Lorenzo Sartorio
Dai palazzi sono quasi sparite. Addirittura, quelli di nuova costruzione, non le prevedono nemmeno più, mentre nei palazzi datati le guardiole delle portinerie sono vuote o occupate ad ore e stanno lì a simboleggiare un passato dove le portinerie, attive in tanti palazzi, erano un sicuro presidio di sicurezza e non solo. Ma facciamo un salto indietro nel tempo, anni cinquanta-sessanta, quando le portinerie erano in piena funzione con i loro attori principali : il portinaio o la portinaia. Il progresso, se così lo si può chiamare, ha quasi cancellato questo importantissimo servizio affidando la sicurezza delle case ad allarmi, vigilantes, porte blindate, finestre corazzate ed altro. Ma non è che nelle case i furti siano diminuiti. Parrebbe proprio il contrario.
Ma, la di là di questo aspetto che potrebbero analizzare meglio esperti di sicurezza e sociologi, proviamo a fare un revival delle portinerie di ieri. Quando si usciva di casa, al mattino, e si rientrava alla sera, passando davanti alla guardiola, non mancava mai il «buongiorno» e la «buonasera» accompagnati dalle quattro chiacchiere del portinaio o della moglie ovviamente sempre molto attenti nello scorgere novità sia dall’abbigliamento che dall’umore del condomino traendo poi conclusioni del tutto personali che non si discostavano molto dalla realtà. Infatti i portinai avevano un sesto senso nel leggere la vita di loro inquilini. Conoscevano tutto di loro. Infatti ricevevano la posta, i vari pacchi, sapevano gli orari di uscita e di rientro. Notavano chi andava loro a fare visita, sapevano chi era credente oppure no quando, al prete, per le benedizioni pasquali, in certi appartamenti, non veniva aperta la porta. Erano al corrente delle idee politiche dei vari condomini anche perchè il giornalaio, oltre il quotidiano locale, portava, specie alla domenica il giornale di partito : «Unità», «Avanti!», «Popolo» o «Secolo d’Italia».
Una buona dose di saggezza ma anche di malizia animava questo professionista del controllo domestico che operava all’interno di una guardiola tappezzata di foglietti, pro-memoria, numeri telefonici e dotata di scope, spazzoloni, barattoli di cera, insetticidi. Nella guardiola, da una porticina, il più delle volte, si accedeva all’alloggio del portinaio: una o due camere da letto, una cucinina, una saletta di pranzo ed il servizio igienico. Tutte le finestre dell’appartamentino erano con vista sulla strada in quanto il locale era a piano terra e, quindi, ancor più a contatto con la realtà ed i personaggi del quartiere.
E da quei locali, spesso e volentieri, uscivano invitanti profumi di mangiari semplici e genuini che stuzzicavano l’appetito. Inoltre, non era raro che la portinaia facesse assaggiare, a qualche condomino a lei simpatico, quel pezzetto di tortafritta o quella crostata che aveva appena fatto. Già, le care-vecchie portinerie : oscuri, piccoli anfratti che emanavano odori di soffritto, sughi e candeggina e dove un uomo o una donna presiedevano alla sicurezza di un palazzo non mancando di smistare la posta, «chimicarla» ed incasellarla nell’apposito contenitore. Per tutti i condomini i portinai erano un punto di riferimento, un sicuro approdo su cui poter contare in ogni evenienza sia lieta che triste, una tapparella rotta, una perdita d’acqua, un rumore strano in terrazzo, un alveare sul tetto. Insomma, di tutto e di più.
