Paolo Grossi
Alessandro Lucarelli compie oggi quarant'anni. Non è solo il capitano del Parma di oggi: avendo scelto di giocare, alla sua veneranda età, un'altra stagione, sta per diventare il calciatore crociato con più presenze di sempre in campionato. E' a quota 301, senza tener conto dei vari play off, e ha davanti solo Apolloni (304), Cocconi (307) e Polli (310). Insomma, un altro record è in vista dopo quello dei gol segnati in quattro categorie diverse, centrato lo scorso 30 dicembre a Lumezzane. Una vera e propria bandiera che prima di spegnere le candeline, ancora una volta in ritiro come accade da oltre vent'anni, s'è raccontato alla Gazzetta di Parma partendo proprio da queste statistiche. «Mi emoziona pensare che resterò così legato alla storia di questo club, che negli anni scorsi ha annoverato grandissimi campioni. Sono felice di sapere che negli almanacchi e nella memoria di tanti tifosi ci sono graduatorie in cui sarò il primo in una così nobile compagnia».
PARMIGIANO
Dieci anni a Parma hanno un po' influito sul tuo carattere di toscanaccio verace?
«In tutta sincerità quando sono arrivato ho avuto qualche difficoltà perché con il mio tratto aperto incontravo gente più fredda, sulle sue. Ma con gli anni conosci le persone e queste si aprono. Ho sempre sentito dire che qui la gente è snob, ma quella che conosco io, e ormai è tanta, la trovo semplice e disponibile. Ho così perso un po' di toscanità e mi sento più vicino alla mentalità parmigiana, pur mantenendo il sangue livornese. Il mio terzo figlio qui ci è nato, gli altri ci stanno vivendo benissimo. Ho comprato casa e continueremo a vivere qui».
UNA BELLA FAMIGLIA
Moglie, tre figli, una storia d'amore lunga e solida...
«Ho conosciuto Cristiana in uno stabilimento balneare a Livorno quando avevo 14 anni. E so di essere una mosca bianca nel mantenere, da calciatore, una relazione così stabile. Ma è una gran donna che mi è stata vicino con i modi giusti in tutti i momenti, belli e brutti. Innanzitutto ha tanta pazienza perché con tre figli più me ha il suo bel daffare a tenerci a bada. La famiglia è la mia spalla: condivido i momenti belli e trovo consolazione nei momenti difficili. Ricordo il periodo del fallimento, ad esempio, quando dedicavo anche il tempo libero a cercare di salvare il club. Ero sempre al telefono con curatori, possibili acquirenti, compagni. Ho un po' trascurato la famiglia, ma tutti hanno capito e mi hanno sostenuto. Credo che i miei figli mi considerino un po' un amico e fratello maggiore più che un'autorità. Fatto salvo che devi trasmettere valori, è mia moglie quella più quadrata».
Ma un calciatore che vive una sola storia d'amore sembra fantascienza...
«Eppure non mi è costato fatica, anzi. Forse perché c'è l'imprinting familiare: i miei genitori e mio fratello ma anche le zie hanno tutti fatto come me, sposandosi giovani, mettendo su famiglia e quello è diventato anche il mio obiettivo. Mi sono sposato a 23 anni e ho avuto il primo figlio a 24. Ho avuto la fortuna di trovare la donna giusta da ragazzino e siamo ancora qui».
AVVILITO
Il crac Ghirardi è stato il momento più duro dei dieci anni a Parma?
«Sì, è stata una stagione lunga, pesante, senza mai un barlume di speranza. Alla fine mi sono sentito svuotato, distrutto. Io e altri veterani abbiamo sbagliato a dare troppa fiducia a Leonardi e Ghirardi, accettando all'infinito di posporre dei pagamenti. Non c'erano mai stati problemi, ma da un certo punto in poi dovevamo capire che ci stavano truffando, Ora possiamo dire di esserci ripuliti di tutto il marcio che c'era e di aver ritrovato compattezza. Parma nei momenti di difficoltà risponde sempre ed è stato così anche in questa occasione. I tifosi sono stati impagabili».
