Oggi, di fronte agli italiani, andrà in scena l’epilogo del “caso Siri”. Se il sottosegretario leghista non presenterà, prima del consiglio dei ministri, le dimissioni, sarà il consiglio stesso a rimuoverlo. Qualunque soluzione non sarà indolore e aprirà un problema tutto da valutare.
Per la Lega, la linea di condotta è tracciata. Rivendicare ciò che c’è ancora da fare, in specie la flat tax, e non cedere sull’«ukase» per due evidenti ragioni: non dare la vittoria agli alleati-avversari; non abbandonare il proprio sottosegretario al tritacarne giudiziario, rivendicando il principio costituzionale dell’innocenza fino a una sentenza definitiva di condanna. Un principio di cui s’è fatto strame sin dagli anni ’80 e che fu sostanzialmente espulso dal nostro ordinamento da Tangentopoli in poi, sino cioè alla gestione del ministro della giustizia Paola Severino che riuscì a far passare una legge che collega a un atto intermedio, spesso putativo (cioè ritenuto fondato, ma infondato), dell’autorità giudiziaria penale le conseguenze che, in uno stato di diritto, si manifestano solo dopo una condanna. Definitiva.
Si tratta del sostanziale trasferimento nelle mani dell’autorità giudiziaria di un superpotere di censura dei singoli politici, con conseguenti inibizioni a esercitare pubbliche funzioni.
Sono quindi tanti e tutti cruciali i nodi che si aggrovigliano nella giornata odierna.
Se dovessimo formulare una previsione, diremmo che, alla fine, non saranno sciolti.
Insomma, si aprirà l’ennesima non-crisi della storia repubblicana.
Poi, il 26 maggio (elezioni europee), si vedrà.
www.cacopardo.it
© Riproduzione riservata
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata