Con le dimissioni di Zingaretti si apre una nuova, l’ennesima, fase di conflittualità all’interno del Pd. Il Partito democratico è nato come fusione tra due vecchie componenti della prima repubblica rispettivamente le componenti comunista e socialista (ex lombardiana) e la sinistra democristiana. Unite, ma senza mai realmente integrarsi, se non durante il breve periodo ecumenico di Veltroni.
Proprio quest’anno ricorrono i 100 anni del congresso di Livorno del Partito Socialista. Era il partito di maggioranza relativa, il partito fascista stava irrompendo con la violenza nella fragile democrazia italiana, ma i socialisti trovarono buone ragioni per dividersi in tre. Il resto è noto.
Allora perché questa volontà suicida da parte della sinistra? Sulla possibile risposta sono stati versati fiumi d’inchiostro. I conservatori non si dividono perché discutono dei problemi, partendo dai fatti quotidiani. Si fanno le coltellate (come oggi nel partito dei Tories), ma alla fine i conservatori trovano sempre un compromesso, ben ancorato a interessi precisi e ben identificati. La sinistra, invece, non discute dell’oggi, ma discute del futuro: si proclamano valori, si perseguono ideali, si dà spazio all’immaginazione, quasi sempre senza rigore e disciplina. E allora esplodono i conflitti ideologici, non riconducibili a mediazioni. La politica deve avere un passo nel futuro. Ma poi, come inevitabilmente accade, se entrano in ballo gli interessi di bottega (ad esempio le liste elettorali per il Parlamento), la radicalizzazione del conflitto è inevitabile. Alla fragilità della sinistra ha poi contribuito il nostro sistema elettorale proporzionale. Esso garantisce la rappresentanza, ma nella sua versione attuale garantisce solo gli eletti predeterminati dai partiti. Il proporzionale ha garantito una presenza variegata della sinistra, ma questo è un beneficio solo di breve periodo. Nel lungo periodo il proporzionale fa il male della sinistra perché alimenta il tanto biasimato frazionismo. «Anche se siamo pochi, il nostro seggio in Parlamento ce lo siamo assicurato, comunque». Questa certezza di sopravvivenza incentiva naturalmente le scissioni.
L’occasione di riformulare la prossima legge elettorale potrebbe essere l’occasione per un passo avanti della nostra democrazia. Si apra ad un maggioritario ponderato, che sappia coniugare rappresentanza, e soprattutto competenza. Se invece si vuole mantenere il proporzionale, si reintroduca almeno una preferenza, in modo che i cittadini possano esprimere una scelta nell’ambito del proprio partito. Solo così si può ricostruire una democrazia partecipata, che è l’obiettivo di quella democrazia sostanziale progettata dalla nostra Costituzione. I valori della sinistra sono il patrimonio di una società civile multiculturale, proiettata nel futuro. Il problema è come tradurre questi valori in pratica politica quotidiana.
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