Ape Parma Museo
Ci sono le persone e i paesaggi, i viaggi e le architetture, il bianco e nero e il colore: il mondo visto attraverso magistrali scatti fotografici. «Giovanni Chiaramonte è, con Ugo Mulas e Luigi Ghirri, il maggior fotografo italiano ed europeo degli ultimi 60 anni». Lo dice subito e senza tema di smentita il professor Arturo Carlo Quintavalle, curatore della mostra, storico dell'arte di fama internazionale, ideatore e fondatore del Centro studi archivio della comunicazione (Csac) dell'Università di Parma dove ha insegnato Storia dell'arte, accademico dei Lincei, ieri pomeriggio all'inaugurazione della retrospettiva dedicata a un protagonista della scena internazionale del secondo Novecento (e oltre).
Apre oggi al pubblico la mostra «Giovanni Chiaramonte. Fotografia come misura del mondo» all'Ape Parma Museo, sede di Fondazione Monte Parma: 400 fotografie - 200 circa conservate allo Csac e altrettante donate alla Fondazione dalla famiglia Chiaramonte - che in modo esaustivo restituiscono il percorso dell'autore (1948-2023), fotografo, studioso e storico della fotografia, ma anche regista, intellettuale forte di studi filosofici e approfondimenti letterari.
I primi saluti e ringraziamenti nel giorno della presentazione sono quelli del vicepresidente e padrone di casa Angelo Vibi («con orgoglio ospitiamo questa primo grande tributo a un maestro» dice) e del sindaco Michele Guerra, che racconta il tempo delle frequentazioni assidue con Chiaramonte e parla dell'importante catalogo Electa. Carla Dini, segretaria generale della Fondazione e coordinatrice organizzativa della mostra - nonché anima delle iniziative culturali dell'ente - ricorda la genesi del progetto: «L'interesse per la fotografia è nato dall'incontro con il professor Quintavalle. In mostra 26 grandi lavori di Chiaramonte preceduti da pannelli esplicativi predisposti dal curatore insieme a Paolo Barbaro. Vanno letti».
Personaggio multiforme, appassionato di cinema - Chiaramonte è stato anche «regista al tempo delle occupazioni studentesche» spiega Quintavalle -, lettore appassionato di «Ezra Pound e Josif Alexandrovich Brodskij; studioso di Andrej Tarkovskij e della sua produzione filmica e narrativa» - introduce ancora Quintavalle -, potrebbe essere sviscerato in ognuno di questi suoi aspetti, tutti intriganti, ma la mostra parla del fotografo acuto che è stato e il curatore preferisce soffermarsi sulle «chiavi di lettura» utili ad affrontare il percorso espositivo proposto. Si riallaccia a quanto detto in principio, Quintavalle: «Con la ricerca di Mulas e di Ghirri, Chiarmaonte ha avuto significativi rapporti. Con Mulas per la scelta di analizzare sempre il linguaggio della fotografia, i suoi strumenti, la sua storia; con Ghirri, un amico da metà degli anni ’70 fino alla prematura scomparsa nel 1992, per la scelta di un diverso linguaggio e della funzione del fotografo».
Parte dalle origini, il relatore. E non possono mancare i collegamenti con la cultura dominante: «Ghirri e Chiaramonte e un gruppo di importanti fotografi iniziano un nuovo modo di fotografare il paesaggio che esclude la tradizionale immagine dei monumenti e sceglie i margini, le periferie urbane, il non paesaggio della rivoluzione industriale che nelle periferie concentra gli esclusi. Mentre Ghirri, dopo una prima esperienza concettuale, stabilisce un raffinato dialogo con la pittura metafisica e surrealista».
«Chiaramonte muove prima da una approfondita esperienza della foto di documento neorealista - dice ancora il professore -, poi da una riflessione concettuale sul linguaggio fotografico, infine elabora un modo originale di leggere e interpretare il mondo».
Quintavalle si sofferma sul legame di amicizia tra i due, in quanto determinante per comprendere le evoluzioni del pensiero e l'esplicitazione di questo nelle immagini. Esamina il periodo del bianco e nero, del realismo, delle novità che Chiaramonte introduce sia dal punto di vista tecnico sia da quello concettuale. Parla dell'idea di viaggio, colma di nostalgia per le terre d'origine dei suoi esordi, del passaggio al colore («Il colore per lui ha quasi sempre una lieve tonalità luminosa dove il giallo caldo è segno di una costante che Chiaramonte intende rappresentare, la presenza del divino che, sempre, il fotografo legge nel mondo»).
Scene sospese di luoghi e scorci dove luce e linee si intrecciano con sapiente perfezione, ma anche persone, frammenti di viaggio, natura. «Chiaramonte sa cogliere come pochi altri la vita, l'essenza dell'esistenza, e nelle sue foto le persone sono quasi sempre presenti, in primo piano o piccolissime nei luoghi più disparati, e con le persone il fotografo propone la sua riflessione sul mondo, una fede nella vita e nella esistenza che è certo un modello di racconto ma sopra tutto è e vuole e essere una riflessione sul mondo».
«La mostra - conclude Quintavalle - è organizzata in ordine cronologico con, nelle diverse sale, le foto che compongono ogni singola ricerca accompagnata da un breve cartello esplicativo. Sono esposti anche alcuni dei volumi scelti fra le molte pubblicazioni di Chiaramonte e, ancora, è esposta copia dei sei volumi della “Enciclopedia pratica per fotografare” (1978-1979) da me diretta dove Chiaramonte pubblica quattro importanti ricerche».
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