seconda moglie Maria Teresa, Maria Luigia Leopoldina Francesca Teresa Giuseppa Lucia d’Asburgo Lorena era stata allevata in modo austero e bigotto. A 18 anni per ragioni di Stato aveva dovuto sposare Napoleone, imperatore dei francesi di 22 anni più anziano. Un matrimonio breve. Il tempo di fare un figlio, Francesco Giuseppe, e subito era stata abbandonata dal marito che era andato a combattere contro il padre di lei: sconfitto, lui era finito all’isola d’Elba e lei, insieme al figlioletto, era tornata a Vienna dal padre. Nella restaurazione degli equilibri politici le veniva assegnato il ducato parmense, senza diritto di successione. Verso la fine del 1815 iniziavano i preparativi per trasferirsi nel nuovo stato e la «Gazzetta di Parma» riportava che il tenente maresciallo colonnello conte di Neipperg, già ambasciatore a Stoccolma, tornato a Vienna aveva ripreso il suo posto di Maggiordomo Maggiore presso l’Arciduchessa Maria Luigia e l’avrebbe accompagnata nel suo viaggio a Parma. «Il suo prefetto di Palazzo sig. Bausset si dice che seguirà pure l’Arciduchessa a Parma, come due dame italiane, nominate dall’Imperatore dame di palazzo della Principessa». Agli inizi di marzo sempre la «Gazzetta» alimentava il gossip con alcune indiscrezioni sull’arrivo: l’Augusta Sovrana sarebbe giunta il 24 marzo e già si facevano i nomi di coloro che avrebbero ricevuto incarichi a corte. La nobiltà era in fermento. Ecco le prime nomine: la contessa Elisabetta Scarampi dama d’onore, il conte Adamo Alberto Neipperg cavaliere d’onore, il conte Stefano Sanvitale gran ciambellano, il marchese Casimiro Meli Lupi gran scudiere, il conte Ferrante Anguissola gran maestro delle cerimonie; dame di palazzo la duchessa Fogliani, le marchese Soragna, Dalla Rosa Prati, Pallavicini, Lalatta, Bergonzi, Strozzi, Paveri, Landi, le contesse Simonetta, Magawly, Catanea, Giovio; governatore di Palazzo il conte Dal Verme. Il 7 marzo Maria Luigia lascia la reggia di Schonbrunn accompagnata dalla contessa Scarampi, dal conte Neipperg, dal conte Scarampi e dal dottor Franck. Il viaggio sarà molto più lungo del previsto. La piccola corte della Contessa di Colorno (sotto questo nome viaggerà sempre Maria Luigia) si ferma tre giorni a Venezia e il 20 arriva a Verona, dove poche ore prima sono giunti l’imperatore Francesco I e la sua terza moglie, Maria Ludovica, di una ventina d’anni più giovane e alla quale Maria Luigia è molto legata per motivi d’età e perché Ludovica le aveva insegnato a suonare il pianoforte. Senonché l’imperatrice viene colta da un malore improvviso e così si decide si rinviare la presa di possesso del ducato. Maria Ludovica muore il 7 aprile e Maria Luigia torna a Vienna col padre per i funerali mentre vengono inviati a Parma i tre gran cariaggi carichi di cose preziose, quindici carrozze con 54 cavalli da tiro e 15 da sella. Alcuni giorni dopo la duchessa riparte da Vienna e venerdì 19 aprile esce dall’impero paterno ed entra come sovrana nel suo minuscolo stato con quella semplicità che la caratterizzerà nei trentun anni di regno. A Casalmaggiore scende dalla carrozza e, dando il braccio a Neipperg, attraversa a piedi il lungo ponte sul Po costruito per l’occasione dall’ingegnere Antonio Cocconcelli con solide tavole inchiodate sui grossi barconi, salutata dai pescatori che sulle barche indossano fasce e berretti rossi. La sua piccola corte, agghindata coi lustri e preziosi abiti da cerimonia, la sta attendendo sull’altra sponda fra due enormi piramidi che recano scritte di benvenuto in latino per accompagnarla nel palazzo ducale di Colorno, illuminato a festa, dove trascorre la prima notte da sovrana. Il mattino seguente i parmigiani escono presto di casa per disporsi sul percorso del corteo che viene preceduto dai dragoni a cavallo, impettiti nelle scintillanti divise, e percorre via San Michele (Repubblica), piazza Grande (Garibaldi), via Santa Lucia (Cavour) fino alla piazza del Duomo, dove è schierata la truppa pressata dalla gente che vuol vedere, applaudire la duchessa che saluta sorridente dalla carrozza. Davanti alla Cattedrale è ricevuta dal vescovo monsignor Francesco Giovanni Scutellari, che sostituisce l’indisposto cardinal Caselli. Maria Luigia, bionda, di carnagione bianca, appare ancora più pallida mentre gli occhi azzurri si gonfiano di commozione. Preceduta dal gran maestro delle cerimonie, avanza nella imponente navata sotto un baldacchino portato dai canonici; quattro paggi sostengono il manto imperiale, lo stesso che aveva indossato sei anni prima, quando era entrata nel salone delle Tuileries, trasformato in cappella sfavillante di luci e ori, per diventare moglie di Napoleone e imperatrice. Allora a reggerle lo strascico erano quattro regine ma la musica era la stessa, il maestoso, solenne Te Deum che la frastornava di nuovo. Non restava che aggrapparsi ancora al Cielo, qui altissimo e luminoso, che ruotava sopra la sua testa coronata in un turbinio di nubi e angeli sgambettanti, mentre la Vergine sale nel generale tripudio. Quante cose erano accadute in quei sei anni. Adesso Napoleone era lontano, a Sant’Elena, e di tanto in tanto riceveva sue notizie, ma sapeva che non l’avrebbe più rivisto. Lei era a Parma, sovrana di un piccolo ducato. Al suo fianco il padre aveva messo il conte Adam Albert von Neipperg, quarantunenne, un generale coraggioso (aveva perso un occhio per una sciabolata), un sottile diplomatico, bello, alto, biondo, dai modi raffinati, buon musicista e abile dicitore. Poteva essere la persona ideale con cui trascorrere il resto della vita, che ormai desiderava quieta e serena, come scriverà all’amica duchessa Louise Antoinette di Montebello, sua dama di compagnia in Francia: «Ho poco, ma ho gusti semplici e ciò che ho è sufficiente perché viva decentemente. Il paese nel quale vivo è un vero giardino; ho nelle mani il modo di rendere quattrocentomila anime felici; di proteggere le scienze e le arti; non sono ambiziosa e ho la speranza di passare qui un grande numero di anni che si rassomiglieranno tutti, ma che saranno tutti dolci e tranquilli». Sovrana illuminata e sensibile, di anni qui ne ha trascorsi trentuno (è morta il 17 dicembre 1847, cinque giorni dopo aver compiuto 55 anni) adoperandosi molto nel campo del sociale, delle opere pubbliche e della cultura e i parmigiani la ricordano ancora con affettuosa simpatia.

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