×
×
☰ MENU

La Catalogna e il ritorno delle piccole patrie

La Catalogna e il ritorno delle piccole patrie

di Paolo Ferrandi

22 Settembre 2017, 08:11

Il mio primo approccio alla questione catalana fu la gentile risposta del ragazzo spagnolo – mi scuso, catalano –che mi faceva da guida alla mia domanda sulla strana bandiera, un misto tra quella classica spagnola e quella cubana, presente dappertutto sui muri sbrecciati della fabbrica della Sagrada Família che allora era davvero un cantiere. Era il 1979, non avevo ancora 18 anni ed era il mio primo viaggio in Spagna. Non che la spiegazione del valore nazionalistico della «Estrelada» – la bandiera nazionalista catalana, quel giorno in variante «vermella», cioè con la stella rossa e con il triangolo giallo ocra, visto che era la bandiera del Psc, il «Partit dels Socialistes de Catalunya», mentre quella più «ufficiale» ha la stella bianca e il triangolo azzurro – fosse in qualche modo esauriente. Un po’ per le difficoltà linguistiche del castigliano – allora il catalano non era diffuso come ora e comunque avrebbe reso la conversazione ancora più stentata –, un po’ perché ai miei occhi quella dimostrazione di orgoglio regionalistico appariva un’assurdità. Per un giovane italiano, infatti, esporre una bandiera regionalista in un Paese che era tornato alla democrazia da poco era una cosa bizzarra, un po’ come se, per dire, a Parma si fosse tornati a esporre la bandiera del Ducato. E non durante le rievocazioni storiche, ma con un chiaro intento politico. Già mi faceva ridere l’idea di un partito socialista, cioè internazionalista, che avesse una denominazione geografica come un salume tipico. Ma soprattutto mi sembrava strano che si volesse rimettere discussione il lento e sanguinoso cammino che aveva portato alla nascita degli stati nazionali europei. Un po’ come se, in Italia, si volesse rimettere in discussione il Risorgimento.

Era il 1979, come ho detto, e la Lega Nord era ancora nella mente di Umberto Bossi, forse. E io non venivo da una regione con un forte sentimento indipendentista, tipo la Sicilia o la Sardegna. Anzi la mia regione mi sembrava – e in realtà continua a sembrarmi – una costruzione artificiale: Emilia-Romagna con il trattino che non unisce, ma divide. Mi sentivo prima di tutto italiano e europeo, poi, magari, parmigiano anche se la trovavo una cosa un po’ claustrofobica, come l’aria della stanza da letto la mattina prima di aprire le finestre. Ma sicuramente non emiliano-romagnolo. O, per quel che vale, padano, ma allora l’aggettivo serviva a distinguere un tipo di formaggio più a buon mercato rispetto al Parmigiano.
Ora, naturalmente, dopo anni di propaganda separatista da parte della Lega Nord, la cosa mi sembra molto meno assurda anche se l’indipendentismo della Lega non ha mai oltrepassato la fase folklorica. Trovare delle ragioni storiche per dividersi non è difficile. In Catalogna esistono – il patrimonio linguistico, il mito della perdita di autonomia dopo la caduta di Barcellona nel 1714, il nazionalismo catalano dell’otto-novecento, l’enorme pressione centripeta e repressiva del franchismo –, ma anche dove non esistono si fa presto a inventarle. La tradizione, che sembra una cosa rigida e immutabile, infatti, è malleabile come il pongo. Solo che a volte il divorzio è di «velluto», come nell’ex Cecoslovacchia. E a volte è una macelleria messicana, come nell’ex Jugoslavia. Vale davvero la pena di correre questi rischi e mettersi volontariamente su un piano inclinato come quello su cui ora è la Spagna?

pferrandi@gazzettadiparma.net

© Riproduzione riservata

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI