Luca Goldoni
Ecco, tenente. Ha cambiato in seconda e imbocca la salita per il ponte - giù - sul Lete.- Adesso è davanti alle cataste: sarà qui fra dieci minuti.- Che dislivello c’è? - Duecentocinquanta, tenente. E quattro miglia di tornanti. Il tenente ora mette in bocca una sigaretta stritolata e mezza vuota. Poi, cerca da accendere per le tasche. Trova a destra, nel taschino, sotto lo spallaccio: uno zolfanello. Lo frega prima piano, poi - gradatamente più energico - su un ciottolo. Salta la capocchia che frigge per terra. Il soldato, in fretta, cerca la macchinetta ricavata da un bossolo: gira col pollice grosso la rotellina; cinque, dieci volte. Vuota.- Perdio, tenente: ora facciamo il pieno colla benzina di quella trappola che vien su, quando vediamo i fari alla curva e le buchiamo il parabrise!- Già… ora… ora… Frugati se non hai cerini! È qui fra dieci minuti, sai? E se son nervoso, dove lo trovo il grilletto? Sacro Dio, c’è freddo! E quel motore tira tira e cambia su, in prima, in seconda, che sembran sospiri di uno che muore! e fai smettere quella cascatella che mi entra nella testa: non ci voleva che quella per farmi ricordare i cristalli e la toilette di mia madre! Mettici un legno sotto la getto! Il soldato si alza, prende un foglio di corteccia umida e mischiata: c’è pieno per terra. E si allontana; e la luna scherza con le foglie dietro, sulla giacca. Cammina seguendo con l’orecchio il piccolo scroscio. Mette il piede nell’acqua di un rigagnolo e impreca. Lo segue e poco dopo vede come dei frantumi di luna che zampillano e gorgogliano.- Ah! Ecco la fontanella che piscia; anche la fontanella gli dà ai nervi al tenentino pivello: e poi ci ha appiccicati sulla diagonale i gradi d’oro! Non canta più - ora - l’acqua nel salto e non fa più il solletico al sasso lucente e lisciato giù nel gorgo. Cade il getto sul legno sordo, afono. Il soldato si asciuga le mani sulle braghe e ritorna.- Mica vorrà, adesso, che vada giù a far smettere il motore. Torna a mettere il piede in fallo - nel ruscelletto. E ancora borbotta tra i denti. Avanza ancora e vede il tronco di betulla - disteso a fianco della strada bianca - colla sua corteccia bianca. Sembra una panchina. Chissà quanta gente si è seduta - col bastone ferrato fra le gambe e ha fissato in terra l’erbetta sporca e impolverata - al termine del prato - che non ha il coraggio di diventare polvere e strada. È stranamente bello e bianco il tronco: adesso c’è dietro il mitragliatore che vi appoggia la canna, e lo brucerà, e lo annerirà, lì vicino allo spegni-fiamma. Poi, tra tanto tempo passerà un vecchio, e ci picchierà sopra la pipa; e la brace e la cenere, lo bruciacchieranno ancora vicino all’altra macchia. Ma dove si è cacciato - ora - il tenente? Il soldato guarda stupito, intorno: chiama. Ma il motore - forzato in salita - occupa lui tutta la notte. Allora non sa cosa credere: si siede, tormenta coi denti i calli del pollice; e i suoi pensieri scarnano il dito calloso. Il soldato che conosce il tenentino pivello, si ostina a non volerlo conoscere vigliacco. Intanto non sa più cosa fare: il tenente è un ragazzino, ma è sempre un tenente e sa cosa bisogna fare. Mette una mano in tasca, tira fuori il fazzoletto verde militare e cade per terra qualcosa.- Ah! I cerini, Dio. Non glieli davo neanche a crepare! È due giorni che non fumo e lui ne aveva una. Se la mastichi… Ora si volta di scatto e vede il tenente che arriva incespicando, colle mani in tasca, la bustina di traverso e la sigaretta all’angolo della bocca, spenta.- Senti - dice - se ti dico che sono andato sino alla baracca delle due vecchie, per accendere, e ho bussato forte e loro non mi hanno aperto perché non si credevano che fossi io, e tremavano - oltre l’uscio - come cagne, e avevano perso la testa dal terrore, ci credi? E ci credi che io non ho buttato giù l’uscio e son venuto via? E ci credi che il Padre Eterno l’ha fatto apposta a seminare l’acqua dappertutto, e a cacciare il fuoco dentro alla terra, che, se un disgraziato deve sparare fra dieci minuti e non può fumarseli - questi minuti - e poi soffiarli via per aria, va a finire che si spara lui? Ah, hai messo il legno, eh? Ben… sì, meglio, così va meglio… Si siede: poi si alza: va al mitragliatore, e vuole spostarlo più a destra, poi più a sinistra. Controlla e mira. Il soldato guarda in silenzio. «Qui c’è davanti la siepe. Ecco, qui… no, no, si prende la curva troppo stretta e più in qua c’è la roccia e non si vede un chiodo». Il soldato oppone il suo silenzio, sempre. E il suo silenzio, il tenente se lo sente incollato alle spalle; e al petto sente frangersi il frastuono che si avvicina e intanto non ha ancora piazzato l’arma.