editoriale
Anche se si voterà soltanto fra poco meno di un anno, la campagna elettorale per le politiche del 2023 è iniziata da tempo.
Il voto al partito, si sa, è quello "del cuore", ma quanti supereranno le proprie resistenze nel trovarsi a dover scegliere un candidato di collegio che ha una storia e una posizione politica anche molto lontana dalla propria? Per intenderci, un elettore leghista non atlantista, non europeista e magari filorusso (ce n'è qualcuno) potrebbe mai votare nel proprio collegio la Carfagna, esponente dell'ala centrista, non filoleghista, ma atlantista ed europeista di Forza Italia? Nel "campo largo", invece, se Conte recuperasse Di Battista o candidasse il professor Orsini, chi mai fra gli elettori del Pd potrebbe voler mandare uno dei due in Parlamento? In parole povere: i leader dei partiti che vogliono presentarsi in coalizione sono sicuri che i propri elettori siano disposti a seguirli acriticamente in ogni caso e circostanza? Perché un grillino "duro e puro" dovrebbe votare Letta?
L'ingegneria coalizionale, insomma, è qualcosa di calato dall'alto, che però deve avere anche un riscontro nella base. Persino quando Prodi dette vita al larghissimo schieramento ulivista del 2006, ci fu chi fece notare che si mettevano insieme sensibilità e posizioni non solo diverse, ma talvolta opposte. Il “campo larghissimo” servì per vincere di misura ma non per governare a lungo. A destra, per esempio, è abbastanza chiaro che Berlusconi e Salvini non accettano la leadership di Giorgia Meloni (che invece è nei numeri: chi arriva primo, vince e va a Palazzo Chigi o almeno guida la coalizione) e che quest'ultima è tentata dal rompere i ponti con Lega e FI. Così a sinistra, dove i Cinquestelle tirano troppo la corda per non sapere che a un certo punto il Pd li lascerà andare verso il proprio destino di marginalità parlamentare che li attende nella prossima legislatura (anche perché, ad oggi, il "campo largo" perderebbe le elezioni, dunque, alla peggio, sarebbe meglio presentare una coalizione più piccola e coesa che un caravanserraglio).
Una riforma elettorale potrebbe essere utile, ma lo sarebbe di più una scomposizione e ricomposizione del quadro politico, correndo il rischio di avere un Parlamento più o meno ingovernabile come quello del 2018 (che tuttavia ha visto l'attuale legislatura durare più di quelle del 1968, 1972, 1976, 1979, 1983, 1992, 1994 e 2006); fra l'altro, nulla ci assicura che anche con le alleanze correnti si possa creare una maggioranza di governo con numeri non risicati dopo le elezioni del 2023. Se i partiti non prendessero l'iniziativa, sarebbe facile per gli elettori preferire l'astensione di protesta, che non aiuterebbe certo la fragile democrazia italiana a crescere.
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