CULTURA
Via Luigi Pigorini: una pallida targa in marmo intitola così la via che, fiancheggiando il giardino del Museo archeologico conduce dal lungo Parma in Ghiaia; pochi probabilmente sanno che Pigorini, è considerato il padre fondatore della archeologia preistorica italiana.
Nato a Fontanellato nel 1842, fin da giovanissimo mostra interesse per gli studi di antichità e, accolto come volontario al Museo di Antichità solo quattordicenne, a sedici ne è nominato “alunno” con una retribuzione e il compito di coadiuvare il direttore, Michele Lopez, nella sistemazione di monete e medaglie; poco tempo dopo arriva però l’incontro che segnerà la svolta della sua vita professionale.
Tra 1854 e 1855, in Svizzera, grazie a scoperte casuali, erano iniziate le ricerche sui siti palafitticoli; l’eco di queste ricerche e dell’attribuzione di questi ritrovamenti a epoche ben più antiche rispetto a quelle di cui si occupavano gli studiosi di antichità, si estende anche a sud delle Alpi, tra gli studiosi di formazione naturalistica. Il primo ad avviare indagini analoghe è Bartolomeo Gastaldi, geologo di Torino che si interessa ai materiali provenienti dalle palafitte prealpine e dalle mariere dell’Emilia. Per questa ragione, agli inizi del 1861, si reca in visita al Museo di Parma, dove lo accompagna Pellegrino Strobel, docente di Storia naturale alla locale Università, e li assiste un giovanissimo Pigorini.
Dopo questa visita, nella primavera del 1861, Strobel decide di intraprendere in modo sistematico lo studio delle “mariere” e chiede a Pigorini, di affiancarlo; pur appartenenti a due generazioni diverse (40 anni Strobel, 19 Pigorini), i due trascorrono l’estate visitando il maggior numero di mariere note nel Parmense, dando inizio a un lunghissimo sodalizio. Con il termine mariere (o anche “marniere” o “terra marna”) il mondo agricolo indicava da tempo delle motte di terreno scuro, estese da uno a qualche ettaro ed elevate di qualche metro sul piano circostante, presenti nelle campagne emiliane; il terreno, molto organico, era considerato un ottimo fertilizzante ed estratto per essere venduto e redistribuito sui prati stabili. Le operazioni di cava portavano però alla luce vasi, oggetti in bronzo, in corno, elementi lignei, ossa animali che solo i proprietari terrieri più coscienziosi si premuravano di salvare e consegnare al Museo di Antichità.
Fin dai primi sopralluoghi, Strobel e Pigorini riconoscono in queste collinette i resti di villaggi, da inquadrare nell’età del Bronzo; riprendendo poi il termine usato dai contadini, denominano questi villaggi “terramare”, nome tuttora in uso nella terminologia archeologica. Dopo le prime pubblicazioni (1861-1864), l’attività sul campo si ferma per qualche tempo: Pigorini si reca in viaggio di studio, prima in Svizzera, luogo delle scoperte palafitticole, poi in Italia centrale e a Roma, sicuramente dietro la spinta di Lopez che cercava di distogliere il suo probabile successore, nella direzione del Museo, da questa sciagurata passione per l’”Alta Antichità”.
E, invece, il giovane discepolo a Roma, durante le sedute dell’istituto di Corrispondenza Archeologica, prende la parola di fronte a prelati di ogni levatura e parla dell’”Alta Antichità” facendo inorridire la sala “alla barbara parola”, poiché quella era “la prima volta che a Roma si è trattato e parlato di Alta antichità”. Nel 1867, al pensionamento di Lopez, Pigorini viene effettivamente nominato, Direttore: sotto la sua guida si forma la sezione preistorica del Museo di Parma, costituita quasi esclusivamente dai materiali provenienti dalle terramare.
