ARTE
Il pittore fidentino Simone Ponzi (1971), docente di storia dell’arte al Liceo Scientifico G. Ulivi di Parma, ha inaugurato la propria mostra personale nella storica galleria bolognese L’Ariete, dal titolo “Terre dense”. Prendendo in prestito le parole del curatore Pasquale Fameli: «La pratica artistica di Ponzi si configura come un esercizio perpetuo di sospensione tra poli opposti: figurazione e astrazione, icasticità e iconicità, chiarezza e opacità, ordine e caos».

La ricerca di Ponzi, infatti, da quindici anni è indirizzata alla creazione di immagini come fossero eventi che si producono in un dato tempo su una superficie, principalmente di carta intelaiata o applicata su tavola di legno. Su di essa, il suo estro, la sua sensibilità e la sua perizia tecnica danno vita a un linguaggio visuale che rifugge ogni aneddotica e ogni linearità narrativa, nutrendosi invece di attriti e fratture, che conducono gradualmente a una rarefazione delle apparenze e alla frantumazione del paesaggio naturale in un’epidermide irregolare.
Come notava già anni fa il critico e storico dell’arte Claudio Cerritelli: «Quelli di Ponzi sono “impronte del visibile” a cui si giunge attraverso un assottigliamento di quegli “umori vegetali” ed “evocazioni erboree” a cui l’artista si affida, per accedere a processi intimi di erosione e riscrittura pittorica. Si tratta di lavori a tecnica mista, frutto di una scelta lirica che offre allo spettatore attento la possibilità di vivere un’esperienza percettiva che non è mai puramente contemplativa, ma implica una presa di posizione, un confronto fisico con l’opera».
Ribadisce con precisione e perspicacia Fameli: «La tensione che orienta i processi generativi di Ponzi scoraggia ogni tentativo di stabilizzazione semantica. Le immagini non si offrono mai come superfici pacificate, ma come campi di forze contrarie, in cui segni, tracce, carte e materia entrano in collisione e si connettono secondo logiche non gerarchiche».
Ponzi dimostra abilità nel plasmare immagini che si generano da una spazialità non predeterminata, ricorrendo a stratificazioni di carte e sovrapposizioni di segni grafici che si amalgamano alla materialità pittorica, più o meno diluita, in una coralità di azioni: gesti istintivi, decisioni continue, ripensamenti, correzioni. Le sue opere si configurano come un archivio visivo e temporale, luoghi di sedimentazione in cui il tempo non è lineare, ma compresso.

Afferma Ponzi in merito al proprio lavoro esposto: «Il campo dell’opera d’arte, per come lo intendo, è un luogo di interrogazione più che di asserzione. Non mi limito a fornire risposte, ma tento di porre domande. Abitare la complessità e l’incertezza, accettando l’ambiguità come motore conoscitivo, sono gli elementi che sento caratterizzare maggiormente la mia ricerca.
Parto da frammenti di paesaggio, da luoghi che ho vissuto in prima persona, ormai lontani nel tempo e nella memoria. Le fotografie sparse nello studio possono innescare un cortocircuito, un ricordo, da cui il mio lavoro prende avvio, ma è il procedimento ad avere la meglio. Dall’alchimia delle carte, che preparo con tempere, oli, diluente, acqua e polveri, emerge una possibile immagine: spetta poi al pittore, in bilico tra ordine e caos, indirizzarla — o meglio tentare di indirizzarla — verso la forma.
Se il lavoro che nasce, senza uno scopo iniziale, disorienta e ha la forza di imporsi, di convincere il mio occhio, allora lo tengo, lo isolo e, attraverso gli strumenti del dipingere, lo rendo immagine».
Tommaso Villani
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