Ormai siamo alle battute finali della presidenza di Donald Trump. Finalmente - dopo più di due mesi, visto che si è votato il 4 di novembre dell'anno scorso - il 20 gennaio Joe Biden, il presidente eletto, giurerà sulla bibbia di «preservare, proteggere e difendere» al «meglio delle proprie abilità» la Costituzione degli Stati Uniti. E la lunghissima e drammatica transizione dei poteri finirà.
Poi si è impegnato a una pacifica transizione del potere. Dichiarazione che di solito viene fatta a poca distanza del risultato delle elezioni. Naturalmente non si è scusato e dopo poche ore ha comunque detto che non ha intenzione di presenziare alla cerimonia di insediamento di Biden.
Sembra un problema di etichetta, ma è qualcosa di più. Infatti Trump, in quanto presidente, ha ancora tutti i poteri della sua carica: può imporre la legge marziale, può scatenare un olocausto nucleare, può dichiarare guerra.
Per questo si sono rincorse voci di una destituzione in forza del 25º emendamento della Costituzione Usa in quanto incapacitato a esercitare il potere. Ma per questo serve l'ok del vice presidente Mike Pence e della maggioranza del governo. E il sì non è arrivato. Per il processo di impeachment, invece, ad agire (e in fretta) deve essere la Camera dei rappresentanti, dove il democratici hanno la maggioranza. Poi il Senato - con una maggioranza dei due terzi - deve decidere di far partire il processo che è sempre di natura politica. In questo caso, comunque, il verdetto arriverebbe con Trump già ex presidente.
Come si vede è difficile che Trump possa essere fatto decadere in tempo. Quanto alle dimissioni è stato esplicito: non ci pensa neppure. Quindi ancora per una decina di giorni bisognerà sperare che il golf lo distragga dal combinare danni ancora più grossi.
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