×
×
☰ MENU

Conte come un traghettatore. Ma non si sa dove ci porti

Conte come un traghettatore. Ma non si sa dove ci porti

di Luca Tentoni

11 Maggio 2019, 13:07

I riflessi sul governo del "licenziamento" del sottosegretario Siri saranno visibili soltanto fra due settimane, quando conosceremo i risultati delle elezioni europee. Ciò non vuol dire che in questi ultimi giorni, persino nelle ultime ore, non sia accaduto nulla. Ormai il governo Conte è passato alla fase di puro traghettamento: deve durare lo stretto indispensabile per arrivare al momento in cui saranno definiti i rapporti di forza fra i due partiti della maggioranza. Salvini, infatti, non ha neppure chiesto la nomina di un nuovo sottosegretario leghista in sostituzione di Siri: poiché è tutto precario, non vale la pena di mettere mano alla compagine. Detto questo, la partita per il dopo è apertissima. A seconda dell'esito (una netta vittoria della Lega a fronte di un forte arretramento del M5S; un'affermazione leghista più contenuta e un calo pentastellato più accettabile; un sostanziale pareggio fra i gialloverdi, forse con lieve prevalenza del Carroccio, di uno o due punti) avremo rapporti diversi. Un Salvini vincitore netto potrebbe chiedere non un rimpasto, ma proprio Palazzo Chigi, oppure - in subordine - ministeri di peso come quelli di Tria e Toninelli; il contratto, insomma, sarebbe molto più verde che giallo. Con una Lega forte ma non trionfatrice e un M5S sui livelli del 2013 (circa 25-26%) si potrebbero invece lasciare le cose come ora, tenendo conto del fatto che i Cinquestelle ottengono di solito più voti alle politiche che alle altre elezioni, quindi uno scioglimento anticipato della legislatura potrebbe non consegnare automaticamente

 a Salvini e al centrodestra (quale, poi? Con la Meloni e Toti o anche con Berlusconi?) la maggioranza alla Camera e al Senato.
 È parso evidente, inoltre, che ormai Lega e M5S stiano rivolgendosi al proprio elettorato: quello di Salvini non cambierà voto per il caso Siri, ma guarderà all'autonomia e alla flat tax, mentre i pentastellati si concentreranno sul salario minimo e sul reddito di cittadinanza. 
Non è un caso che ognuno insista sui temi più propri: Salvini vuole chiudere i negozi che vendono prodotti di cannabis legale, mentre Di Maio rilancia sul giustizialismo. 
Certo, ogni tanto c'è qualche piccolo corto circuito, come a Roma, dove la Raggi si è esposta a fischi e proteste per l'assegnazione regolare di una casa popolare ad una famiglia rom, provocando qualche imbarazzo ai Cinquestelle (costretti più o meno loro malgrado a convivere con un partito e con un ministro dell'Interno che hanno un'impostazione ben diversa sul tema). 
In altri tempi, con le inchieste in Lombardia, il "dimissionamento" di Siri, la battaglia per la conquista della regione Piemonte con i suoi risvolti (si vota il 26 maggio: se vince il centrodestra la Tav si fa, se vince il M5S no) sarebbero stati più che sufficienti per arrivare ad una rapida crisi di governo. 
Stavolta, però, non è successo e non accadrà facilmente, perché - in mancanza di rapporti di forza chiari - c'è solo il vuoto (con l'incubo dell'aumento dell'Iva, il balzo dello spread e la procedura d'infrazione per il deficit italiano).

© Riproduzione riservata

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI