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Trent'anni senza Bruno Mora

Trent'anni senza Bruno Mora

29 Marzo 2019, 06:56

Sandro Piovani

Non c'è la storia del calciatore Bruno Mora, non ci sono i numeri, le presenze, i gol, i trofei: in questa pagina c'è il racconto di un figlio, Nicola, che ha conosciuto il padre solo da adolescente e che trenta anni dopo la sua morte ricorda quei giorni, quei tempi. Bruno Mora è stato indiscutibilmente il più grande giocatore di calcio che ha avuto Parma. Un figlio della nostra città, orfano troppo presto e, forse, campione troppo presto. Le emozioni di un figlio valgono più di mille reti o presenze. E Nicola Mora non si è nascosto, si è raccontato insieme al padre.

«Guarda che papà non arriva a Natale»: le parole, dette piangendo, sono di mia mamma Ileana. Era il 2 dicembre del 1986. Mio padre, Bruno Mora, sarebbe morto il 10. Era ricoverato al Maggiore. Sempre più magro, sempre più in difficoltà. Nonostante tutto firmava per uscire un paio d’ore. Una briscola al “Monica”, il bar lì vicino. Lo andavo a trovare ogni giorno, ma mai avrei pensato potesse lasciarmi. Così, senza un perché vero. Avevo 15 anni. Noi, appassionati di calcio. Di Parma. Vorrei che mia figlia Maria Vittoria avesse in eredità soprattutto quanto mi ha lasciato mio padre. Che non è il calcio. Ma è un’idea. Anche perché lui ha smesso di giocare prima che io nascessi. Se ne parlo da calciatore posso solo riportare quanto mi hanno detto. Rivera per esempio ha messo mio padre nella sua top 11. Ma ricordo ancora di più quando nella nostra casa di Sala Baganza arrivavano le vecchie glorie. Albertosi, Radice, Trapattoni, Rivera... Radice mi diceva sempre che c’erano pochi calciatori che sapevano calciare come mio padre. E lui, mio padre, mi raccontava ad esempio quando aveva incontrato Pele. A San Siro il Milan battè il Santos 4-2: era il 1962. E vent’anni dopo mi raccontava fiero di aver incontrato il giocatore perfetto, di aver battuto il giocatore più forte di tutti i tempi. Era un ricordo bello di dicembre. Ma quel mese per noi era strano. Maledetto. Mio padre è morto in dicembre. Mio padre ha avuto la carriera stroncata a dicembre, quando a Bologna, in uno scontro col portiere Spallazzi, ebbe la frattura scomposta di tibia e perone. Era il 12 dicembre del 1965. Mio padre non era solo un giocatore del Milan, ma anche della Nazionale. Il dolore fu fortissimo e non solo in quella domenica. La Federazione voleva recuperarlo per i Mondiali (Inghilterra 1966) ed aveva sperimentato una nuova forma di ingessatura. Ma due mesi dopo, appena fu tolta, lui appoggiò la gamba a terra e la frattura si riaprì. Un anno di stop e carriera finita. Era nel pieno della sua maturità calcistica: ha perso così almeno quattro o cinque anni ad alto livello. Mi colpì molto il suo commento: “Da allora non sono più stato io, perché avevo paura”. In ogni caso era sereno. Lui veniva dalla via Bixio del dopo-guerra. Orfano di guerra. Da giovane faceva il meccanico alla Tep. La sua storia calcistica nacque grazie ad Ugo Pianforini, alla Giovane Italia. E da lì partì per Genova, con la sua valigia di cartone, destinazione Sampdoria. Aveva 15 anni, viveva da una famiglia che lo ospitava. A 18 anni vinse il torneo di Viareggio e fu eletto miglior giocatore del torneo. A 19 anni esordì in serie A in Genoa-Sampdoria, nel derby. Si mormora che per farlo dovette mettere fuori causa, in allenamento, due titolari fissi. E da allora fu lui titolare fisso. A Genova c’è ancora il Doria Club Bruno Mora. Sessant’anni dopo. Fu chiamato in Nazionale. Un mercoledì, del novembre del 1960, i dirigenti della Samp gli fecero fare le valige e lo portarono a Toino: alla domenica doveva giocare Juventus-Milan, con la maglia bianconera. E vinse lo scudetto: in attacco, con lui, c’erano Charles, Boniperti, Sivori e Stacchini. L’anno dopo, sempre con la Juve, è partito per i Mondiali. Dal Cile tornò a casa con la maglia del Milan. Perché Nereo Rocco e Gippo Viani fecero lo scambio: Salvadore andò alla Juve e mio padre al Milan. E col Milan, nel 1963, vinse la Coppa dei Campioni. Poi vinse anche la prima Coppa delle Coppe e la prima Coppa Italia del club rossonero. Poi il crac. Con una piccola gioia comunque: giocare a Parma in serie D, era felice perché non aveva mai vestito la maglia crociata. Si dice che per il suo esordio, al Tardini, ci fossero 15mila persone. Vinsero il campionato e lui lasciò definitivamente il calcio giocato. E si mise ad allenare le giovanili. Lui amava insegnare calcio ai giovani, me lo ripeteva spesso. Sin qui la storia. I miei ricordi personali partono da Ancelotti, Pioli e Berti. Ancelotti nel suo libro scrive che se sa appena calciare come si deve, il merito è di Bruno Mora. E mi ricordo la sera che mio padre e Sogliano incontrarono Trapattoni e Boniperti: fu così che Pioli passò alla Juve. Non solo calcio però. Lui era comunque uno d’altri tempi. Prima il dovere, poi il piacere. Voleva che andassi bene a scuola ma soprattutto che fossi un ragazzo educato. Non mi ha viziato. Mi diceva “tu devi imparare ad uscire senza mille lire in tasca”. Un gioco al mese, quando arrivava lo stipendio. Anche perché, mi diceva, “io i giocattoli da bambino me li costruivo”. Mi ricordo che gli aveva chiesto il meccano e al suo posto mi fece trovare a casa il motore di una Cinquecento. Con la cassetta degli attrezzi di fianco. Così, secondo lui, avrei imparato qualcosa di utile. Mi ricordo che insieme costruimmo un carretto. Adesso vorrei dirgli solo grazie. Per tutto quello che mi ha insegnato. Che mi ha lasciato come insegnamento. Mi manca qualche suo “grazie”, era sempre critico ma questo mi è servito. Mi serve oggi, trent’anni dopo, a cercare di essere un buon padre. Come lui lo è stato per me. Anche se per poco».

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