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ALLE RADICI DELLA CONOSCENZA

Imhotep, primo genio della storia

Imhotep, primo genio della storia

24 Marzo 2025, 14:53

Se genio significa colui che ha la potenza creatrice dello spirito umano, se significa che solo pochi individui eccezionali hanno innata questa virtù, se significa che attraverso questa essi giungono a straordinarie altezze nell’ambito delle scienze e delle arti, allora possiamo dire, senza ombra di dubbio, che Imhotep è stato il primo genio della storia.

Le sue opere, tutte le sue opere, dall’architettura, alla medicina e sino alla poesia dimostrano la sua attitudine naturale a fare cose di rilevante importanza scientifica, artistica e sociale.

Nasce a Menfi nel 2.700 a.C., nel periodo che l’Egitto, con la III° dinastia e il suo faraone Djoser, si affaccia alla storia. L’Antico Regno ha ormai 500 anni.

E’ in questo contesto storico e temporale che Imhotep entra alla corte del Re come architetto della corona. Quest’uomo minuto, piccolo di statura crede nei suoi déi, vede il Faraone come uno di loro e lo vuole omaggiare con un monumento che dovrà vincere il tempo. Sa perfettamente che se costruisce la sua tomba come una normale mastaba fatta di mattoni crudi, questa non reggerà al trascorrere del tempo. I mattoni impastati con la paglia e cotti al sole, sono deperibile, si sfaldano, non reggono al calore del deserto. E poi, si chiede, perché una mastaba, perché una tomba come tante altre. Imhotep vuole per il suo Faraone qualcosa di eccezionale. Ed ecco, allora, che il Genio si attiva e concepisce una scala fatta di mastabe di diversa grandezza che sale verso il cielo, verso le stelle, dimora eterna del suo Re. Il Genio partorisce l’idea che nessun altro aveva avuto: deve utilizzare la pietra se vuole che il monumento vinca il tempo. Traduce, così, in pietra il vecchio mattone crudo, squadra il calcare in modo che risulti eterno e possa giungere ai posteri in modo tale che essi possano ammirare la grandezza e la gloria del suo Re. Ma il Genio non di ferma qui. Userà la pietra in tutto il grande complesso che dovrà assomigliare al grande “muro Bianco” che il Faraone Menes costruì intorno alla sua reggia a Menfi quando questa divenne la nuova capitale dell’unificato regno di Egitto. Menes lo costruì in mattoni bianchi, di qui il nome, Imhotep lo costruì in pietra bianca. Il primo è stato vinto dal tempo, il secondo ha vinto il tempo. Ma la tomba non poteva essere solo un capolavoro esteriore. Nel sottosuolo l’architetto costruisce un labirinto di corridoi, camere, gallerie per una lunghezza totale di alcuni chilometri. Queste camere e queste gallerie sono collegate al pozzo centrale profondo 28 metri. Poi costruisce 4 gallerie collegate ad un magazzino orientando le gallerie stesse con i 4 punti cardinali e decora la galleria orientale con figure di Djoser, quindi riveste le pareti con piastrelle di faience blu. Inoltre scava un dedalo di pozzi e di altre gallerie destinate ad accogliere le sepolture degli altri membri della famiglia reale, e alcune gallerie le riempie con numerosi tesori e corredi funebri provenienti da altre dinastie.

Un omaggio del Faraone ai suoi predecessori.

Ed è proprio nella costruzione del muro bianco che Imhotep esprime tutto il suo genio adottando delle soluzioni talmente innovatrici da farcelo apparire come il genio creatore dell’architettura. Inventò tutto: la colonna scanalata, quella liscia, i portici, i propilei, le lesene, i capitelli nelle forme più fantasiose con foglie pendule, tempietti, edicole, padiglioni concepiti con linea leggera ed elegantissima.

Ma Imhotep non si fermò alla costruzione della piramide a gradoni, com’è chiamata oggi, il suo Genio si riversò, come un fiume, sul tempio di Edfu, che, come dice la leggenda, fu da lui realizzato su diretta ispirazione divina del dio Ptah protettore della città di Menfi.

Le sue capacità, però, si rivolsero anche ad altri campi. La sua genialità non si fermò all’architettura, ma spaziò anche nella medicina e nella poesia oltre nella partecipazione, in prima persona e con un ruolo di altissimo prestigio, alla vita religiosa dello Stato. Fu infatti “primo sacerdote lettore” del tempio di Melfi. Il suo compito era quello di leggere e recitare le scritture del libro sacro, quello di essere in comunione con i familiari del defunto durante la mummificazione e, principalmente, quello di presiedere all’apertura della bocca del defunto in modo da permettergli di poter parlare con gli dèi, infine il sacerdote lettore doveva inumidire i suoi occhi per permettergli di vedere. Questo ruolo era, infatti, considerato il ponte che doveva unire il mondo divino e quello terrestre. Un ruolo, dunque, di altissima considerazione in una società, quella egizia, che vedeva nel passaggio tra la vita terrena e quella eterna, l’unico fine e l’unico scopo dell’esistenza sulla terra.

Ma se importante fu il suo ruolo in campo religioso, altrettanto importante furono gli studi che Imhotep intraprese nel campo medico.

