Le polemiche di queste settimane originate dalla vicenda dell’immigrazione dovrebbero essere motivo di riflessione e preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tenuta dell’unità e il futuro della nostra comunità nazionale. In particolare sono due gli elementi che meriterebbero una riflessione approfondita. Il primo è quello dei contenuti e della forma del confronto politico. All’analisi della situazione, dei suoi contenuti concreti, delle possibili soluzioni ai problemi che derivano dalla gestione dell’immigrazione, sembra essersi sostituita una visione da “tifo calcistico” della peggior specie in cui ognuno sostiene, senza alcuno spirito critico, la propria “squadra”. Assistiamo a una sorta di regressione della società alla lotta fra Orazi e Curiazi, Montecchi e Capuleti, Guelfi e Ghibellini, senza un’effettiva disponibilità ad ascoltare e valutare le idee e gli argomenti di chi è dell’altra “fazione”, ed è un atteggiamento che, in varia misura, coinvolge e tengono quasi tutti. Un altro aspetto che è ancor più pericoloso per la stessa tenuta della convivenza democratica del nostro Paese è l’affermazione della possibile anzi “doverosa” violazione della legge quando non corrisponde alla propria etica, alle proprie idee e visioni del mondo. La contrapposizione fra ciò che è legittimo, perché conforme alle leggi, e ciò che è giusto, perché corrisponde alle proprie convinzioni più profonde su come si debba vivere e realizzare la composizione dei diversi interessi è antica quanto l’umanità e con modi e tempi diversi si ripropone soprattutto nelle fasi di cambiamento o di declino delle idee che reggono un assetto politico, economico e sociale. Cercando di sfuggire a visioni di parte per assegnare torti e ragioni, credo che un punto di partenza utile alle riflessioni di tutti possa essere analizzare quale scelta è consolidata nella Carta costituzionale della Repubblica Italiana fra le differenti opzioni possibili per risolvere questa contrapposizione fra la Legge, intesa come regola che disciplina la convivenza di una comunità di uomini, e la Giustizia, intesa come ciò che ciascuno sente essere ciò che corrisponde alla propria visione del “dover essere” della convivenza umana. La prima considerazione da fare è che la Costituzione muove, implicitamente ma altrettanto certamente, dall’assunto che la Repubblica Italiana sia uno Stato. Elementi costitutivi di questa costruzione concettuale sono sostanzialmente tre. Primo, si riconosce la qualifica di Stato a quelle comunità che sono insediate su un territorio identificato da confini stabili. Secondo, le popolazioni organizzate in forma di Stato che ne costituiscono il popolo sono composte di persone legate stabilmente alla comunità da un rapporto giuridico, vale a dire regolato da norme, denominato cittadinanza. Terzo elemento che identifica l’esistenza dello Stato è la sovranità vale a dire la capacità di fissare le regole valide per tutti e di imporne e difenderne i contenuti, un potere che è esercitato dalle istituzioni che rappresentano e fanno funzionare quel soggetto collettivo che è appunto lo Stato. Come sappiamo per la nostra Costituzione la sovranità appartiene al Popolo, cioè ai cittadini, la cui volontà è quindi la base di legittimità dell’esercizio del potere. I cittadini esercitano la loro sovranità attraverso l’elezione di propri rappresentanti cui è affidato il compito di approvare le leggi vale a dire norme che, nel rispetto dei principi fondamentali posti a base della convivenza fra i cittadini, come sancite nella Costituzione, devono essere “generali e astratte” perché devono essere applicabili a tutti e in tutte le situazioni e non pensate a favore o contro qualcuno. I rappresentanti dei cittadini, oltre ad approvare le leggi, individuano e sostengono col loro consenso il Governo che deve attuare le scelte d’indirizzo politico contenute nelle leggi, assicurando il buon funzionamento dell’organizzazione dello Stato centrale. Parlamento e Governo centrale, nel disegno costituzionale vigente, operano in collaborazione con quelle articolazioni della Repubblica, denominate autonomie locali (Regioni, Province, Comuni) per le quali valgono gli stessi principi di legittimazione democratica e funzionamento e che devono a loro volta esercitare il potere normativo e di gestione amministrativa avvicinandone i luoghi di esercizio ai cittadini cosi da assicurarne al meglio il rispetto dei diritti e l’adempimento dei doveri.
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