Fateci caso: per criticare un film, magari una commedia dalla struttura un po' esile, si dice che è «un prodotto televisivo». Mentre per parlar bene di una serie tv se ne loda «l'impianto cinematografico». Questo per dire che, sì, le dimensioni (dello schermo) contano eccome. E nonostante il caro-biglietti, una stagione troppo corta che dura se va bene da ottobre a Pasqua, la pirateria digitale e la concorrenza delle nuove piattaforme, il cinema (al cinema) è sempre un'altra cosa. Ma siccome fino a pochi anni era tutto uno stracciarsi le vesti per la deriva che stava prendendo la filmografia italiana, soprattutto nel suo genere prediletto («non sappiamo più fare le commedie, dovremmo prendere esempio dai francesi»), ecco che la tendenza s'inverte e i produttori riscoprono il coraggio di rischiare, tanto la qualità paga sempre. Prendiamo i David, che non saranno oro colato ma qualcosa contano: tra l'anno scorso e l'altro ieri hanno trionfato due commedie fatte a regola d'arte («Perfetti sconosciuti» e «La pazza gioia») ma anche titoli innovativi e a basso costo quali «Lo chiamavano Jeeg Robot», «Veloce come il vento» e «Indivisibili». Mentre un documentario dal grande respiro etico come «Fuocoammare» ha fatto incetta di premi all'estero, dall'Orso d'Oro agli Efa.
Insomma, era solo una questione di tempo: quello necessario a registi e sceneggiatori per tornare a sintonizzarsi con la realtà e ricominciare a raccontare il Paese reale, come i loro celeberrimi e ahimè inimitabili predecessori che negli anni d'oro hanno fatto la fortuna e la storia del nostro cinema. Certo, parlare di rinascimento può essere prematuro ma i segnali positivi cominciano a essere tanti. Non dimentichiamoci che solo tre anni fa Paolo Sorrentino ha vinto l'Oscar con «La grande bellezza» mentre Checco Zalone quasi da solo ha portato in attivo il bilancio della scorsa stagione con il record assoluto d'incassi stabilito da «Quo vado?». E se il regista napoletano e il comico pugliese restano agli antipodi in quanto a visione di cinema (in comune hanno solo le schiere di detrattori, assai folte e diversamente snob), sono pur sempre le due facce della stessa medaglia: il successo. Che è poi ciò di cui il nostro cinema ha bisogno, oltre che delle recensioni positive, per creare indotto e irrigare economicamente l'intera filiera. I nuvoloni infatti non mancano ed è presto per sapere se la tanto attesa «legge per il cinema» sarà sufficiente per mettere al riparo dai temporali questa primavera. Così come qualcuno dovrà pur rendersi conto che la tanto strombazzata promozione «Cinema2days» - cioè il biglietto a 2 euro ogni secondo mercoledì del mese - oltre a non favorire le monosale d'essai, alla lunga può nuocere anche ai multisala. Sulla carta l'iniziativa è sacrosanta (basti pensare a quanto sborsa una famiglia per portare i bambini a vedere un film d'animazione, con popcorn allegati, a prezzo intero), ma vale la pena avere le sale strapiene un giorno al mese se poi si scopre che sono semivuote negli altri giorni feriali? Ben vengano le promozioni, insomma, ma serviranno altri correttivi per portare più gente al cinema. Così come ai distributori converrà capire quanto è folle concentrare le uscite tra dicembre e gennaio mandando al massacro titoli che in altri periodi dell'anno potrebbero incassare di più. A meno che non siano cinepanettoni: nel quale caso, forse, è meglio smettere proprio di farli. Magari a vantaggio di film come «Indivisibili», che vincono sei David e che non meritano, a parte la solita nicchia di cinefili, di essere anche «invisibili» ai più. fmonaco@gazzettadiparma.net