Nelle città, nei villaggi, lungo le sponde del Nilo e sino alla lontana Nubia, Imhotep era conosciuto come l’uomo della medicina più valente e preparato dell’intero regno.

La sua straordinaria capacità curativa era nota ed apprezzata in tutto l’Egitto, dagli sperduti villaggi, alla grande pianura fertile del delta, dai templi della capitale agli lontani luoghi di culto dell’Alto Egitto.

Ma è in quello che oggi chiamiamo il Papiro di Edwin Smith che possiamo leggere come il suo genio abbia toccato le vette più alte del sapere.

Questo documento parla di una medicina che ha un approccio moderno e scientifico, lontano dalle arte magiche praticate in quel tempo. Non scordiamoci che siamo nel 2.650 a.C.

Qui si parla di una medicina che, partendo dall’anamnesi di ogni caso ci mostra come si deve ricercare la causa che ha determinato il sorgere della malattia e ci detta tutte

le cure necessarie a risolvere il problema. Nel papiro, inoltre, si legge come Imhotep cerchi di capire come possa avvenire uno scambio di sostanze nutritive tra il cervello e il sangue. Aveva individuato il liquido cefalorachidiano ed aperto una strada che sarà in seguito percorsa da altri scienziati. Oggi molti medici plaudono a questa scoperta e al metodo adottato da Imhotep. Ma come sempre succede, anche per Imhotep, la consacrazione per tutto ciò che aveva scoperto e che aveva lasciato ai posteri, la ebbe mille anni dopo, quando, durante il Nuovo regno, gli fu riconosciuto il ruolo di semidio prima e di dio dopo, associando la sua divinità al dio Ptah.

Il papiro di Smith in nostre mani è scritto in ieratico, la lingua degli scriba, e risale al secondo periodo intermedio, intorno al 1.600. circa a.C., cioè è stato scritto 1.100 anni dopo la morte di Imhotep. Allora come possiamo dire che il documento è suo?

Gli studiosi e i filologi ritengono che il papiro attuale non sia altro che una copia di un manoscritto risalente all’Antico Regno. Questi scienziati, dopo gli esami linguistici e strutturali, evidenziano una grammatica e una terminologia arcaica risalenti alla III° dinastia, inoltre essi mettono in risalto che lo stesso è stato scritto da almeno due diverse mani, quindi affermano che è stato copiato da altra fonte. Ecco perché molti ritengono che il vero autore non fosse altro che il nostro Genio. Non possiamo, ovviamente, averne certezza. Il nostro affermare è basato su delle intuizioni, su degli esami o su altri dati che possiamo leggere e capire ma questi non ci permettono di attribuirlo con certezza ad uno preciso autore. Il papiro di Smith è una raccolta di 48 casi clinici che, partendo, come detto, dalla ricerca del perché della malattia ci porta a leggere la prognosi e le cure legate a casi riferiti a malattie della testa, della colonna vertebrale, delle costole e, addirittura, al caso di un tumore e un ascesso nel petto, ma sempre lontano da quella magia che, in quel tempo, era l’aspetto più significativo della vita di ogni egizio. Il tumore era conosciuto come una malattia oscura, misteriosa, ed era chiamato “il male che mangia le cellule”.

Difficile, a questo punto, non vedere in Imhotep il nostro Leonardo da Vinci che apre, seziona, studia e disegna gli organi interni dei cadaveri che comperava nei cimiteri. La raccolta di questi disegni rappresenta, ancora oggi, un trattato di anatomia di grande importanza. E se Leonardo disegnò gli organi interni, Imhotep si fermò a descrivere il corpo umano e le sue reazioni di fronte a malattie e traumi.

Per quanto sopra, per questo suo desiderio di conoscere, capire ed esplorare ogni parte del corpo umano e per la molteplicità dei campi che il suo intelletto aveva esplorato, Imhotep è stato definito da molti storici il Leonardo da Vinci dell’Egitto antico. E se il suo nome viene anche oggi ricordato come quello dei Faraoni è perché Imhotep non fu un semplice servitore dello Stato, ma fu prima un semidio e poi una divinità vera e propria.

Non ci resta, per concludere, che esaminare l’attività poetica di Imhotep. Lui conosceva il suo popolo e sapeva quanto era grande la considerazione che esso aveva per lui. A questo popolo lasciò numerosi e brevi scritti, rinomati per il ritmo e per la correttezza formale, lasciò nenie, e la più conosciuta, chiamata la canzone di Harper condensa la filosofia di Imhotep sulla vita, descrivendo la sua caducità e sottolineando che essa deve essere vissuta e goduto sino all’ultimo momento.

Imhotep ci ha lasciato in eredità un insieme di grandi opere, di grandi scritti e di grandi pensieri. Tutto di lui ci è chiaro, tutto di lui è visibile. L’unica cosa che si è tenuto per sé, l’unica cosa che non ha voluto mostrare agli uomini è la sua tomba, il luogo, cioè, dove riposa per l’eternità. Forse lo ha fatto perché non voleva essere disturbato da nessun altro uomo, che fosse un archeologo, uno studioso, un poeta o un altro genio. Il Genio era lui e questo, per i posteri, doveva essere più che sufficiente.

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