Il racconto della domenica
La vecchia volpe, maschio di grossa taglia del comprensorio di V., aveva cominciato a sentirsi a disagio: l’areale in cui era vissuto non gli apparteneva più come un tempo. Doveva condividerlo con una coppia di giovani lupi, i quali avevano falcidiato diversi suoi simili. Fino a pochi mesi prima, circolasse di notte o di giorno, poteva incrociare qualche cane da cui si defilava, disperdendolo. Ora invece bisognava si muovesse con circospezione; la coppia aveva già cercato di serrarlo da vicino.
Nemmeno i tassi, sebbene le loro tane avessero due uscite, riuscivano a scampare. Lui cercava di procacciarsi cibo nei giorni in cui sapeva che i lupi non avrebbero cacciato: un paio, dopo quello di una predazione. Sazi, andavano a sonnecchiare in tratti impervi, da dove qualche volta ululavano.
Adesso, più che nel passato, lui aveva preso a spingersi verso i centri abitati, avvicinandosi quel tanto che, col suo olezzo, non risvegliasse l’attenzione dei cani. Esseri che proprio non capiva né tantomeno sopportava. Sbraitando, lo avessero avvertito, gli sarebbero corsi dietro, costringendolo a ritirarsi nel folto, oppure a disperderli con qualche espediente, come correre in una direzione, per poi tornare indietro in un percorso parallelo. Perdute le sue tracce, avrebbero continuato nelle ricerche, mentre lui si era messo al sicuro.
Di recente, aveva scoperto che un luogo protetto, specie di giorno, poteva essere il folto di una boscaglia dove, arrivati i lupi, sostavano, disposti a cerchio, cinghiali, caprioli e cervi.
L’importante era saper entrare nelle loro grazie, conquistandone la fiducia. Lui ci era riuscito e, spesso, veniva accolto in mezzo a loro, che con grugniti, scalpitii e brevi lamenti, annusata l’aria, si trasmettevano messaggi. Mentre accucciato sonnecchiava, gli tornava alla mente la madre quando, svezzato, accadeva gli portasse un paio di micetti affinché imparasse a ucciderli. Un altro ricordo: quello di essersi nascosto nei pressi di un c
apanno di cacciatore. Se dopo lo sparo vedeva cadere la preda, avrebbe anticipato il cane, trafugandola.
Una notte di Luna piena, mentre percorreva un sentiero annusò i lupi. Dovevano averlo pedinato. In men che non si dica si dette alla fuga. Loro lo pressavano, tanto da sentirne l’affanno. Avesse rallentato sarebbe stata la fine. Puntò sulla vetta del colle, oltre la quale si apriva un baratro che, per un tratto, sapeva discendere. Giunse in vetta sfinito, l’alito dei lupi sul collo. Un guizzo e, come voleva, cadde su una sporgenza; presi dalla foga, i lupi lo incalzarono, piombando nel vuoto. Affannato, la lingua sui denti gialli e consumati, il vecchio volpone, seduto, pareva sorridere alla Luna.
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