EDITORIALE
Si sono conclusi con un grande concerto i festeggiamenti per i 70 anni di regno della regina Elisabetta.
Poi una lunga stagione di grande dignità politica, ma con tanti gravi problemi da affrontare, a cominciare dalle svalutazioni periodiche della sterlina, l’immigrazione incontrollata dai paesi del Commonwealth, la grande fragilità del sistema di welfare, allora immaginato come premio politico per il popolo inglese per la resistenza mostrata durante la guerra.
Negli ultimi 70 anni gli inglesi hanno vissuto in prima persona le più importanti rivoluzioni sociali del dopoguerra: dalla musica dei Beatles, alla minigonna (su cui acquisto non si pagava l’Iva, perché equiparato ad un vestito per bambini), al liberismo duro e puro della signora Thatcher (con la sconfitta storica del sindacato dei minatori), alla sofferta permanenza nella Comunità europea. Per proseguire con il decennio spumeggiante di Tony Blair, sprofondato nel deserto irakeno, per finire con il referendum sulla Brexit. Lei - la Regina - ha vissuto questi 70 anni con grande dignità, con un sano equilibrio tra distacco istituzionale e solidarietà con il suo popolo.
«Il mio cuore è con voi», ha sempre ripetuto, tenendo fede alla promessa di allora giovane ventunenne erede al trono, di “impegnarsi nella sua vita al vostro servizio”. Regnare per servire, proseguendo la missione di suo padre «Bertie» e del primo ministro Churchill, quello del «noi non ci arrenderemo mai», dopo Dunkerque. Raccontano che nel primo incontro, «Lilibet era ammutolita e Winston singhiozzava», una ragazza e un vecchio paralizzati dalla paura: «E adesso cosa facciamo?».
Faranno bene, lei sempre presente, i suoi primi ministri che cambiano, com’è naturale nelle democrazie autentiche.
Non mancheranno i problemi (a partire di quelli della famiglia), le scelte non si riveleranno sempre lungimiranti (ma saranno gli storici ad esprimere una valutazione); ma così è la vita delle persone, e così -ancor di più - è la vita dei popoli.
Nel festeggiare la loro Regina, gli inglesi hanno festeggiato loro stessi.
Hanno festeggiato la loro capacità di resilienza: perdere spesso, arrendersi mai. Hanno festeggiato la loro moderazione nell’assorbire le rivoluzioni silenziose della società. Hanno festeggiato la loro tolleranza nell’integrare i nuovi arrivati, non solo i ricchi arabi o russi, ma anche l’idraulico polacco e il medico indiano.
Londra, che storicamente è un’aggregazione di villaggi, è la città più internazionale del mondo, dove se ne incontrano tutti i frammenti.
Londra è la nuova Venezia di un mondo globalizzato, in cui emerge non più come il colonizzatore commerciale (e militare), ma come chi offre, a tutte le donne e gli uomini di buona volontà, nuove opportunità per una vita migliore.
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