INTERVISTA
Provate a pensare a Lady Gaga, la signorina Germanotta, in gara a Sanremo insieme a Ditonellapiaga. Oppure a Billie Eilish a rischio eliminazione con Levante. O ancora al Boss Springsteeen che canta in italiano sul palco dell'Ariston in lo stesso brano di Chiello... Se niente è impossibile, diciamo che qui siamo comunque nella terra dell'altamente (è un eufemismo) improbabile. Eppure, c'è stata una stagione - pazza e meravigliosa - in cui al Festival, in competizione (e non come semplici super ospiti) arrivava gente come Louis Armstrong e Stevie Wonder, Cher e Wilson Pickett: mostri sacri che si esibivano nella lingua di Dante, abbinati a cantanti italiani assai meno, almeno a livello internazionale, famosi di loro.
È la storia incredibile - ma documentata assai - che ora racconta Gabriele Grasselli in un libro appassionante e sorprendente, «Mi va di cantare (in italiano)» (Coniglio editore, pagine 346), dove il giornalista e scrittore fidentino ripercorre, con una straordinaria ricchezza di informazioni, aneddoti e curiosità, l'epoca d'oro del Festival di Sanremo, quando, dal 1964 al 1972, in competizione arrivarono dall'estero nomi (e voci) da fare tremare i polsi. Militante senza rimorsi della nostalgia, alfiere pop di un mondo di ieri che non smette di meritare l'attenzione di quello di oggi, Grasselli, per una vita (e fino al 2024) in Gazzetta, è - senza ombra di dubbio - «uno dei nostri»: una di quelle persone, generose e curiose della vita, con cui rimpiangi di non lavorare più. Ma sei felice di averlo fatto.
Sono stati anni davvero affascinanti e non sono molto conosciuti: i boomer sono sempre meno e i giovani di questa storia non sanno nulla. Così mi è sembrato interessante parlarne. Anche perché se leggi i giornali di allora ti accorgi che c’era un fermento culturale davvero incredibile: che riguardava oltre alla canzone, il teatro, il cinema, i libri... E l’argomento Sanremo veniva preso in considerazione da riviste di livello altissimo: il pezzo su Sonny e Cher che arrivano a Sanremo, per dire, lo scrisse Peter Bogdanovich, il regista di “Paper Moon” e de “L'ultimo spettacolo”. Gli stessi giornalisti italiani, che spesso erano grandi firme come Giorgio Bocca, erano meravigliati dalla quantità di stampa estera arrivata da tutto il mondo per seguire Sanremo: c'era la Tass, i giapponesi, ma anche gli americani mandavano una troupe che doveva registrare i festival per i soldati dislocati in varie parti del mondo...
«Sì, non c'è dubbio: era già anziano, ma parliamo di un musicista che in quel momento era leggenda vivente. Come lo hanno convinto? Con i soldi: che erano così tanti che lui infatti pensava di dovere fare un concerto.
«Sì, lui era talmente alieno da una situazione di questo tipo che non aveva bene idea di quello che dovesse fare. A lui tra l'altro avevano mandato quattro canzoni perché scegliesse quella che gli piaceva di più: quindi venne organizzata una giornata di prove in uno studio di registrazione a New York dove con i suoi musicisti le ha preparate tutte. Con Armstrong c'era anche un docente universitario che gli doveva insegnare la pronuncia in italiano: il risultato fu catastrofico. Alla fine la canzone prescelta fu “Mi va di cantare”, che dà il nome al libro: il jazzista venne abbinato a Lara Saint Paul. La session newyorchese durò una settimana. E tutto questo per il Festival di Sanremo».

All'epoca c'era anche
chi ebbe
il coraggio di criticare quei Festival dove c’erano Paul Anka e Steve Wonder: cosa dovremmo dire
di quelli di adesso?
«Sì, anche perché tutti tra l'altro temevano per la sua salute. Ma devo dirti che una delle cose che mi ha più colpito è il fatto di scoprire che tutti questi cantanti stranieri prendevano molto sul serio l'impegno sanremese. Tanto che molti di loro erano un po' stupiti di vedere che i cantanti italiani alle prove erano approssimativi. Loro, dall'incisione, all'esibizione e alla promozione erano sempre molto seri».
«Oggi sarebbe impossibile: allora accadde perché la discografia italiana era talmente florida che poteva permettersi di portare a Sanremo artisti stranieri famosissimi. Però all’epoca venne vista come una cosa normale, anche dal pubblico: magari un po’ stranito che Louis Armstrong cantasse in italiano al Festival e fosse a rischio eliminazione, ma nemmeno troppo. A pensarla oggi sarebbe folle. Tra l’altro quei Sanremo venivano anche snobbati da una certa critica con la puzza sotto al naso: ma se diamo contro a quei Festival dove c’erano Paul Anka e Steve Wonder cosa dovremmo dire di quelli di adesso? Un Festival con quella formula sarebbe davvero impensabile: e non solo per ragioni economiche. Gli stranieri non verrebbero mai, ma non ci sono più neppure i big italiani: pensa che nei festival di quegli anni in una serata ti potevano capitare uno dietro l'altro Celentano, Battisti, Dalla, Tenco, Milva, la Vanoni... Adesso con tutto il bene c'è Sal da Vinci: chi ci metti di fianco?».
«Fino alla tv in bianco e nero, otto anni: anche perché poi la musica è cambiata, sono arrivati cantautori. E' vero che in Italia siamo esterofili ma in questo caso chiudere la gara agli stranieri significò buttare via il bambino insieme all'acqua sporca. Nemmeno gli organizzatori e la Rai avevano capito cosa avevano in mano. La serata finale era in Eurovisione, ma solo la prima parte, quella dove cantavano gli italiani. Un assurdo: ma i sindacati dei cantanti italiani si imposero. Così uno come Louis Armstrong non venne trasmesso in Eurovisione...».
«Con i festival di Aragozzini, negli anni '90. Arriva anche Ray Charles che canta una canzone di Cutugno che fatta da lui sembra un'altra. Ovviamente più bella di quella che cantava Cutugno... Ma non è stata la stessa cosa: anche perché questi big non hanno inciso le canzoni che hanno cantato a Sanremo, né per il mercato italiano né per quello straniero. E quindi è finita lì».
«Sì, intervistare i “superstiti” come Pino Donaggio è stato molto divertente: l'unica a cui mi è spiaciuto non riuscire ad arrivare è Caterina Caselli, anche perché sono sempre stato un suo grande fan».
«È un'altra cosa che mi sono divertito a fare: scoprire questo archivio fotografico della Publifoto, poi acquisito da Intesa/San Paolo. È straordinario. Mi hanno concesso 60 foto davvero bellissime, ma ne avrei volute più del doppio».
«Diciamo che è stato lì lì per partecipare. E anche Joan Baez. Mentre Tom Jones ha detto che sarebbe venuto solo per cantare la canzone vincitrice: voleva sapere prima quella che avrebbe vinto...»
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