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1968: l'occupazione della Salamini

1968: l'occupazione della Salamini

23 Agosto 2018, 08:03

Quello che sto per raccontare è l’anticipazione di un libro che ha come fulcro la lunga vertenza della Salamini, grande azienda metalmeccanica ingigantita e disintegrata negli anni ’60 a Parma. Una Parma in trasformazione sull’onda dello sviluppo imprenditoriale e sconcertata dalle folate delle contestazioni generazionali e socio-economiche che ebbero l’apice tra il 1968 e il 1969. Per un approfondimento a più largo raggio voglio citare il lavoro svolto dai ricercatori del Centro Studi Movimenti per la stesura del fondamentale (edizioni Punto Rosso, 2000), da cui si parte per rivedere la Parma di 50 anni fa. Rileggendo il ’68/’69 parmigiano scopriamo, tra i cimeli di archeologia industriale, memorie che, ripulite con il pennellino, potrebbero essere interpretate oggi come primordi di social media. Non c’erano i vari Facebook e Twitter, ma la tempesta Salamini si propagò lo stesso su tutta Parma. E non solo. Rispetto all’occupazione della Cattedrale con l’emancipazione dei cattolici del dissenso e le ribellioni universitarie con l’occupazione del manicomio di Colorno, la lunga stagione calda della Salamini è considerata la meno intellettuale delle proteste, ma al tempo stesso fu la più trasversale e la più innovativa per la comunicazione.

  1968  

LE PRIME BARRICATE

Nell’archivio comunale di Parma è custodita una busta denominata «Fondo Cgil» che raccoglie una ventina di istantanee scattate, all’inizio dell’ottobre 1968, da Alberico Zambini, allora fotografo con studio in via Garibaldi. Gli scatti di Zambini seguono, sulle strade di Parma, gli Ape Piaggio, «targati» Amps-Cgil, fino alla Salamini dove altre immagini descrivono lo smistamento delle provviste portate dai dipendenti dell’Amps (l’Iren di oggi) nell’edificio mensa della fabbrica occupata. Un viavai sulla stessa scalinata che ancora esiste. L’unica cosa diversa da cinquant’anni fa è quell’aereo imbullonato che nei mesi scorsi copriva il tetto di quell’edificio che fu la mensa. A guidare il corteo sindacale c’era una 850 Fiat Abarth. Parcheggiate davanti all’ingresso principale della Salamini, una Fiat 1100, una 600 e una Bianchina Giardinetta targata PR 85523. In città si contavano 170 mila residenti (in tutto il Parmense oltre 390 mila) e il gruppo Salamini arrivò nel 1967 ad assorbire quasi mille dipendenti. Quell’anno di massimo splendore coincise però con l’inizio della fine: le banche fermarono i crediti e chiesero il rientro dei cospicui finanziamenti forniti per l’avvio dell’impresa. Così i protagonisti delle occupazioni sintetizzano, sulla rivista «Dalla parte del torto», la situazione creatasi alla Salamini allora: «Al di là della megalomania del proprietario che, pur non avendo solidità economica, si avventurava in operazioni rischiose, rimane il fatto che non era abbastanza introdotto nell’establishment industriale e questo chiaramente non lo sostenne, unitamente alle manifatture italiane di elettrodomestici che volevano estromettere la Salamini dal mercato».

Sotto questo cielo nuvoloso, i lavoratori della Salamini si trasformarono in movimento con azioni tali da disorientare i sindacati e il ponderato Pci che governava, con i socialisti, Parma dal Dopoguerra. Insomma, gli occupanti agirono senza briglie. Il fronte unitario sindacale si frantumò presto, rimase la Cgil, ma non tutta la Camera del Lavoro (l’unica in Emilia ad essere guidata da un socialista con un vice comunista) approvò le iniziative che di volta in volta venivano decise nel corso delle assemblee all’interno della Salamini: «Solo la Fiom si era schierata per davvero con noi», ricorda Donato Troiano che coordinò il comitato di occupazione. Il «caso Salamini» deflagrò nell’autunno 1968 con la prima occupazione durata una settimana. A quell’epoca la Salamini era già sotto le grinfie dell’amministrazione controllata e a Parma rimbalzarono i rumors di gruppi industriali intenzionati a subentrare. Questo è il consuntivo che lo stesso Angelo Salamini fece nell’agosto 1967: «Il movimento delle vendite nel 1966 si è aggirato sui 7 miliardi di cui 1 e mezzo di esportazioni; nei primi sei mesi del 1967, si è aggirato sui 5 miliardi di cui 1 e mezzo di esportazioni», in gran parte concentrati nel nuovo ramo degli elettrodomestici (il 53%). Al momento della grande crisi, la Salamini era la quarta azienda per dimensioni nella provincia di Parma e la prima nel settore metalmeccanico.