Ed il portinaio non mancava mai di accorrere e prestare il primo aiuto molte volte risolutivo come quando avvertiva odore di strinato ed accorreva a suonare il campanello in casa di quegli anziani che si dimenticavano il pentolino del latte sul fuoco. Chi si presentava all’interno del palazzo per far visita a qualche condomino, se era un habitué, passava agevolmente il controllo della guardiola ma, se si mostrava titubante vagando nell’atrio del palazzo, veniva subito avvicinato dal portinaio che non era difficile facesse un «terzo grado» al malcapitato. Se poi il portinaio aveva un po’ di manualità si trasformava in prezioso «ciapa- ciapa» per le esigenze dei vari condomini riparando una serratura, una porta, una seggiola , un rasoio. Mentre la moglie, se aveva dimestichezza con ago e filo, era in grado di cucire l’orlo dei pantaloni o cambiare il collo o i polsini a qualche camicia. Ma il compito più delicato al quale era chiamata la portinaia era fare le punture a chi, del palazzo, aveva bisogno. Una volta ben lavate le mani con il «savón manganón», e cioè quello da bucato poichè avrebbe «disinfettato» di più, e ben asciugate con un «boràs» (salvietta) fresca di bucato, la portinaia, si sfregava bene le mani con l’alcol per assicurare una maggiore e più accurata disinfezione.
Dopo di che in un pentolino (poi trasformatosi nel tempo in una vaschetta in alluminio) faceva bollire siringa e ago per una decina di minuti al fine di sterilizzare quel siringone di vetro e quell’inquietante ago che, al solo vederlo, metteva angoscia. Una volta raffreddata la siringa e montato l’ago, che a forza di usarlo si spuntava provocando nel povero ammalato dei dolori lancinanti, veniva risucchiato il liquido dalla fialetta. Quindi, con una mano armata della siringa, alla guisa di un cavaliere antico, e l’altra che teneva ben saldo il batuffolo di cotone imbevuto di alcol, si procedeva al rito della sforacchiatura con la speranza di centrare una parte poco sensibile del gluteo e, soprattutto, di non causare ascessi che un tempo, per chi doveva sottoporsi ad iniezioni, erano all’ordine del giorno.
Terminata la liturgia dell’iniezione e, dopo avere sfregato violentemente e per qualche minuto con il batuffolo la parte dolente, la portinaia riponeva accuratamente gli attrezzi sul tavolo e si fermava ad intrecciare le rituali quattro chiacchiere« da pianerottolo» con le altre donne di casa.
Nella nostra città ci sono state simpatiche figure di portinai e custodi che hanno svolto il loro servizio in importanti palazzi come quello in strada D’Azeglio che ha visto per anni all’opera Roberto Bassoli, divenuto per il suo espansivo carattere padano una sorta di «sindaco» della strada. E poi il longilineo Giovanni, melomane della «Verdi» e attore dialettale, che operò nella guardiola del palazzo di strada Mazzini ( quello del «Caffè Tubino»). In palazzo «Medioli» ( viale Mariotti), per lungo tempo ha lavorato nella lignea ed elegante guardiola la famiglia Terzi composta da Sergio, dalla moglie Mina e dai figli. In palazzo «Pallavicino», in piazzale Santafiora, la «regina» della portineria è stata per anni la Meri, fra l’altro abilissima cuoca i cui piatti inondavano i cortili dell’aristocratico palazzo di sublimi profumi di stracotto e di arrosti da fare resuscitare un morto. Nel condominio di via Racagni, che fa angolo con via Melegari, i portinai anni sessanta erano la coppia Angelo e Concetta . Mentre mitici custodi in importanti plessi cittadini furono Giacomo Gazza che presiedeva, in elegante uniforme blu scuro, la portineria della sede centrale della Cassa di Risparmio in via Università, il suo collega Pietro Folli nell’allora centro elettrocontabile della «Cassa» in vicolo San Marcellino. Severino Ziveri fu, per decenni, custode e «anima» dell’Orto Botanico, Pierino Curti l’indimenticabile custode dell’Istituto «Melloni» in strada Farini, Adriano Catelli « sceriffo» per 60 anni della Cittadella, Dante Paradisi, custode della «Raquette» dal 1940 ai primi anni sessanta , il popolare Fabi custode del « Tardini», il distinto ed elegante Piero nella guardiola di un aristocratico palazzo di via Cantelli e tanti altri.
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