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Scozzarella si racconta

Scozzarella si racconta

08 Febbraio 2018, 02:26

PAOLO GROSSI

E' arrivato a Parma un anno fa, Matteo Scozzarella, reduce da due anni e mezzo al Trapani, dove aveva incrociato il diesse Faggiano che ha subito pensato a lui appena approdato al Parma. E' sceso dalla B alla C ma a fine stagione mentre il Trapani retrocedeva, lui è ritornato tra i cadetti con i crociati. Il 5 giugno compirà trent'anni e pochi giorni dopo sposerà Azzurra, la sua compagna: hanno già una bimba di tre anni che di nome fa Lavinia.

Come si fa a passare senza contraccolpi di umore dal clima di Trapani a quello di Parma?

«Basta aver sempre vissuto al Nord come me: i miei genitori sono meridionali ma per lavoro si erano trasferiti a Trieste, dove sono nato. A 13 anni sono andato a Bergamo, poi ho giocato nel Portogruaro per tre stagioni. Insomma, a Trapani si sta bene davvero, la temperatura scende di rado sotto i 20 gradi, ma, non ci crederete, quando sono venuto via mi mancavano un po' gli inverni padani».

A Bergamo a 13 anni sei entrato nel miglior vivaio d'Italia, quello dell'Atalanta, una fucina continua di talenti.

«Vivevo in collegio, lontano dalla famiglia, e se adesso penso a un ragazzino di 13 anni, mi sembra difficile potergli proporre un'esperienza così forte. Eppure ce l'ho fatta. Aiutato dall'ambiente, che là è in effetti familiare ed efficiente. Mino Favini era il responsabile, riverito e temuto da tutti noi. I ragazzi là non ricevono particolari pressioni per vincere le partite, ma sentono la responsabilità di crescere secondo le attese. E' un clima competitivo ma in modo sano e in effetti credo che il settore giovanile dell'Atalanta sappia «marchiare» positivamente i ragazzi. Mi viene in mente un esempio: al mio primo anno a Trapani arrivò da Bergamo un certo Caldara. Non giocava mai, ma si vedeva non solo che aveva potenzialità, ma anche che stava al suo posto, si impegnava allo spasimo, cresceva. E infatti ora è diventato uno dei giovani più bravi che ci siano in giro».

Ti dispiace aver fatto, a quasi 30 anni, 3 sole gare in in serie A? Tecnicamente non avresti sfigurato.

«Nella mia carriera evidentemente doveva finire così: l'Atalanta ha pensato di farmi girare come un matto, da Portogruaro a Terni, dalla Juve Stabia allo Spezia e a Trapani, in prestito per vari anni in C e in B. Da ragazzo anch'io speravo di arrivare più in alto, ma ad esempio, perdendo la finale dei play-off di B con il Trapani contro il Pescara mi sono precluso quella strada. Tra l'altro nel ritorno ero squalificato, e la cosa mi pesa ancora».

In compenso hai centrato la promozione in B l'anno scorso.

«Un'emozione fantastica, ma a dir la verità ricordo con ancora più intensità le due settimane precedenti, trascorse in ritiro con un fantastico gruppo. Porto con me ogni momento di quel periodo, dagli scherzi ai pasti insieme alla tensione palpabile in tutti, la paura di fallire e deludere chi aveva investito e creduto in noi. Poi il senso di liberazione dopo la vittoria».

Veniamo al campo, dove gli avversari spesso cercano di ingabbiarti per non farti dirigere il gioco.

«E' una cosa che mi infastidisce, ma reagisco tatticamente come mi chiede l'allenatore, non cerco soluzioni personali. La squadra ha meccanismi per farmi arrivare la palla: sono movimenti corali a cui partecipo. Caso mai se c'è un uomo che ''cura'' me, avremo superiorità in un'altra parte del campo. Intanto però da quando sono a Parma ho imparato a incidere anche in fase difensiva. Nel calcio moderno ormai è indispensabile e sono molto fiero dei miei progressi».

Sui piazzati sei un grande assist-man. E il gol?

«Quello in effetti mi manca, ma spero arrivi presto, anche se non ci provo spesso. Però mi piace tanto crossare per i compagni. Mi ci alleno molto e lo faccio con gusto».

Certo il 38 di piede aiuta. Magari meno quando cerchi le scarpe...

«In effetti quelle da passeggio a volte fatico a trovarle. Devo ricorrere al su misura o rinunciare...»

Pizarro resta sempre il tuo riferimento?

«Mi è sempre piaciuto tanto. Ma oggi il più forte in circolazione per me è Modric».

A fine carriera ti aspetta un futuro da allenatore? Ancelotti e Guardiola giocavano nel tuo ruolo.

«Adesso francamente non lo so. Mi piacciono le dinamiche interpersonali dello spogliatoio anche se so quante pressioni ci sono sull'allenatore. Non mi dispiacerebbe provare qualcosa al di fuori del calcio, ma sempre che mi permetta di coltivare il dialogo e la conoscenza delle persone».

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