Mara Varoli
Un principe alla corte del Maggiore, anzi dell'Ospedale «Pietro Barilla». Un vero principe, pronipote di un re, non più con corona e mantello di velluto, ma con il camice bianco. Che oltre alle nobili origini vanta pure un passato più popolare, di quando da ragazzo indossava la maglia numero 9 nel Paris Saint Germain. Una favola dei nostri giorni, quella di Bertrand Tchana, che narra di un sovrano al servizio dei bambini, in un regno senza troppi lustrini, ma con una scrivania al secondo piano del padiglione Cattani. Il principe Bertrand Tchana, specializzato in cardiologia pediatrica, allievo del prof Umberto Squarcia, è orgoglioso di indossare la divisa del bravo medico nella nostra città, anche se non è escluso che un giorno possa riportare la sua arte nell'amata Africa. Nato a Nancy in Francia 48 anni fa, le sue radici arrivano da più lontano. Papà Mésack e mamma Jeannette si erano trasferiti in Francia dal Camerun e precisamente dalla capitale Yaoundé: «Mio padre dopo la laurea in Agronomia ne voleva conseguire una seconda in Scienze ambientali e così ha scelto la Francia - racconta Tchana -. Dopodiché è tornato in Africa con mia madre per occuparsi della gestione dell'ambiente e delle foreste; è stato anche parlamentare, presidente del Consiglio municipale del suo comune di nascita, ed è mancato undici anni fa». Dopo le elementari in Camerun, Bertrand è ritornato senza la famiglia, nel periodo della sua passione calcistica, a studiare a Parigi, in collegio dai francescani, al Collège Stanilas, prestigioso liceo cattolico parigino fondato nel 1804, promosso nel 1821 al rango dei collège royaux de l’Université de France dove sono passati fra gli altri i principi Alberto I° e Luigi II di Monte Carlo, il generale Charles De Gaulle, il principe Félix De Merode (Belgio), il Re Alfonso XII (Spagna), il comandante Jacques-Yves Cousteau, il cardiochirurgo Christian Cabrol (primo trapianto cardiaco in Europa), Claude Cheysson (Commissario Europeo), che il padre aveva scelto principalmente per la forte tradizione cattolica.
Come è nata la passione per il calcio?
«Ho sempre praticato molta attività sportiva: ho iniziato con judo in età prescolare e mi sono inserito nella squadra di calcio della scuola; dopo qualche partita di campionato studentesco, l’allenatore mi ha proposto di fare un provino, e sono finito come attaccante nelle giovanili del Paris Saint Germain dal 1983 al 1986, con qualche chiamate in prima squadra. Ovviamente il calcio non era la massima aspirazione di un padre, ex alunno della prestigiosa Ecole Nationale des Eaux et Foret, che aveva iscritto il figlio a Stan (così chiamiamo il nostro liceo), quindi giocavo di nascosto dal mio "vecchio", che riteneva che il calcio distogliesse dalla cura dello studio, e per questo, oltre ad insistere per farmi proseguire con il judo, si è adoperato per avviarmi al tennis e al polo. In realtà, non ho mai considerato il calcio per una possibile professione, quindi per la difficoltà di conciliare agonismo e studi ho smesso. Sono sempre stato un amante del bel gioco e perciò oggi tifo il Parma. Dopo il liceo avrei voluto iscrivermi ad Ingegneria, ma mio padre ha deciso che dovevo fare il medico. La scelta della pediatria è legata alla particolare affezione per i bambini, la cardiologia pediatrica perché in fondo la cardiologia è la specializzazione che si avvicina di più ad ingegneria, e devo dire che oggi sono molto contento».
Perché ha scelto Parma?
«Cercavo una città a dimensione umana dove conciliare buoni studi ed una vita tranquilla, e Parma mi è piaciuta. Così mi sono iscritto qui a Medicina e ho fatto la specializzazione - continua -. Poi, cinque anni da contrattista con l’Azienda Ospedaliera e l’Azienda Usl a Vaio, una lunga e proficua (soprattutto sul piano umano) collaborazione con l’Istituto Pio XII di Misurina e finalmente sette anni fa l'assunzione in azienda ospedaliera».
Come è cambiata la cardiologia pediatrica nel tempo?
«E' cambiata molto da quando ho cominciato come studente a lavorare con Squarcia. Anche se c’erano delle avvisaglie di cambiamento, l’attività era basata quasi esclusivamente sulle cardiopatie congenite. I progressi enormi realizzati nella diagnosi prenatale ha inciso significativamente sull’epidemiologia delle malformazioni cardiovascolari congenite specie sull’incidenza di quelle più complesse. Alcune cardiopatie congenite non si vedono più se non in gruppi che per scelta culturale o religiosa rifiutano l’interruzione volontaria di gravidanza. Oggi, anche se le malformazioni congenite rappresentano sempre il cardine della nostra attività, le forme acquisite, specie quelle legate a malattie sistemiche occupano sempre più spazio, vedi lo screening ed il follow-up cardiovascolari dei bambini con neoplasie, con malattie infiammatorie del connettivo (artrite giovanile idiopatica, malattie autoimmuni, ecc…), alcune patologie acute di ritorno come la malattia reumatica o sindromi febbrili con particolare coinvolgimento cardiaco, come la malattia di Kawasaki. Un altro punto fondamentale della nostra attività è la diagnosi ed il trattamento dell’ipertensione arteriosa sistemica essenziale che si è visto può presentarsi anche in età evolutiva e la valutazione cardiologica dei bambini prima dell’avviamento all’attività sportiva o dopo il riscontro di qualche anomalia durante la visita medico sportiva. E’ un’attività in piena evoluzione rimanendo in un contesto di presa in carico globale, la cura del bambino richiede sempre, ed è questa la peculiarità del pediatra, una visione completa del piccolo paziente».
