Il marchio è ancora fortissimo. I settori d'eccellenza si trovano di fronte ai cambiamenti del digitale e della sostenibilità
di Sara Colonna
26 Luglio 2024, 13:29
Non è considerato un materiale ma ogni singolo prodotto certificato Made in Italy è fatto di questo: una antica tradizione che resiste al passare del tempo fino a rivelarsi la più adatta al cambiamento. Abbigliamento, arredamento e design, prodotti enogastronomici, cosmetici: vale 600 miliardi di euro l’economia che ruota attorno al Made in Italy di eccellenza prodotto da circa 400 mila imprese manifatturiere appartenenti a diversi comparti. E proprio a detta delle aziende della manifattura, il cosiddetto saper fare artigianale contribuisce al 54% del fatturato del settore. In nove casi su dieci le imprese sono convinte che le competenze apprese dalla tradizione artigianale non possono essere sostituite dai macchinari. Il saper fare si configura come il fattore critico di successo nel mercato interno e nello scacchiere internazionale perché consente di rispondere in maniera celere efficiente ai repentini cambiamenti di gusti dei consumatori.
Il problema è come mantenere su di giri il motore della competitività se la benzina inizia a scarseggiare: è in atto una progressiva perdita di risorse di competenze specialistiche con la difficoltà nel reperire di nuove tra apprendisti e professionalità già formate. Il valore della artigianalità è una caratteristica distintiva e universalmente riconosciuta che consente ai nostri prodotti di essere più competitivi e recipienti e viene percepita dal consumatore finale come un valore aggiunto per il quale è disposto a pagare di più. Secondo una ricerca internazionale condotta dall’ufficio studi di Banca Ifis realizzata tra circa 3000 persone in Italia e all'estero, il 92% degli italiani intervistati e il 76% di quelli stranieri si dichiarano disposti a investire di più se il prodotto è certificato Made in Italy. Tra gli stranieri quelli più propensi sono i cinesi ( 90%), seguiti dagli statunitensi (78%), e dai britannici ( 74%). Gli elementi che concorrono a giustificare una spesa maggiore sono il design sofisticato per gli stranieri e la garanzia di sicurezza per gli italiani. La Cina è paese più propenso con la quasi totalità dei consumatori (96%) a ricondurre a artigianalità e organizzazione al concetto di lusso, seguita da Italia (87%), Regno Unito (86%) e Stati Uniti ( 79%). La ricerca di prodotti che abbiano un alto livello di artigianalità e personalizzazione caratterizza le esperienze di acquisto del 91% degli italiani e dell'82% degli acquirenti stranieri. Se lo stile del Made in Italy è fatto di creatività con il suo portato di esperienza, qualità e tradizione, che garantiscono l'esperienza d'acquisto un successo di mercato moltiplicando il valore intrinseco dei prodotti, la crescita rappresenta una vera sfida globale. Il punto di partenza è il tessuto economico italiano che si regge su una miriade di micro e piccole imprese, vere e proprie multinazionali tascabili con il cuore in Italia e la testa nel mondo e con storie degne delle migliori saghe familiari. Ma oggi essere multinazionali tascabili non basta più. L’obiettivo della crescita dell'export spesso avviene attraverso acquisizioni internazionali per espandere la presenza in nuovi mercati e consolidare la posizione in quelli già presidiati. Tutto questo attraverso una combinazione di iniziative come partnership strategiche e acquisizioni, che sono mosse tipiche di una multinazionale a tutti gli effetti. Mantenere l’expertise italiana all'interno di realtà straniere che possano far fare alle aziende del Made in Italy il salto di qualità i mercati complessi è un atto altrettanto creativo. L’Italia in prospettiva peserà sempre di meno sui mercati internazionali per il calo dei consumi e la diminuzione della popolazione. Al centro della strategia di crescita e rinascita continua del Made in Italy deve esserci l'invidiabile e inarrivabile sodalizio fra saper fare, tradizione e storia da un lato e capacità di innovare e anticipare le tendenze per non dire a crearle dall'altro. «Che cos’è il Made in Italy, oggi, ce lo dicono le cifre sulle esportazioni - afferma Franco Mosconi professore di Economia e politica industriale all’Università di Parma e autore del recente «Modello Emilia. Imprese innovative e spirito di comunità» - parliamo, per il 2023 in base ai dati Istat, di 626 miliardi di euro, una cifra cha parla da sola, pari al 30% della ricchezza prodotta (Pil). È poi la disaggregazione di questo gigantesco ammontare di export per settori che ci avvicina a una migliore comprensione del saper fare tipico dell’Italia e dei suoi tantissimi distretti industriali: pensiamo a quelli disseminati lungo tutta la Via Emilia e, per restare a Parma, alla Food Valley». «I dati Istat, dicevamo - prosegue Mosconi - tutto il blocco del Made in Italy classico, che possiamo ricondurre all’alimentare, alla moda e al legno, vale 131 miliardi di euro di export. Il settore chimico-farmaceutico sfiora i 90 miliardi. I metalli di base e i prodotti in metallo 65 miliardi. Ora, lasciando fuori dal nostro rapido conteggio prodotti petroliferi, materie plastiche e altro, giungiamo a quella che possiamo definire la regina della manifattura italiana; ossia, la meccanica avanzata, che comprende anche la meccatronica e l’automotive: la somma dell’export delle varie specializzazioni è pari a oltre 220 miliardi di euro». Il successo di alcuni settori sarebbe determinato non solo dal saper fare ma dalla tipicità del territorio. È questo il caso dell'alimentare. L’Italia è la nazione che vanta la maggiore biodiversità al mondo e questo è senza dubbio un vantaggio per il Made in Italy . «Un sistema di produzioni alimentari di qualità - spiega Stefano Magagnoli, direttore del Dipartimento economia dell’Ateneo di Parma - si basa sulla valorizzazione del territorio, della tradizione, della tipicità e deve essere imperniato su filiere più corte di quelle dei prodotti commodity». Il nostro Paese e anche la nazione con il maggior numero di prodotti alimentari certificati Dop. «Proviamo per un attimo a immaginare i rischi per le comunità locali della scomparsa delle filiere dei prodotti tipici. Potremmo infatti assistere ad un progressivo impoverimento materiale, la crescente delocalizzazione di fasi della produzione (sino alla delocalizzazione totale), una minore attenzione e minori risorse per l’ambiente, crescenti disincentivi alla transizione energetica (causa carenza di fondi da investire) e una minore attenzione alla qualità della vita e ai servizi pubblici (dalla prima infanzia alla terza età)». Per tutti i settori «la sfida per gli anni a venire - spiega Mosconi - è aumentare gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) perché per affrontare l’ormai famosa duplice transizione (ecologica e digitale) voluta dall’Ue non bastano le dichiarazioni. Servono ingenti capitali, tecnologie d’avanguardia e, soprattutto, risorse umane di qualità».