  1969  

LA LUNGA OCCUPAZIONE:

A scandire il «De profundis» fu la soffiata filtrata nel tardo pomeriggio del 13 febbraio 1969: il Tribunale di Parma stava dichiarando il fallimento dell’azienda. In quei giorni da Nord scendeva il vento di tramontana e le previsioni meteo mettevano anche neve. E in quella notte da lupi, iniziò la seconda e lunga vertenza della Salamini. Racconta Donato Troiano: «Il 14 febbraio, alle 9 del mattino, venne indetta un’assemblea (presenti anche Paride Faccini della Fiom-Cgil e Annibale Paini della Fim-Cisl) per l’approvazione della linea dura dell’occupazione. Qualche ora dopo, il Tribunale comunicò ufficialmente il fallimento». E che rivolta sia: «Mesi di lotta per salvare il posto di lavoro, con gli operai che riuniti in assemblea mettono in atto tecniche di lotta nuove non solo per Parma, rifiutando le mediazioni politiche dei partiti e rifiutando il pompierismo sindacale», così sintetizzò «La Classe», il giornale delle avanguardie operaie e studentesche che durò la stessa breve stagione delle barricate alla Salamini. Durante l’occupazione, la mensa della Salamini non smise mai di funzionare e la sera c’era posto anche per i familiari degli occupanti. Si narra che per una cena alla presenza di parlamentari emiliani e dirigenti locali del Pci, dai canali della Bassa Reggiana arrivarono rane per tutti.

Per sostenere la lotta alla Salamini, Comune, Provincia e Camera di Commercio stanziarono subito un fondo di 10 milioni e altre offerte furono raccolte tra i dipendenti delle aziende parmensi con cui si instaurò una sorta di gemellaggio. Il sindaco Enzo Baldassi fece svolgere una seduta del Consiglio comunale proprio all’interno della Salamini occupata e circondata da polizia e carabinieri. In piazza Garibaldi fu installato un tendone di promozione sindacale. All’interno della fabbrica venne anche redatto il giornale d’occupazione poi ciclostilato alla Cgil. Dentro la Salamini vennero ospitati spettacoli del Festival del Teatro Universitario; Dario Fo e Franca Rame restarono una giornata con i lavoratori. Anche la Rai entrò nella Salamini occupata e inaugurò, domenica 2 marzo 1969, il programma economico «Cento per cento» del secondo canale con immagini e interviste sul «caso Parma».

Svanite le speranze dell’arrivo di privati, l’unico miraggio per i lavoratori della Salamini era quello di essere assorbiti nella galassia delle industrie di Stato. Per tentare la carta dell’Iri, i dipendenti della Salamini ottennero a Bologna un incontro con l’allora presidente del Consiglio, Mariano Rumor. Ci fu anche l’episodio della lunga fila indiana di quasi 500 persone che dalla Prefettura di Parma si misero in coda per spedire, dalle Poste di via Pisacane, un telegramma di SOS al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat. La distribuzione dei volantini per sostenere l’occupazione venne orchestrata da apposite squadre in diversi angoli di Parma, durante i giorni di mercato, e addirittura di domenica nelle chiese durante le messe. La protesta fu davvero trasversale, convincendo lo stesso vescovo Amilcare Pasini, sospinto dalle trasformazioni impresse dal Concilio Vaticano II, a presentarsi ai cancelli della fabbrica in via Emilio Lepido per una benedizione.