La “nuova scienza” intanto corre: i paletnologi di gran parte d’Europa decidono di organizzare un annuale Congresso: il primo (1866) si tiene a Neuchâtel, il secondo a Parigi (1867) dove assume il titolo definitivo di “Congrès International d’Anthropologie et d’Archéologie préhistoriques”, seguono Norwich (1868), poi Copenaghen (1869); nel 1870 è prevista Bologna, uno dei centri più dinamici e impegnati nel campo delle ricerche di ambito pre-protostorico, ma il Congresso slitta all’ottobre 1871. Pigorini, naturalmente presente a Bologna, sarà poi uno dei rappresentanti dell’Italia anche nelle successive sessioni di Stoccolma (1874) e Budapest (1876); ed è intorno a queste date che l’archeologia preistorica del nostro paese e la sua carriera compiono un balzo notevole.
Nel 1875 esce a cura di Gaetano Chierici, Pigorini e Strobel il primo numero del Bullettino di Paletnologia Italiana, rivista (tuttora in corso) dedicata all’archeologia preistorica del nostro paese, ma appena avviata questa impresa Pigorini è chiamato a Roma per costituire un Museo preistorico ed etnografico nazionale: le antichità preromane rappresentano un significativo fattore di coesione e identità nazionale e, inoltre, la nuova capitale deve essere messa alla pari con le altre capitali europee. Nel 1876 il museo, più vuoto che pieno, viene inaugurato da Vittorio Emanuele; alla domanda un po’ sarcastica sulla carenza di materiali, qualcuno risponde che tale scarsità è una fortuna, perché si potrà costituire la raccolta scegliendo i migliori reperti. E le raccolte, di materiali preistorici ed etnografici, si compongono rapidamente tramite donazioni e scambi, dovuti in gran parte alla stima di cui gode ovunque il direttore del nuovo Museo, ma anche alla sua proverbiale caparbietà: Re Umberto, ricevuti dei doni da Menelik dichiara che “bisogna mandarli a Pigorini, altrimenti se li viene a prendere”. L’aspetto simpatico va però di pari passo con il malumore di molti musei provinciali, da cui il Museo nazionale continua a pretendere reperti; le collezioni di Parma e di Reggio Emilia sono strenuamente difese da Strobel e Chierici che, senza mezzi termini, definiscono l’amico e collega “spogliatore” e “aquila romana”.
Dopo la scomparsa di Strobel (1895), gli scambi con il Museo di Parma diventano più facili, poiché Giovanni Mariotti, direttore dal 1875 del Museo di Antichità, è incapace di opporsi al suo maestro. E proprio per il suo maestro, Mariotti, nel 1908, cinquantenario dell’ingresso ufficiale di Pigorini nel mondo delle antichità, organizza una straordinaria giornata celebrativa presso l’Aula Magna dell’Università: Pigorini riceve una medaglia d’oro come “principe de’ paletnologi” e la cittadinanza onoraria di Parma, mentre il giorno successivo gli viene intitolata una delle sale (quella dedicata alla preistoria) del Museo di Antichità. La Gazzetta di Parma del 27 ottobre 1908 dedica un’intera pagina al resoconto dell’evento: l’elenco delle autorità e delle personalità presenti, il testo dei telegrammi ricevuti, i discorsi danno la misura della stima e della fama di cui Pigorini gode, ma particolarmente significative appaiono le parole da lui pronunciate: “Ho passato la parte migliore della mia vita facendo semplicemente il mio dovere, ma questo è obbligo di tutti. Avete forse colto l’occasione per onorare quel piccolo gruppo che vide la nuova scienza che sorgeva”.
A distanza di pochi anni giungono poi altri riconoscimenti: nel 1912 viene nominato, per meriti accademici, senatore del Regno e nello stesso anno un numero infinito di discepoli, colleghi, estimatori affidano allo scultore Ettore Ximenes la realizzazione di un busto in bronzo, inaugurato nel 1914 e tuttora esposto all’ingresso del Museo preistorico nazionale che oggi a Pigorini è intitolato.
Lasciate la direzione del Museo e la cattedra universitaria, Pigorini ottantenne si trova costretto ad abbandonare anche Roma, perché le sue finanze non gli consentono di restare nella capitale; si trasferisce così a Padova, dove vive e lavora il figlio. Qui muore nel 1925 e viene sepolto con funerali di stato.
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