All'improvviso è arrivata la notizia che una quindicina di squadre europee, ovviamente tra le più forti e meglio attrezzate finanziariamente, darebbe vita ad un campionato a parte, in parallelo o in sostituzione, dell’attuale Champions League.
Quando la grande Juventus, che ha dominato il campionato nell’ultimo decennio, «scende» a Crotone, è «un evento»: si gioca sullo stesso prato verde, e in quell’occasione il Crotone proverà a vincere. Separare le squadre in ricche e povere (perché alla fine di questo si tratta) è in buona sostanza una forma di discriminazione sportiva, come a dire «noi ricchi» non abbiamo tempo per giocare con voi, siamo troppo forti e vogliamo giocare tra pari.
Tutto vero. L’iniziativa della Superlega è obiettivamente antipatica, se non altro perché erode quello spessore di sport popolare che ha sempre caratterizzato il calcio, almeno in Italia.
Ma il calcio in questi ultimi 40 anni è molto cambiato. Non ci sono più i presidenti patròn che a fine d’anno pareggiavano i conti con un assegno personale. Anche gli ultimi innamorati come Moratti e Berlusconi alla fine hanno dovuto abbandonare. L’impegno finanziario è troppo grande per una singola famiglia. Casomai sono poi rientrati in seconda fila con ambizioni più modeste (come Berlusconi con il Monza). Qualcuno (come Mister Tod’s) ci ha messo il dito, ma poi se n’è andato, senz’altro a ragion veduta. Un tempo si è pensato che i nostri patròn sarebbero stati sostituiti dai petroldollari arabi; più di recente erano arrivati i cinesi. Ma in breve tempo questa illusione si è dissolta; Arabi e Cinesi hanno i loro problemi in casa propria e quindi hanno rinunciato ad eventuali nuove acquisizioni; qualora queste acquisizioni siano state già fatto se ne sono andati, talvolta davvero in malo modo. La crisi pandemica poi ha fatto il resto, togliendo ogni pudore sportivo.
I numeri, parametro base della vita darwiniana, alla fine vincono. Ed il calcio italiano è in gravissima difficoltà. Tanti troppi debiti, i progetti per gli stadi di proprietà vanno a rilento (per ragioni burocratiche e finanziamenti che non arrivano), soprattutto un calcio con pochi incassi. Di certo molto inferiori rispetto alla Lega inglese, quella di maggior successo al mondo.
Adesso nelle proprietà del calcio stanno arrivando i fondi internazionali d’investimento, che gestiscono centinaia di miliardi. Per loro “business is business”: i progetti sportivi, anche con una visione a lunga, devono auto-sostenersi con i risultati economici. Altrimenti si abbandona il campo.
Il progetto della Superlega verrà probabilmente rimandato nel tempo, e magari con modalità diverse meno esclusive. Ma è il segnale della necessità di cambiamento, come altri nella stessa direzione in campi diversi, che questa pandemia ha accelerato e gettato sul tavolo. Respingerlo a prescindere, per lesa maestà, potrebbe risultare in seguito un errore dalle conseguenze tragiche. Come cercare di fermare il vento, o i virus, con le mani.
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