- Io non so con che criterio le facciano le strade in montagna, tutte incastrate e frammentate a spigoli che, per pigliarle d’infilata, ci vuole il goniometro. Ehi, guarda qui: va bene ora, no? Ma parla, Cristo! Il soldato ora scuote la testa e la sua lentezza è esasperante nel parlare.- Tenente, prima era piazzato che sembrava ce l’avesse messo un cecchino, no? Ora - permettete - non si vede niente. Dia a me un attimo. - Cosa a me? Cosa niente? Guarda che mi tocca averci ancora l’istruttore d’accademia e tutto perché questo soldato del kaiser s’è messo in capo che io l’abbia perso - sì - il capo, perché non son riuscito a fumare. Neanche fossero stupefacenti. Hai capito, scemo, che non ho bisogno della mamma?- Signor sì!- Qui è l’unico posto.- Signor sì!- Ed ora coricati qui a sinistra; e passami i caricatori quando te lo dico.- Signor tenente, è della serie modificata, s’infila da destra!- Perdio, stai zitto! Adesso parlo io: buttati qui a destra! Si mettono a posto. Si ode nell’aria solo l’urlio del motore che si impasta col chiaro di luna, con le stelle, con tutta la notte. E le stelle e la luna guardano e non si spengono, e non capiscono che gli uomini, le maledicono. Perché guardare, certe volte, è tremendo; guardare degli uomini che si uccidono, è un po’ farsi invidiare dagli uomini che si uccidono. Un po’ come il ragazzino che si mette a saltare passando davanti al vecchio con le stampelle. Il soldato ora prepara dentro il caricatore e si associa alla schiera di tutti i soldati che pensano - nell’attesa - alla mamma e alla ragazza. Il tenente fa scattare la sicurezza e cerca di non pensare a niente; e pensa cioè un po’ a tutto: ai dischetti numerati del telefono; al rumore improvviso che fa la carrozza passando dall’asfalto sull’acciottolato, in piazza Duomo. Pensa a Zenone colla sua freccia che non raggiunge mai il bersaglio. Mentre il camion invece arriverà. E intanto continua a contare le scanalature per le dita, sotto, nel calcio: tre, quattro, cinque. Due, tre, quattro. Ma quante sono? Dio, anche la luna, ora, si copre il volto dietro un picco di nubi; e tutto lassù diventa nero e argento come un catafalco. Ecco ci siamo, spuntano alla curva due fari schermati che tagliano - a mezza altezza - tutto, violenti, unilaterali. Il tenente ficca i suoi occhi nei fari e spara, un po’ sopra. Ci voleva la raffica per soffocare il motore! Parte tutto il caricatore. Colla testa contro il tronco, il soldato non vede: infila l’altro rapidamente. Sente ora il tenente imprecare, lo vede alzarsi e buttarsi sul mitragliatore oltre il tronco, nella luce. Per un attimo è in piedi, illuminato: poi si butta sulla strada, scoperto, abbagliato. Sparano anche gli altri ora, i due della scorta, sul camion. Il soldato guarda il suo tenente sparare a raffiche, cogli occhi offuscati, socchiusi, dietro le lenti montante in oro. E gli sembra il santo di un quadro che sta nella chiesa del suo paese: San Paolo a terra, splendente, sulla via di Damasco. Poi sente in un sogno che tutto è tornato pace: un assiolo dà al silenzio il suo grido perché lo custodisca; e sembra butti un sasso nello stagno. E la cascatella - che ha spostato il legno - gorgoglia ancora. Il tenente è rimasto disteso col capo appoggiato sul calcio. Salta fuori, corre, si china il soldato. Volta piano il tenente sulla schiena. Cola agli angoli della bocca un po’ di sangue. E il tenente apre gli occhi lentamente e sorride.- Era andato fuori tiro… avevi ragione… era meglio prima… La voce arriva da lontano ed esce col sangue - Però l’ho fermato lo stesso… Per terra… la mia sigaretta… grazie. Il soldato ha raccolto la sigaretta schiacciandogliela colle dita incapaci a moderare lo sforzo, e l’ha messa in bocca al tenente: nell’angolo, vicino al rivoletto rosso. Poi cerca i cerini affannosamente e porge al tenente una fiamma che trema: trema. E questi sorride ancora. «Ah, grazie… grazie… ce li avevi? Peccato…». La sigaretta ora pende nell’angolo, immota: si innalza un filo azzurro di fumo e sembra incenso. Il sangue non cola più, il tenente è morto, e sembra che si sia assopito, perché era tanto stanco.
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