inserto la domenica - il racconto
Il racconto della domenica
«Caro il mio Tullio, credimi: nasciamo pacchi e moriamo pacchi. In mezzo ci infiliamo tutta la vita che si può, ma l’inizio e la fine si somigliano proprio tanto. Sia da bambini che da vecchi, qualcun altro ci porta in giro, decide cosa fare, cosa dobbiamo mangiare e a che ora mandarci a letto. A Natale è peggio, perché ci portano pure in trasferta.
Un bambino però si diverte un mondo a vedere posti nuovi, a farsi scarrozzare in giro, coi parenti che lo coprono di regali e gli strizzano le guance, per controllare se sono morbide come sembrano. E di anno in anno non vede l’ora che il Natale ritorni, con le luci, i doni sotto l’albero, la neve.
Con noi vecchi la ruota gira in un altro verso, siamo un pacco in versione più triste.
Non me ne voglia Nostro Signore, ma vorrei che il suo Natale non arrivasse mai. Il “pacco-nonno” Tino è spedito in vacanza coatta alla Casa di riposo, per essere poi ritirato alla fine della doppia settimana bianca di figli e nipoti. Perché io con loro non posso andare.
“Fa troppo freddo. Poi ti ammali”, mi dicono sempre.
Anche se non faccio un raffreddore da dieci anni e mi inietto tutti i vaccini che la medicina mette al mondo.
“Così stai un po’ insieme al tuo vecchio amico Tullio!”, concludono.
È vero, mi fa piacere rivederti, ma mi basterebbe la mezza giornata che ci concediamo ogni tanto. Non offenderti, ma due settimane sono un po’ lunghine…
D’altra parte, questo soggiorno invernale è un modo per familiarizzare con l’ambiente, per essere pronto al grande momento. Quello in cui il biglietto per questo bel posticino pulito e ordinato sarà di sola andata ed il pacco nonno verrà inserito nello scaffale degli obsoleti.
Ehi Tullio! Perché mi guardi con gli occhi fissi? È una storia triste? Ti capisco. Per te l’autobus fin qui ha già fatto inversione a U e ti ha salutato con un colpo di clacson. Ma ormai tu capisci poco di quello che ti sta intorno. Brutta bestia, l’ictus. Non so neppure se sto parlando davvero con te o con un insieme di muscoli e fibre senza più pensieri. Eppure, sai che se mi dovesse capitare la tua stessa cosa, spero che ci sia qualcuno che continui a parlarmi, come sto facendo io adesso. Voglio essere considerato vivo, finché sono vivo, anche imbambolato davanti a un presepe.
A proposito, ti piace quello che hanno messo nell’angolo laggiù? I bimbi dell’asilo che sono venuti a prepararlo con le maestre mi facevano tenerezza. Così piccolini, mescolati in mezzo a noi vecchi, totali sconosciuti, armati di bastoni, carrozzine e deambulatori, secondo me gli abbiamo fatto un po’ paura. Erano tutti stretti a mucchio, come i pinguini che si vedono ogni tanto nei documentari alla televisione.
Negli ultimi anni, vedere il presepe mi dà sempre una sensazione strana, mi vengono in mente un sacco di cose, un groviglio di gioie e tristezze.
Penso a tutti i presepi a cui non ho fatto nessuna attenzione, dove gli occhi si lasciavano catturare più dalle luci intermittenti di una Betlemme trasformata in discoteca, che dalla piccola statuina nella capanna, un pezzo di plastica in mezzo ad altri pezzi di plastica.
Eppure, ci sono stati giorni in cui non vedevo l’ora che arrivasse il momento di tirare fuori dall’armadio angeli, pastori, pecore e cammelli. Sono periodi che passano veloci, come l’influenza. Da piccolo mi incantavo davanti a quegli omini alti come le palme e alla neve fatta di palline elastiche bianche, domandandomi cosa ci facesse un bambino seminudo lì in mezzo. Poi c’è stato un lungo black-out, fino a quando sono arrivati i figli e mi sono vestito di nuovo da santo costruttore. Ho dovuto tollerare la presenza di qualche tirannosauro, nascosto fra le statuine a caccia di pecore, di soldatini col fucile spianato e di qualche fatina con le ali colorate. Tuttavia, anche quell’influenza è passata, così i figli sono diventati grandi ed il presepe si è rimpicciolito, ridotto a una capanna solitaria sulla mensola dell’ingresso, popolata solo dal minimo sindacale di bue, asinello, Sacra famiglia e mangiatoia con un Gesù bambino scolorito. In attesa dei nipotini, i quali sono andati e venuti, come un temporale estivo. Devo ammettere però che mi hanno colorato le giornate; sono stato per qualche tempo il loro custode, il cantastorie, l’eroe, finché da bimbetti adoranti si sono trasformati poco alla volta in perfetti sconosciuti: “Ciao, nonno. Tutto bene? Scusa, ma devo andare.”
Cosa ci vuoi fare, Tullio? In fondo, è un cerchio che si chiude. Anch’io devo aver fatto una cosa del genere coi miei nonni e coi miei genitori, e chi di spada ferisce…
Non mi dici niente? Sei perplesso? Dici che non dovevo mescolare lo spumante del brindisi con le pillole della terapia serale?
Ti giuro però che non ce l’ho coi miei per essere stato mandato qui a Natale, sono solo un po’ triste. Mi rendo conto che il timer sta arrivando in fondo e non sono mica pronto per andare a vedere cosa c’è dall’altra parte. Però, anche se nella vita non sono stato un santo, ho sempre cercato di andare d’accordo con tutti, quindi mi auguro che il giudice sia clemente e mi conceda un po’ di attenuanti. Vale anche per te, sai? Ci conosciamo sin da ragazzi e sei sempre stato una brava persona. E forse c’è un motivo per cui finiamo la vita come pacchi in una casa di riposo: dobbiamo prepararci alla consegna finale in qualche posto lassù, dove qualcuno ci scarterà come un regalo, tirando via tutti gli strati inutili con cui abbiamo vissuto, per scoprire quello che di buono avremo dentro. Speriamo solo di averne accumulato a sufficienza!
Ecco là le infermiere che ci richiamano all’ordine. Inizia il coprifuoco!
Buona notte e Buon Natale, amico mio!
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