Editoriale
Con questo articolo inizia la sua collaborazione con la «Gazzetta» Mara Morini, docente dell’Università di Genova, grande esperta di politica internazionale e, in particolare, della Russia e di Putin. Ne siamo particolarmente lieti, perché offrirà ai nostri lettori contributi molto autorevoli.
Oggi ricorre il primo anniversario della morte di Aleksej Navalnyj, il principale oppositore di Vladimir Putin, arrestato a Mosca nel gennaio 2021 dopo il tentativo di avvelenamento con il veleno “novičok” nell’agosto del 2020.
Da allora, il blogger russo ha affrontato una serie di processi ed è stato condannato a ben 19 anni di carcere per avere presumibilmente finanziato attività considerate estremiste dal Cremlino e riabilitato l’ideologia nazista.
Questo verdetto ha consentito di isolare il principale megafono dell’opposizione extra-parlamentare nella Russia postcomunista, rinchiudendolo in una colonia penale di massima sicurezza, il «Lupo polare n.3», nell’artico russo dove era stato trasferito nel dicembre 2023.
Nell’ottobre 2024 è stato pubblicato il suo libro postumo, «Patriot», che costituisce il suo «testamento politico» e un raro esempio di coraggio e di speranza in un futuro migliore per il suo paese.
Le cinquecento pagine, come afferma lo stesso Navalnyj, descrivono una «storia in divenire» che si è trasformata in un tragico epilogo, ma, al contempo, offrono anche una panoramica piuttosto esaustiva del processo di democratizzazione postcomunista, avviato nel 1991.
Navalnyj non ha particolare stima per i leader russi degli anni Novanta. Riconosce l’incorruttibilità di Michail Gorbačëv e il fatto che senza il suo intervento il «traballante edificio» sovietico «sarebbe ancora in piedi», ma lo considera un pusillanime, indeciso, senza spina dorsale ed evasivo. Non risparmia critiche nei confronti di Boris El’cin, che ha «spianato la strada all’illegalità» dilagante ed è stato «solo un vecchio alcolizzato con attorno una manica di cinici imbroglioni che si dedicavano alla loro consueta attività di riempirsi le tasche». Il dissidente rimpiange di essere stato un suo «cieco ammiratore» e non ha mai accettato l’etichetta coniata dal Cremlino: «Navalnyj è il nuovo El’cin».
Dopo un periodo di allontanamento dalla politica per la delusione delle scelte economiche e politiche messe in atto da El’cin negli anni Novanta, Navalnyj afferma che l’interesse per la politica gli «fu restituito da Vladimir Putin», ritenuto un pazzo, irrazionale, con «la testa piena di ossessioni messianiche» che ha «rubato alla Russia gli ultimi vent’anni che avrebbero potuto essere anni incredibili, un periodo mai vissuto nella nostra storia».
Per Navalnyj, il capo del Cremlino ha «saccheggiato, ferito e trascinato la Russia in una guerra di aggressione contro l’Ucraina», ma è profondamente convinto che «il buio prima o poi si dissiperà» nel suo paese e che farà «tutto ciò che è nel suo potere», per incoraggiare tutti e non abbandonare la speranza di un futuro dove la «Russia sarà felice».
Nonostante le restrizioni fisiche che mettono a dura prova un corpo già debilitato dalla sostanza velenosa del «novičok» e la tenuta psicologica, Navalnyj afferma di non sentirsi depresso: l’amore per la sua famiglia e il suo paese costituiscono una fonte di energia inesauribile che gli consente di accettare e sopportare le difficili condizioni carcerarie.
Ogni pagina trasmette speranza, un cauto ottimismo e un indiscusso amore per la patria, come esprime in modo esemplare, nel seguente passaggio: «Non mi fermo troppo a riflettere sull’amore per il mio paese. Lo amo e basta. Per me la Russia è una parte imprescindibile di ciò che mi costituisce. Un po’ come il braccio destro e la gamba sinistra: impossibile definire bene che provi per i tuoi arti».
E così, la «misteriosa» morte di Navalnyj a 47 anni, avvenuta secondo le autorità russe per una trombosi, ma per l’intelligence americana a causa di una lenta, ma prolungata somministrazione di veleno e del cosiddetto «pugno unico» al cuore alla temperatura esterna di -27, una tecnica utilizzata dagli agenti delle forze speciali dell’ex Kgb, la principale agenzia di sicurezza ai tempi dell’Unione Sovietica, ha lasciato un vuoto incolmabile nella politica russa perché ha spento l’attività del maggiore esponente dell’opposizione al regime putiniano.
Navalnyj aveva affermato che sua moglie e i colleghi della sua Fondazione per la lotta alla corruzione avrebbero continuato il suo lavoro, ma, ormai, tutti i principali dissidenti sono residenti all’estero e, come tali, non riescono ad incidere nelle dinamiche interne del loro paese.
Al momento, non vi è alcun erede, capace di raccogliere il testimone con la medesima capacità oratoria, carisma, coraggio e pathos che aveva il blogger russo. Vi è stato un «pallido» tentativo da parte di Boris Nadeždin, che si era candidato alle elezioni presidenziali del marzo 2024 contro Putin, cercando di raccogliere il sostegno dei sostenitori di Navalnyj, ma complice sia l’intervento della commissione elettorale che non ha validato la sua candidatura sia le accuse di essere troppo inserito nelle torri del Cremlino, il fuoco di paglia del nuovo anti-Putin si è spento immediatamente. A ciò si aggiungano l’inasprimento delle politiche repressive di questi ultimi anni e le minacce di numerosi anni di carcere che hanno eliminato qualsiasi azione di protesta collettiva per avere un quadro piuttosto chiaro di come il capo del Cremlino sia stato così abile da neutralizzare l’opposizione extra-parlamentare.
Il tanto auspicato “bel futuro della Russia” sembra essere decisamente molto lontano e in un periodo di profonda trasformazione dell’assetto internazionale che sta minacciando i nostri valori liberaldemocratici, il monito di Navalnyj al mondo occidentale riguardo il fatto di non sottovalutare la particolare resilienza dei regimi non democratici e il suo sacrificio personale non possono rimanere inascoltati o limitarsi ad una mera celebrazione dell’ennesimo martire per la libertà.
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