VITTORIO TESTA
Basta brutte notizie! Almeno sotto le feste, già tristi di per sé e falcidiate dal coronavirus. C’è tutto un mondo di persone perbene, di cose stupende, di storie bellissime, ma voi giornalisti ve ne infischiate. E’ un’accusa che ci piove tra capo e collo almeno una volta al giorno, da anni, via via con crescente intensità, sdegno e livore. Ormai si discute e si giudica per categorie, i medici sono così, gli avvocati cosà, i commercianti lasciamo perdere…
Ma al di là delle singole sciatterie, il discorso si fa serio. Sì, è vero, noi giornalisti siamo portati a privilegiare le storie dagli ingredienti forti. Vige ancora la vecchia regola delle Tre Esse: e cioè che la notizia vale a seconda del combinato disposto delle sibilanti attrattive, sesso sangue soldi. Ad essere cambiati sono la quantità delle immagini e, soprattutto la loro qualità la cui valutazione di legittimità alla diffusione è determinata dal «comune senso del pudore», astrazione incodificabile al giorno d’oggi: dove e quali sono i limiti oltrepassati i quali l’immagine reca un vulnus alla società? Il telegiornale che all’ora di pranzo manda in onda il rotolare della testa - velata dalla pecetta! - del sacerdote sgozzato? Le immagini di rapporti intimi nella casa del Grande Fratello? La bonazza che alle quattro del pomeriggio fa felice la casalinga, i figli e il nonno, spiegando perché senza biancheria intima si sente più a suo agio?. Per non parlare dei servizi di nera e horror, le pozze di sangue, i cadaveri in primo piano, un grandguinol quotidiano. E il pubblico, cioè tutti noi, che guarda e gode. Sì perché l’uomo, cioè tutti noi, prova piacere a fare il male e a guardare chi fa il male. «Il male - scrive Cioran - al contrario del bene ha il duplice privilegio di essere affascinante e contagioso».
© Riproduzione riservata
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata