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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Qui Nueva York, vi parla Ruggero Orlando

Il racconto della domenica

Il racconto della domenica

14 Maggio 2023, 12:41

Chi non ha vissuto le sere d’inverno in campagna non sa cosa sia la dolcezza del vivere.
Al centro la grande tavola. In fondo il camino, sempre acceso, caldissimo, un piccole sole nelle tenebre. Appoggiata al muro di uno dei lati lunghi della cucina, l’unica stanza riscaldata della casa, la stufa di ghisa, anche lei rovente, con la vaschetta dell’acqua gorgogliante e i panni stesi vicino al “canòn dla stüa”. La nonna indaffarata, aiutata dalle zie, le mie sorelle che fanno i compiti, io in attesa della tv dei ragazzi. Sullo schermo della tv, appena comperata, c’è ancora il monoscopio, fa “UUUUUU”, ma tra un po’ inizierà la musichetta, e poi i cartoni animati, oppure le avventure di Rin Tin Tin oppure…. Oppure qualsiasi cosa, perché tutto va bene, si chiama Tv dei Ragazzi”, no?, e io sono un ragazzo, no?, e quindi qualsiasi cosa mi va strabene, perché è fatta apposta per me.

Fa caldo, un caldo quasi insopportabile, ma è bello goderselo, sentirsene avvolti, sapendo che fuori si muore di freddo. Il nonno è via con il carro tirato dal cavallo, sta consegnando i sacchi di farina di frumento e granoturco ai contadini della zona. Su labirinti di strade bianche immerse nella nebbia, ritrova la via di casa solo grazie a Bigòn, il cavallone che non si stanca mai e non perde mai l’orientamento. Tra poco arriverà con i baffi gelati, due candelotti ghiacciati fin sotto la bocca, il tabarro intriso di umidità, un soffio freddissimo farà irruzione nella cucina, subito vinto dal camino e dalla stufa.

“Berto, el ‘andè tùt bén?, si affretterà a domandargli la nonna, che intanto sta preparando la “sònza”, l’impacco di sugna di maiale appena tolto dal fuoco per curargli i reumatismi del ginocchio. “Sé, Nisén, anca pr’incò l’è andèda. Dmàn vagh a Buragh, al marchè, fàm la lista ad cul ch’è’t’ghè bisògn”. Mi piace vedere il nonno Alberto quando rientra, mi dà gioia saperlo a casa sano e salvo, mentre lo zio Giuseppe e Giorgio, il lavorante, stanno ancora badando al mulino. Tra un po’ torneranno anche loro in casa, freddi freddi ghiacciati ghiacciati, e anche per loro il camino e la stufa saranno il toccasana di ogni male.

Intanto Rin Tin Tin è cominciato, e io non ne ho più per nessuno. Piccolo Rusty, grasso sergente O’Hara, quanto mi siete vicini, fratelli, amici, sodali. Con un cane fedele come quello sarei anch’io pronto ad ogni avventura. E la mia stanza bollente, con il nonno la nonna le zie le sorelle è il mio fortino sicuro, accerchiato dal gelo, là fuori, in quel buio così nebbioso e pesto da far temere un agguato dei pellerossa.

Intanto passano le ore. Le sorelle hanno finito i compiti, la nonna e la zia hanno preparato la polenta nel grande paiolo di rame sopra il fuoco, mi chiamano per dare una mano a girare ma per me fa troppo caldo, preferisco spostarmi alla scrivania, scartabellare tra le fatture del mulino con quella montagna di marche IGE figlie e madri (ma che vorrà dire??), belle colorate, francobolloni misteriosi che riempiono ogni pagina.

Di fianco alla scrivania c’è la cesta di vimini, con dentro i pulcini appena nati. Mi piace da morire prenderli in mano, sentire quei batuffoli di peli gialli, sotto l’occhio agitato della zia Felicita che teme li possa soffocare (da piccolo, ahimè, lo facevo, e in casa non si è ancora spento il ricordo…). Un’occhiata al calendario, mancano pochi giorni a Santa Lucia, imparo la matematica contando la distanza temporale che mi separa dai doni così desiderati, portati da quella meravigliosa ragazza volante e dal suo asinello.

Ma è pronto in tavola. Tutti seduti, mentre la nonna stende il polentone, stasera è servito con il sugo. Il nonno a capotavola, io e le mie sorelle vocianti come le galline del pollaio, gli uomini che si raccontano i fatti della giornata, le donne che si danno consigli sulle cose da mettere in tavola e che riferiscono sul nostro comportamento (un po’ di ansia, sempre, poi passa…).

Ma, silenzio! Sono le sette e mezza, è ora di ascoltare Radio Sera. Un appuntamento che non si salta mai, e che arriva immancabilmente quando la cena sta finendo. La nonna e la zia lavano i piatti, la radio ci porta il mondo in casa. Alluvioni, guerre, notizie di calcio, pugilato e ciclismo, i preparativi per le Olimpiadi di Roma, l’anno prossimo. E, quasi ogni sera, “Qui Nueva York, vi parla Ruggero Orlando”: voce nasale, interferenze nell’etere, suoni marziani da un mondo lontano, alieno.

Soprattutto, per me, il segnale che è ora di andare a letto. Le mie sorelle mi avvolgono stretto stretto in un panno, c’è da passare dai 27-28 gradi della cucina ai 2-3 del mulino vecchio e delle scale per salire alle camere da letto. La polmonite è in agguato, la penicillina è stata scoperta da poco, non si sa mai. Salendo i gradini, mi diverto a grattare dal muro l’incredibile strato di muffa umida che si è accumulata dall’inizio della stagione fredda, e appena arrivato in camera gratto il ghiaccio dal vetro per vedere se, fuori, si vede qualcosa. Nulla, buio pestissimo, di nuovo la sensazione di essere in un fortino assediato, fuori gli Apaches e i Comanche e dentro i miei cari, tutti buoni, tutti felici di stare con me e io con loro.

La camera è sopra la cucina, appena appena un poco di calore passa, ma per poter entrare sotto le lenzuola c’è stato bisogno, ore prima, di mettere il “prete”, la magica struttura di legno con il bacile pieno di braci. Che meraviglia accovacciarsi in posizione fetale in quei pochi decimetri quadrati caldissimi, mentre le sorelle mi rimboccano le lenzuola.

E ora le preghiere. Il Padre Nostro, l’Ave Maria, l’Angelo Custode, il Requiem per i defunti, le domande a Dio, a Gesù e alla Vergine perché facciano star bene i miei. E a Santa Lucia, che non si dimentichi di quei doni tanto desiderati. E l’ultimo pensiero a Ruggero Orlando, là in quel pianeta lontano che si chiama Nueva York… Ma, nonno, come fa la voce ad arrivare fin qui, se lui è così tanto lontano? E tu sei mai stato in America? E come ci si va, in nave o in aeroplano? E, e, e….

Post scriptum

«Un tempo l’uomo nella sua cerchia familiare era legato alla vita universale – storica e cosmica – in un modo assai più ampio e saldo di oggi. […] Prima di impugnare il cucchiaio, il contadino cominciava col farsi il segno della croce e con questo solo gesto riflesso si legava alla terra e al cielo, al passato e al futuro». Andrej Sinjavskij

Luigi Paini

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