Laura Frugoni
Certi cassetti non li apre mai davanti agli sconosciuti, Sebastiano Onofri. Figurarsi con i giornalisti, che gli gironzolano intorno da quando era un bambino pacioccone con gli occhi dei cherubini - ma sempre seri - e le magliette dai disegni buffi. Aveva 8 anni quando rapirono il suo fratellino Tommy, mai più tornato nella cascina di Casalbaroncolo. E poi tutto quello che è venuto dopo: fardelli immensi per un bambino.
Sapevamo bene dell'allergia di «Seba» per i curiosi della penna. L'abbiamo visto crescere, da lontano. Con tenerezza e rispetto. Quando abbiamo provato a contattarlo («ciao Sebastiano: la tua squadra di baseball ha vinto lo scudetto under 21. Ti va di raccontare un po' la vostra gioia?»), l'aspettativa di strappargli un sì era pari a zero.
E invece: al telefonino risponde una voce fresca, amichevole. Accetta la chiacchierata, ma fissa subito un paletto che spiega più di tante parole: «Se parliamo soltanto di baseball mi fa piacere». Entrando nella grande casa di Casalbaroncolo torna in mente una frase di Paola («l'ho odiata, volevo andarmene: è stato mio figlio a trattenermi. Qui adesso mi sento veramente libera») lo troviamo seduto attorno al tavolo di cucina con mamma e la giovanissima fidanzata Benedetta, sottile e silenziosa. Sebastiano non è più quel bambino con gli occhi tristi («vado per i 19: li compio il 29 dicembre): il fisico asciugato, lo sport ha regalato i muscoli.
Parliamo di sport, allora: perché il baseball e non il calcio come tutti i pulcini? «Sono 11 anni che gioco a baseball, ne avevo 8 quando ho iniziato. E' un po' un marchio di famiglia: mio zio era dirigente, mio cugino giocava... Mi è piaciuto subito. Mi hanno dato una mazza in mano: “colpisci la palla”, non mi sono più fermato».
La Giovane Oltretorrente quest'anno ha chiuso con il botto: campioni d'Italia under 21. Da quando sei con loro? «Ho iniziato e sono cresciuto con loro. Il baseball è uno sport che ti insegna il rispetto, a dare tutto te stesso per la squadra. Lo scudetto era il nostro obiettivo: abbiamo fatto di tutto per portarlo a casa. Non so quante bottiglie di spumante ho stappato». Mentre Paola fa il caffè, si parla anche un po' d'amore: con Benedetta si sono conosciuti a un torneo, è una giovane promessa nel softball. Chi è più bravo? «Lei» punta l'indice Sebastiano e la cucina Onofri risuona di un'altra risata. Contenta Paola? «Molto, se lo meritano. In questi anni ho corso come una matta, lo scarrozzavo avanti e indietro con la macchina: tre allenamenti, tre partite alla settimana... per le finali si allenavano tutti i giorni. A giugno finalmente ha preso la patente, adesso sono io quella a piedi... Mi accompagna al lavoro e poi va in facoltà». Sebastiano è una matricola di ingegneria e anche su questo Paola è chiara: «Lo sport va benissimo, ma è importante che si crei un futuro. Mi accusa di essere una “rompi”, di stargli troppo addosso. Ogni giorno è una litigata...». Poi si commuove un po' quando Seba accetta di sbilanciarsi sulla «rompi» e i complimenti escono d'un fiato: «Devo dire che è una brava mamma..». Tanto brava da non avere fatto una piega nemmeno stamattina che è arrivato a casa con un tatuaggio mega sul braccio. Un verso di una canzone degli Script: «E' così che un supereroe impara a volare». Perché quella frase? «Preferisco tenerlo per me». A volte lo scudo si richiude. Come quando gli chiedi a chi vorrebbe dedicare questo scudetto. «Non saprei... ci sono troppe persone...».
Ciao Seba, ciao Benedetta. Paola ci accompagna fuori nella pace del cortile. «Mi sono dedicata a lui 24 ore al giorno, cercando di farlo crescere sereno e forte. Non ti ha detto che quando ha iniziato a giocare a baseball erano i giorni del rapimento. “Gli faccia fare un po' di sport” mi disse il pediatra. Non è stato facile, anche ora ho i miei momenti. Anche lui ha i suoi: di Tommy non parla mai... neanche con me».
Seba è in cucina a preparare i biscotti. La testa riccia sbuca dalla porta: «Ehi. Hai visto la mia moto nuova sotto il portico?».
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