E' contento di lavorare all'Ospedale «Barilla»?
«Sono felice, non capita a tutti di vivere la costruzione di un ospedale. Parma può vantare, storicamente, una delle prime pediatrie polispecialistiche d’Italia, caratteristica che con l'Ospedale Pietro Barilla, sarebbe necessario mantenere ed opportuno rinforzare. La Cardiologia pediatrica di Parma, creata dal prof Squarcia, infatti, è stata una delle prime in Italia, una delle prime ad eseguire, sempre con Squarcia, il prof Aldo Agnetti (attuale direttore) ed il prof Nicola Carano cateterismo cardiaco in neonati e lattanti. Così come la Pneumologia pediatrica e l’Endocrinologia e la Diabetologia pediatrica sono stati precursori e leader nel proprio campo. Per cui, il Maggiore è stata un'ottima scuola con la possibilità di venire a contatto con specialità diverse. Inoltre, con Squarcia ho avuto l’opportunità di venire a contatto con le migliori istituzioni internazionali nell’ambito della Cardiologia pediatrica, come la Mayo Clinic a Rochester, il Boston Children’s Hospital dove ho fatto di recente il fellow in risonanza magnetica nelle cardiopatie congenite, l’Hopital Necker a Parigi. Qui vi era l’ambiente giusto per una buona crescita scientifica in un contesto a misura d'uomo».
Cosa fa nel tempo libero?
«Sono stato per sette anni consigliere pastorale diocesano con il vescovo Silvio Cesare Bonicelli, con cui ho avuto un rapporto speciale: ricordo ancora con emozione le lunghe chiacchierate estive a Misurina (anche con il mio padre spirituale Sergio Sacchi). Sono rotariano e con il club, il Brescello Tre Ducati di cui sono stato presidente, abbiamo fatto e facciamo diversi service sia sul nostro territorio, sia nell’area Emilia 2 in collaborazione con gli altri club dell’area, sia all’internazionale da soli (Madagascar) o insieme agli altri club (Zambia). Sono membro dell’associazione Medici camerunensi in Italia (Amci), associazione scientifica e culturale il cui obiettivo è fra gli altri di censire risorse umane e materiali per lo sviluppo della sanità in Camerun e sulla stessa linea sono segretario generale dell’Antenna italiana (la cui sede è a Parma) dell’Ordine nazionale dei medici del Camerun. Sono membro di alcune società scientifiche italiane ed europee, in particolare dal 2012 sono il delegato regionale per l’Emilia Romagna della Società italiana di Cardiologia pediatrica. A questo proposito, dopo il Congresso nazionale del 1984 organizzato da Squarcia, a novembre di quest’anno abbiamo di nuovo l’onore di accogliere a Parma la rassegna nazionale della Cardiologia pediatrica italiana (con la partecipazione di illustri ospiti stranieri). E a tempo perso mi alleno al giardinaggio (con scarsi risultati finora) con i miei "vecchi italiani" Eddy e Luisella».
Una famiglia con origini nobili. Con quale storia?
«Le mie nonne, che entrambe si chiamavano Rebecca, avevano origini nobili. La mia etnia, Bamileke, che si trova nella parte ovest del Camerun, in zona di montagne, è organizzata in principati e ha storiche caratteristiche socio - culturali fortemente radicate. Alcuni storici ne fanno risalire l’origine nell’area dell’attuale territorio palestino-israeliano con l’arrivo nell’attuale insediamento per migrazioni successive. La vita in ogni villaggio è organizzato attorno alla figura del capo, che ha praticamente il titolo, il ruolo e la funzione di re: i padri delle mie nonne erano entrambi re. Le famiglie erano poligame, come segno di potere ma anche per favorire le alleanze (mio nonno materno ad esempio aveva nove mogli), caratteristiche che tutt’oggi mantiene il re con inevitabili ricadute in termini di successione al trono. Mio papà era principe per via di sua madre, quindi senza diritto di successione, così come lo sono io. All'epoca dei miei nonni i matrimoni erano così combinati per soddisfare gli interessi del regno. Mio padre invece, grazie a mia nonna, ha potuto scegliere mia madre. Tuttavia, è rimasto il vincolo che per gli sposi non ci devono essere legami di parentela fino al settimo grado».
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