ARRABBIATO
Da capitano non hai mai esitato a prendere posizioni forti in difesa del club quando secondo te veniva danneggiato.
«D'altra parte la livornesità è sempre lì pronta a esplodere... Mi sento un po' garante dei tifosi. Abbiamo subito troppo in passato e viene fuori il senso di appartenenza che ho maturato. Voglio che il Parma sia rispettato. Ad esempio quando in serie D gli arbitri giovani venivano a fare gli eroi al Tardini per dimostrare di non essere influenzabili e non ci davano neanche quello che ci veniva, mentre la conferenza stampa dopo l'Ancona è stata utile per ricompattare il gruppo. Ero convinto che non ci fosse sotto niente ma dovevo spazzare via sospetti che potevano farci male. E siamo ripartiti alla grande».
MOLTO ARRABBIATO
Le amarezze a volte arrivano anche dal campo.
«Il mio momento più duro è stato nell'ottobre del 2014, l'anno della retrocessione. Ho sbagliato un passaggio facilissimo al 90' regalando a Matri la palla per il gol della vittoria del Genoa. Mi è caduto addosso il mondo, avvertivo la gravità di quel mio errore. Non mi vergogno a dirlo: alla fine mi sono chiuso nel bagno dello spogliatoio a piangere di rabbia perché quell'errore mi aveva fatto molto male».
LE BUONE MANIERE
Vivere così a lungo in difesa nelle aree di rigore vuol dire anche maltrattare campioni avversari, pure se sono tuo fratello.
«Io mi aiuto molto con le braccia. Devi sentirlo l'attaccante, a dispetto delle moderne regole che ci ostacolano in questo. Io l'ho sempre fatto, che sia Ronaldinho o mio fratello non fa differenza. Toni, che pure è uno bellicoso, un giorno si è lamentato con Cristiano dicendo che sono molto "noioso" con il mio gioco di braccia. Ma se non fai così non difendi».
LA GIOIA DEL GOL
Hai segnato con la maglia del Parma in tutti i campionati e comunque anche in serie A ti sei tolto qualche soddisfazione.
«In serie A ho fatto venti gol e d'altra parte noi difensori se cerchiamo gloria dobbiamo fare così perché se non fai segnare l'attaccante hai fatto il tuo compitino, se non ci riesci volano i 5 in pagella, e allora ogni tanto è bello sentirsi importanti. Ci sono poi annate che quando ti presenti in area senti che ti arriverà la palla giusta. A me è successo nel 2013-14».
DECISIVO
Prima di calciare il rigore contro il Pordenone, mentre andavi sul dischetto, che cosa ti è passato per la testa?
«Non avevo mai tirato un rigore in vita mia. Al momento in cui serviva un quinto che calciasse Calaiò e anche D'Aversa mi hanno chiesto di farlo. Intanto Munari aveva già pareggiato il conto. Ho accettato ed ero comunque tranquillo, poi è arrivato il loro errore e ho avuto come una visione, mi sono sentito come dentro una favola, un film: quel rigore decisivo dovevo tirarlo io. Non ho mai avuto paura, mi sono assentato da tutto, scanso anche Frattali che mi incitava, ero concentratissimo e non potevo sbagliare. Me lo sono quasi goduto, aspettando un attimo a partire dopo il fischio dell'arbitro. Indimenticabile».
Adesso che regalo vorresti per questi quarant'anni?
«Io sono un uomo fortunato. Vivo una vita bellissima, sia in famiglia che nel calcio. Non ho rimpianti che so, per non aver giocato nel Milan o nella Juve. Magari mi sarebbe piaciuto fare almeno una presenza in Nazionale, ma tutto sommato ho avuto quello che meritavo: ho trasformato la mia passione da ragazzino in un lavoro che mi ha reso ricco. Ho una famiglia stupenda. Chiedere qualcos'altro mi sembrerebbe esagerato, come dicono a Livorno, "aver la ghigna come il c...". Non me la sento, va bene così dai».
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