Qualcuno sostiene che il “primo” Lucio Dalla, il Dalla cosiddetto sociale, fosse il più intenso. Forse è vero. In particolare la “trilogia” che vide il fruttuoso sodalizio con il poeta bolognese Roberto Roversi può essere considerato uno dei periodi più felici della produzione dell'artista scomparso il primo marzo del 2012. Primo “episodio” della cosiddetta trilogia firmata dal duo Dalla-Roversi è un disco molto interessante capace di suscitare grandi suggestioni: è “Il giorno aveva cinque teste” che quest'anno spegne quarantacinque candeline. E' anche in un certo modo l'incursione di Dalla nel rock progressivo. Come detto, questo album verrà seguito da altri due pregevoli lavori con cui si concluderà la collaborazione con Roversi: “Anidride solforosa” (1975) e “Automobili” (1976), in cui è contenuta la celeberrima “Nuvolari”. Questi tre album non venderanno tanto, ma saranno apprezzati dalla critica. E oltre quarant'anni dopo hanno ancora un loro posto nella storia della canzone italiana. E possono, a buon diritto, non sfigurare con album come i tre successivi dell'artista, quelli della definitiva affermazione e dell'ingresso nel gotha della canzone d'autore italiana: “Com'è profondo il mare” (1977), “Lucio Dalla” (1979) e “Dalla” (1980). Lavori che, assieme alla trilogia con Roversi, testimoniano del periodo artisticamente più felice del grande cantautore bolognese, un livello che Dalla in seguito riuscirà a raggiungere solo a tratti, in una carriera pur lunga e piena di soddisfazioni.
Poesie e impegno - Criptico, ruvido, ma di grande impatto lessicale e “visivo”, nonostante qualcuno abbia bollato alcuni testi di Roversi come troppo enigmatici, “Il giorno aveva cinque teste” è anche un disco nello stile tipico del grande artista. Amaro, ironico, dolente. Già dall'incipit, “L'auto targata TO”, in cui Dalla tra i primi si occupa di tematiche ambientali. Nei primi anni Settanta, infatti, il “distacco” tra uomo e natura comincia a essere percepito nella sua gravità e la denuncia di Dalla è quanto mai puntuale. L'interesse per l'ecologia del cantautore bolognese è addirittura precedente a quello che fu forse il momento più alto di denuncia della deriva ambientale, fatta guarda caso da un altro grande cantautore emiliano anche lui scomparso, Pierangelo Bertoli. Nel '76 l'artista di Sassuolo regalò infatti alla canzone italiana una perla come “Eppure soffia”. Ritornando al disco di Dalla, il “viaggio”, da Scilla a Torino, sull'auto targata appunto TO inizia infatti da “un paesaggio che è un'Italia sventrata dalle ruspe che l'hanno divorata”. E alla fine del viaggio c'è la città della Mole in cui “i teroni (sic) sono condannati a costruire per gli altri appartamenti da cinquanta milioni”.
Un'indagine sull'uomo - In “Alla fermata del tram”, brano questo che si potrebbe a buon diritto classificare prog, il mezzo pubblico è tutt'uno con l'incedere delle stagioni, proprio per questo insensibili all'alienazione e alle sofferenze dell'uomo. Dalla procede tra nonsense pieni invece di un'anima profondissima, con “E' lì”, quando si improvvisa stralunato speaker per annunciare che “in questa notte di serenità, di pace e di amore, è stato rinvenuto il cadavere di un uomo, morto”. Cosa “di un'eccezionalità insolita e veramente eccezionale perché erano vent'anni che in questo nostro bel mondo, nostro, non moriva un uomo. E non veniva trovato”. Da ascoltare per riflettere. Non c'è però tempo perché in “Passato presente” Dalla, da musicista sapiente, prende l'ascoltatore per mano e, citando anche un episodio storico come la Strage di Melissa, accaduta in Calabria nel '49, lo trascina in un vortice fino al presente che “è un aratro che scava dentro il cuore in fretta”. Uno dei pezzi più famosi dell'album è “L'operaio Gerolamo”. Una storia di miseria, emigrazione e vita dura, “mentre 's'alza il sole sui monti”. Fiabesche, “Il Coyote” e la “Canzone d'Orlando”, che chude il disco e potrebbe rimandare al paladino di Carlo Magno ma anche al personaggio immortalato da Virginia Woolf (“anser, anser, che va”). In mezzo a queste due fiabe, c'è “Grippaggio”, in cui in una realtà ormai dominata dai motori non è poi così male che l'auto si guasti. Mutatis mutandis, si pensi allo smartphone, simbolo di oggi. Comunque, l'auto in panne è l'occasione per vedere “un grande verde di bosco”, ma anche “sull'argine in fila, diecimila baracche e caverne di fuggitivi”, o "giovani orsi" che "annusano i tubi di petrolio" e intanto "scuotono un ramo di pesco secco". "Pezzo zero" è infine uno "scat", forma di canto improvvisato molto amato da Dalla.
Un disco da scoprire - "Il giorno aveva cinque teste" non è un disco che si può definire facile. Ma forse proprio per questo va scoperto. Dentro c'è molto: detto e lasciato immaginare. A partire dal disegno della copertina: donne a sinistra e uomini a destra, con abiti di epoche diverse. La donna e l'uomo moderni invece sono nudi. E, sullo sfondo, le città degli uomini.
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