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La libertà secondo i no vax e le regole di convivenza civile

La libertà secondo i no vax e le regole di convivenza civile

25 Ottobre 2021, 08:36

Libertà!Libertà!». È il grido che da ben quattordici sabati riecheggia nel centro di Milano, percorso dalla rabbia ribellista di migliaia di nostri fratelli che , che insieme ad altre folle urlanti in diverse città, l’hanno giurata a tutto il mondo e tutto e tutti sono pronti a sfidare pur di non vaccinarsi. Di conseguenza vogliono  eliminare anche il certificato di avvenuta vaccinazione, il green pass, richiesto da aziende pubbliche e private, in mancanza del quale occorre presentare un documento che attesti  l’assenza di malattie mediante la prova del tampone: il quale dura poco, va rinnovato e costa otto euro, mentre com’è noto il vaccino garantito dal sistema sanitario nazionale è gratuito. E qui, su questo punto, molti cadono in contraddizione: se la prassi è quella che ha reso di fatto indispensabile esibire il green pass- questa la loro teoria – allora siamo in totale contraddizione con la legge che invece non rende obbligatorio il vaccino. Quindi sono libero di vaccinarmi o no: se rifiuto  la prestazione gratuita e adottata in tutto il mondo civile a difesa della società come può essere tutelata la sanità pubblica se non con un esame costoso che escluda che io sono malato?

E chi deve pagare? Lo Stato, sostengono gli ineffabili concittadini no vax e no green  pass. Fatemi capire: deve pagare lo  Stato? Ora non sarà male ricordare a questi compatrioti ribellisti una nozione fondamentale di politica e di morale: e cioè  che lo Stato siamo tutti noi, noi che già paghiamo la gratuità del vaccino mediante le tasse. E tu non vuoi, e scegli il tampone? Bene, ma pagatelo tu, il tuo tampone. Pertanto riassumiamo: tra chi grida «libertà libertà», c’è  anche chi - inconsapevole hegeliano  o  fervente sostenitore di un regime totalitario - c’è chi vuole che lo Stato proceda per emanazione di obblighi coercitivi.  Non è solo questa la contraddizione di queste piazze piene di una tensione fatta dalla somma delle più svariate insoddisfazioni, paure e, cosa assai pericolosa, dal rifiuto generalizzato di affrontare i problemi utilizzando la ragione e le conquiste della scienza, le quali hanno portato la nostra società a una qualità di vita eccezionale. Certo ci sono aperti i drammi di sempre, di tutte le epoche e tutte le povertà. Ma nonostante una crisi mondiale che dura ormai da quindici anni, nonostante una pandemia di epocale dimensione, in generale  il nostro livello di vita è rimasto più che dignitoso. Tutto questo catastrofismo che infiamma i nostri giorni da dove deriva? Vediamo le componenti della massa che protesta e ascoltiamo le loro opinioni. Ci sono i dietrologi che intravedono complotti egemonici governati da una Spectre internazionale; gli incavolati senza lavoro; i ribelli giovani e giovanilisti giustamente preoccupati del futuro; credenti ferventi che innalzano crocefissi o immagini di Padre Pio e cantano la litania della prossima dissoluzione del mondo; professionisti della violenza di strada: ne bastano una decina per tramutare un corteo semipacifico in un’orda devastante il devastabile. Insomma, la situazione, a volerla leggere non è incomprensibile. In un dato momento storico, questo, prevale l’irrazionalità generatrice di sfiducia e di rabbia infiammabilissima. Anche perché quella che un tempo chiamavamo la pubblica opinione, era basata sostanzialmente sul confronto tra amministratori della cosa pubblica ed esperti nelle varie categorie, con formazione del giudizio da parte del cittadino. Ora tutto è saltato. Vince chi grida più forte, il benzinaio zittisce il cardiochirurgo, l’analfabeta esce vincitore a suon di vaffa dal confronto con il docente di lettere, e via dicendo.  E chi per competenza teorica e fattiva dovrebbe aiutare la semplificazione, che fa? C’è il filosofo intelligente spacca capelli in otto che sottolinea la pericolosità dell’imporre un obbligo e dell’altrettanta pericolosità del non imporlo ma rendendolo di fatto obbligatorio. Dice il filosofo che questa è una limitazione della libertà. Perfetto: ciascuno dunque faccia quel che crede sia giusto fare. Io rifiuto il vaccino, così pure i miei figli. Ma accade che mi becco una malattia e la diffondo per contagio. La mia libertà ha leso quella altrui: e questa si chiama prevaricazione bella e buona. Insomma, signori antivax e anti green pass, forti di migliaia di convinti antitutto, sprezzanti le regole basilari della convivenza civile: sì siete in tanti, giusto ascoltarvi. Ma attenzione, noi semplicioni, noi fessi che ci siamo vaccinati siamo in 43 milioni: se un bel giorno decidessimo di scendere tutti quanti in piazza?
  

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