All’Unione Parmense degli Industriali, l’occupazione della Salamini non fu certamente gradita, poiché sobillava l’intero sistema produttivo locale. Il 10 aprile 1969 fu pubblicata sull’ultima pagina della Gazzetta di Parma un’inserzione firmata Upi che scandiva la posizione confindustriale sulla Salamini: stop immediato all’occupazione della fabbrica, fallimento tombale, lavoratori in altre sedi. Tra il 30 aprile e il primo maggio del 1969, un drappello di operai si intrufolò nella Camera di Commercio e da lì non si spostò per alcuni giorni; la Camera di Commercio era in via Cavestro, dove oggi c’è la Cassa di Risparmio. Stessi blitz furono fatti alla sede della Dc che era in strada del Consorzio; alla federazione provinciale del Psi in borgo della Posta; alla federazione provinciale del Pci in via Guasti di Santa Cecilia. Qui i «sovversivi» della Salamini si trovarono di fronte il servizio d’ordine del Pci, ovvero operai contro operai. Un sit-in ci fu anche all’interno degli uffici dell’Unione industriali, nella sede di via Mazzini 1. Anche l’aula consiliare del Municipio venne occupata dalle maestranze.

Massima tensione ci fu sia quando gli scioperanti fermarono il traffico sulla via Emilia, sia quando bloccarono il passaggio del rapido Settebelllo andando a sedersi sui binari posti a 500 metri dalla fabbrica. Tra la via Emilia e la ferrovia, lo scontro tra i dimostranti e gli agenti del battaglione Padova si intensificò. Durante gli spostamenti della Celere, un tragico incidente, tra mezzi del reparto mobile, provocò la morte di un agente. Altre scaramucce, con manganelli e transenne in movimento, si verificarono all’inizio di giugno 1969: da Piazza Duomo doveva partire una tappa del Giro d’Italia e quelli della Salamini ostacolarono la corsa con lo scopo di farsi vedere dall’Italia tutta. Questa fu forse l’ultima significativa incursione dei lavoratori in subbuglio. Ormai la Salamini si stava definitivamente spegnendo e, subito dopo il Ferragosto del 1969, le forze dell’ordine intervennero a sgomberare la fabbrica. Gli ormai ex dipendenti entrarono nel circuito dei corsi di avviamento al lavoro e poco alla volta trovarono un’altra occupazione. Ma non era il sogno iniziale della grande Salamini.


IL TRACOLLO DI UNA GRANDE AZIENDA

Se ai parmigiani, più o meno dal säss, chiedi oggi dove si trova l’ex Salamini, più o meno tutti sanno dove è ubicata quest’area post industriale che prende anche l’intitolazione catastale di Casello. Sulla via Emilia, direzione Est. Tra San Lazzaro e San Prospero. La palazzina che si alza sopra i capannoni adesso si chiama «Condominio torre uffici Salamini». La Tep ha una fermata denominata Ex Salamini, proprio vicino al parcheggio scambiatore. Dove c’era il Tosco adesso c’è l’Osteria Salamini. Anche la cronaca nera si è occupata spesso dell’ex Salamini per notti ad alta tensione tra night, sale scommesse e graffiti realizzati con rabbia.
Insomma, se si parla di Salamini o di ex Salamini sappiamo tutti di cosa si parla?
Cinquant’anni fa c’è stato il Sessantotto e subito dopo l’«autunno caldo». Cinquant’anni fa il boom economico consumava l’ultima candela. E cosa c’entra la Salamini? La Salamini è un condensato di tutto questo. Un ciclone che si abbatté su Parma e impressionò tutta Italia.

Era la Parma dell’industrializzazione, la Parma che perdeva poco alla volta gli odori dei campi coltivati. I lavoratori del settore agricolo scesero dal 48,9% della popolazione attiva nel 1951 al 18,9% nel 1971; al contrario i lavoratori dell’industria in soli dieci anni, dal 1951 al 1961, aumentarono di oltre 15 mila unità. Era la Parma delle tre S: Simonazzi, Salvarani e, appunto, Salamini. La prima ad Ovest, la seconda a Nord, la terza ad Est. Era la Parma dei piani regolatori della ricostruzione. Il futuro che avanzava spedito. E la famiglia Salamini aveva affrontato di gran carriera il Dopoguerra mettendo a pieno regime l’opificio di Stradello San Girolamo, specializzato nella produzione di radiatori e, successivamente, anche di serbatoi. Il giovane Angelo Salamini, nato nel 1930, sul finire degli anni ’50 decise di surfare sull’onda del nascente miracolo economico puntando in alto: trasformare quelle biolche di terreno agricolo della famiglia in una «fabbrichetta» modello Brianza.

