Il mio primo approccio alla questione catalana fu la gentile risposta del ragazzo spagnolo – mi scuso, catalano –che mi faceva da guida alla mia domanda sulla strana bandiera, un misto tra quella classica spagnola e quella cubana, presente dappertutto sui muri sbrecciati della fabbrica della Sagrada Família che allora era davvero un cantiere. Era il 1979, non avevo ancora 18 anni ed era il mio primo viaggio in Spagna. Non che la spiegazione del valore nazionalistico della «Estrelada» – la bandiera nazionalista catalana, quel giorno in variante «vermella», cioè con la stella rossa e con il triangolo giallo ocra, visto che era la bandiera del Psc, il «Partit dels Socialistes de Catalunya», mentre quella più «ufficiale» ha la stella bianca e il triangolo azzurro – fosse in qualche modo esauriente. Un po’ per le difficoltà linguistiche del castigliano – allora il catalano non era diffuso come ora e comunque avrebbe reso la conversazione ancora più stentata –, un po’ perché ai miei occhi quella dimostrazione di orgoglio regionalistico appariva un’assurdità. Per un giovane italiano, infatti, esporre una bandiera regionalista in un Paese che era tornato alla democrazia da poco era una cosa bizzarra, un po’ come se, per dire, a Parma si fosse tornati a esporre la bandiera del Ducato. E non durante le rievocazioni storiche, ma con un chiaro intento politico. Già mi faceva ridere l’idea di un partito socialista, cioè internazionalista, che avesse una denominazione geografica come un salume tipico. Ma soprattutto mi sembrava strano che si volesse rimettere discussione il lento e sanguinoso cammino che aveva portato alla nascita degli stati nazionali europei. Un po’ come se, in Italia, si volesse rimettere in discussione il Risorgimento.
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