È stato un destino benigno e illuminato quello che ha portato Mattarella e Draghi al vertice della nazione. Due italiani anomali, dallo stile aristocratico di civil servant, i civili servitori pronti a mettere le loro competenze al servizio del paese, in uno dei momenti più difficili della storia repubblicana. Siamo infatti nel bel mezzo di una crisi epocale, avvelenata da una crisi economica che dura ormai da quindici anni e pressocché sfiniti dall’infinita devastante stagione della pandemia Covid: ancora irrisolta e suscitatrice di sempre nuove polemiche.
Per definire il senso e il significato dell’azione di questa coppia di gentiluomini che parlano lo stesso linguaggio etico e morale, potremmo prendere a prestito la famosa frase pronunciata proprio da Mario Draghi nel 2012, lui presidente della Bce deciso a salvare l’Euro «whatever it takes»: cioè «costi quel che costi». Una parola d’ordine fatta propria dal capo dello Stato, lesto ad affidare la guida del governo all’economista e banchiere ritenuto uno degli uomini di maggior potere al mondo. Entrambi impeccabili nella sorveglianza del lessico, nel comportamento sempre misurato, mai una caduta nella banalità, sempre con un tono positivo e rassicurante.
Uno, Draghi, abituato da presidente della Bce a reprimere persino le espressioni del volto, ché un suo semplice arricciar la fronte davanti alle telecamere avrebbe provocato spostamenti di miliardi. Indispensabile è Draghi, per prestigio e unanime stima riscossa nel mondo economico e politico, e soprattutto per l’uso e le destinazioni che se ne dovrà fare dei 200 miliardi in arrivo dall’Europa. Ma per capire lo stato dell’arte basti considerare che Draghi, elogiato pubblicamente da tutti, molti dei quali per pura convenienza, è sostenuto, insieme al suo governo, da un leader politico che fino a ieri definiva la commissione europea e il presidente della Banca centrale, lo stesso Draghi, come affamatori dei popoli. Anche il gemello, Sergio Mattarella, il suo mentore, sempre imbozzolato in una timidezza elegante di siciliano dagli occhi azzurri di Normanno, ha il suo daffare a ricondurre alla ragione un Paese in parte impazzito.
A Milano, da ben sedici sabati, migliaia di persone contrarie ai vaccini e al green pass, scendono in strada devastando il centro e bloccando la metropoli al grido di «libertà». A Trieste è sempre tensione al massimo. Pensionati, scaricatori portuali, giovani dissidenti, predicatori muniti di croci e immagini di Padre Pio sfilano lungo le rive. Una poliziotta vicequestore ha dato man forte ai dimostranti, è salita sul palco e preso il microfono ha sostenuto che il green pass è anticostituzionale. Giustamente sospesa dal lavoro, ha ricevuto solidarietà da filosofi e opinionisti. Una leader della rivolta a puntate in corso in alcune zone si è detta orgogliosa e felicissima d’aver provocato enormi danni all’economia. Infiltrati di opaca provenienza e destinazione, pronti a incendiare animi e macchine, sono sempre pronti a provocare il peggio. È in frangenti come questi che si misura la capacità dell’uomo pubblico, del politico a governare con freddezza razionale e umana sensibilità, e a designare strategie adeguate alla complessità dei problemi.
Un compito che il Capo dello Stato dal sorriso cordiale ma insonoro, rispettoso della fatica e del dolore altrui peraltro condivisa da proprie esperienze di vita, svolge con impeccabile efficienza. Qualcuno, convinto della presunta fragilità del malinconico Mattarella, ottantenne tricointonso, dalla folta chioma immacolata e nivea che gli conferisce un’aura di paterna mansuetudine, e pertanto all’assalto del presidente, si è dovuto ricredere. Ha un’intelaiatura di ferro il Sergio Mattarella, politico di lunghissimo corso e autore della legge elettorale definita il «Mattarellum». Più volte ministro, non esitò a dimettersi, nel 1990, insieme ad altri quattro ministri della sinistra dc (Fracanzani, Mannino, Martinazzoli, Misasi) per protesta contro la legge Mammì, considerata troppo favorevole a Berlusconi. Insomma, uomo dalla schiena dritta e il cuore ferito per sempre dal dolore per la morte del fratello Piersanti, nel 1980, coraggioso presidente riformatore della Regione Sicilia, ucciso dalla mafia. Una sofferenza acuita dalla scomparsa della moglie otto anni fa. A proposito di ferite che lasciano un segno indelebile e visibile nella personalità di ciascun uomo, anche il gemello Draghi ha avuto la dolorosa esperienza, lui quindicenne, della prematura morte del padre e, quattro anni dopo, quella della scomparsa della madre.
Dunque due uomini forgiati nel carattere anche da un patimento incancellabile, alla luce del quale si possono spiegare certe espressioni sia di Mattarella sia di Draghi: una cordialità dalla tinta brunita, un’asciuttezza di maniere mai sdolcinate, e certi ripiegamenti di umore che gli impediscono la risata altisonante e barzellettiera del politico prodigo di sguaiatezze ammiccanti e complici. Uno è giunto al termine del suo compito e ora ha da affrontare l’ultimo tempo: sarà una prova intensa e difficile, tra polemiche e tensioni, tentativi di strumentalizzazione, tradimenti e voltafaccia. Ma il Paese è quasi unanimente convinto d’aver avuto un bravo Presidente della Repubblica. L’altro gemello è invece in piena corsa e sarà una corsa controvento, zeppa di asperità.
Governare noi italiani è difficile. Ma costi quel che costi, il compassato Draghi ci proverà. Sarebbe una follia rinunciare al talento e alla competenza di un premier di prestigio internazionale. Ma in questo momento di crisi totale tutto può succedere. A Dio piacendo, costi quel che costi, speriamo in bene.
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