Il progetto del nuovo stabilimento venne depositato in Comune tra il 1956 e il 1957. Nel novembre del 1958 è lo stesso imprenditore a ritirare la dichiarazione di agibilità, versando 2 mila lire per i bolli. È con quel via libera comunale che Salamini iniziò ad ottenere i grandi finanziamenti dalle banche, che gravitavano su Piazza Garibaldi, per dare vita ad un’impresa che via via crebbe a dismisura. E davvero troppo in fretta. A quattro chilometri dal centro, sulla via Emilia verso Reggio, in quel momento c’erano solo la Salamini, un bar e un'altra azienda di nuova imprenditorialità. Intorno solo l’estensione della placida campagna emiliana a tutto lambrusco Maestri, prati di erba medica e filari di gelsi. Angelo Salamini diede il via alla nuova produzione con un portafoglio clienti allargato: dalla Oto Melara alla Fiat, dalla Lamborghini alla Maserati. Dalla fabbrica parmigiana uscivano radiatori, serbatoi, marmitte, cofani, sedili e cruscotti. Ma anche, dall’inizio degli anni ’60, mobili per ufficio e industria. La Salamini aprì le porte alla nuova forza lavoro che quasi all’improvviso si trovò in tuta blu. Figli di contadini della Bassa e dell’Appennino e immigrati dal Sud: «Una popolazione operaia che risentiva di una relativa estraneità alla cultura e al sistema di mediazione politico e sindacale dell’Emilia rossa», come scrive Diego Melegari nel libro «Parma dentro la rivolta».

Un esercito di operai maschi (nell’area produttiva erano solo dieci le donne dipendenti, di cui 5 addette al reparto tappezzerie) quasi incantati dalle continue accelerazioni di Angelo Salamini che nel 1962 cominciò ad assumere altri operai per la produzione di elettrodomestici, prima per conto terzi, poi nel 1965 con una linea propria: le lavatrici Luxor. Insomma, la Salamini sembrava, per chi viveva in quella cittadella, quasi un eldorado: nel 1967 il complesso industriale si sviluppava su un’area di 225 milia metri quadrati di cui 60 mila di fabbricati e tettoie. E lì sotto entravano e uscivano quasi mille dipendenti. La Salamini raggiunse il massimo di produttività nel 1967, lo stesso anno in cui l’imprenditore decise di mettere su una squadra di ciclismo con i fiocchi e partecipare al Giro d’Italia: maglietta verde, la scritta Salamini in bianco con la classica orlatura gialla, sotto il marchio Luxor. Vittorio Adorni è stato il capitano di questa squadra e si portava in dote la conquista del Giro d’Italia del 1965, quando vinse con la maglia della Salvarani.

Quel 1967 per la Salamini fu davvero tumultuoso. Non ci fu il tempo di vedere i frutti della nuova campagna pubblicitaria per la Luxor che il terremoto finanziario travolse tutto: «A fine marzo 1967, la Banca Commerciale Italiana, inaspettatamente, pretese il rientro. Il fatto - scrive lo stesso Angelo Salamini nella richiesta dell’amministrazione controllata - ha determinato un certo disagio all’azienda, tuttavia, ancora superabile, ma, risaputosi e diffusosi con una diligenza e rapidità degne di miglior causa, ha ingenerato una tale psicosi da portare nel giro di qualche settimana ad una completa revoca di tutti gli affidamenti bancari in essere ed alla impossibilità pratica di ottenerne altri». Quello fu praticamente l’inizio della fine. Ma ancora oggi, là dove è arrivata la globalizzazione di McDonald’s, esistono i capannoni della Salamini di quel tempo: gli stessi mattoni a vista e finestroni industriali fanno da scenografia ad un melodramma tutto parmigiano.


UNA VITA A MILLE ALL'ORA

Angelo Salamini è morto il 10 ottobre 2011, all’età di 81 anni.
Trovate un interessante ritratto scritto da Andrea Del Bue proprio in occasione della sua scomparsa.

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