EDITORIALE
Le cose che mi fanno più paura in questo momento decisivo per il futuro e per l’esistenza stessa dell’Europa? La nebbia fitta che ci circonda, impedendoci di vedere il precipizio che abbiamo davanti. Poi, il sonno della ragione che ci spinge a proseguire imperterriti senza prendere le dovute precauzioni. Infine il dibattito caotico a cui stiamo assistendo anche in Italia, con i principali schieramenti divisi al proprio interno e incapaci di esprimere una posizione sufficientemente chiara e comprensibile dalla opinione pubblica. Col risultato che, a essere messa drammaticamente in discussione, è l’unica vera «polizza sulla vita» di cui disponiamo: l’unità. Mi riferisco a quella europea e più in generale atlantica. La stessa che ci ha garantito qualcosa come 90 anni pressoché ininterrotti di pace, sviluppo e benessere. Ma della quale, secondo alcuni, potremmo anche fare a meno, tanto l’Europa non correrebbe alcun serio pericolo. Semmai, a sentire sempre gli stessi, sarebbe lei «il pericolo»! Ma davvero? Davvero, dietro il vertice straordinario di ieri a Bruxelles c’è solo una voglia matta di armarsi e di fare affari con le armi? Davvero la Russia «non è» una minaccia reale per tutti noi europei?
A giudicare dalle minacce che da oltre vent’anni Putin ci rivolge in nome della «missione storica» di rifare l’impero sovietico che lui stesso si è autoassegnato, non si direbbe. Anche perché non si tratta solo di minacce verbali: Georgia (2008), Crimea (2014) e infine (a partire dal febbraio 2022) l’intera Ucraina. Per non parlare della «guerra ibrida» (sabotaggi, attacchi informatici, tentativi di condizionare i processi elettorali) condotti in un continuo crescendo contro di noi (dove il «noi» è riferito anche all’Italia), come della incessante escalation di manovre volte a destabilizzare l’intero Est europeo. Di fronte a tutto ciò, cosa dovrebbe fare l’Europa? Secondo Putin, solo una cosa: starsene buona e zitta. E, magari, pure ringraziare. Ma veniamo al surreale dibattito in corso da questa parte della cortina di ferro che lo zar sta lavorando alacremente (e va detto con risultati ottimi!) di rialzare nel cuore del Continente. Dopo che Trump ha mollato l’Ucraina (niente più aiuti, nemmeno di intelligence che nelle guerre moderne vale come e più dei carri armati e dei missili), secondo alcuni l’Europa dovrebbe seguirlo a ruota decidendo così di abbandonare definitivamente Kiev al proprio destino. Che idea grandiosa! Superata solo da quell’altra secondo cui l’Ue, a fronte di una sconfitta ucraina a quel punto inevitabile, non dovrebbe minimamente preoccuparsi di mettere in sicurezza i confini stessi dell’Unione.
Questo dopo che, per decenni, destra e sinistra (sia pure con motivazioni opposte) non hanno fatto altro che criticarne l’eccessiva, se non totale, dipendenza dall’ombrello Nato e dell’America. Se non stessimo parlando di cose terribilmente serie e urgenti, ci sarebbe solo da ridere. Invece, possiamo solo piangere nell’ascoltare fior di politici e di «esperti» sostenere che «nessuno ci minaccia» (ma quando mai!) e quindi non c’è motivo alcuno di aumentare e in fretta le spese per la Difesa. Semmai, «dobbiamo pensare a costituire un esercito comune europeo». Che naturalmente è il modo migliore per non farlo, oppure per farlo nel 2100 o giù di lì. Insomma, tutti a gridare «Evviva la Difesa comune», però senza riarmarci che sa tanto di aggressivo e di guerrafondaio.
Quando parlavo all’inizio di sonno della ragione e di una situazione di caos totale, mi riferivo proprio a questo bailamme incredibile di «no war» duri e puri che vanno a braccetto con Trump e odiano a morte Zelensky per il solo fatto che questi non si sia arreso subito magari accettando di rifugiarsi all’estero. Mi riferivo anche ai falsi miti da cui siamo bombardati giorno e notte, a cominciare dalla famosa «invincibilità russa». Una ben strana «invincibilità», visto che l’«Operazione speciale» sarebbe dovuta durare al massimo una decina di giorni e che per alimentarla Putin è stato costretto a mandare al fronte decine di migliaia di criminali comuni e a chiedere al suo amico Kim Jong-un di inviargli in aiuto un intero corpo di spedizione nordcoreano!
Ma non basta, dato che all’origine della «travolgente avanzata russa» di questi mesi c’è la disperata penuria di munizioni degli ucraini, ai quali gli alleati occidentali non hanno mai fornito gli armamenti necessari a ricacciare dalla propria terra l’invasore (come pure a un certo punto della guerra stava per verificarsi). Chi si oppone a un aumento delle spese militari dell’Unione sostiene inoltre che, in questo modo, verrebbero sottratte risorse preziose a settori vitali come la sanità e il welfare. Ergo, «bye-bye Ucraina» e vediamo di metterci d’accordo con Putin che, poi, tanto cattivo e pericoloso non è.
E poi che orrore e quale bestemmia chiamare il piano proposto da Ursula von der Leyen «Re-Arm Europe»! La prova certa, se mai occorreva, che l’Europa è governata da una casta alle dirette dipendenze delle lobbies delle armi. Peccato solo che questi siano gli argomenti e il linguaggio, pari pari, del Cremlino e della infaticabile portavoce del ministero degli Esteri russo Zakharova. Ma soprattutto che, come ricordato dal nostro ministro degli Esteri Tajani, l’Europa non abbia la benché minima intenzione di sottrarre soldi agli ospedali e ai lavoratori, né e ancor meno di invadere nessuno. Bensì di proteggersi mettendosi nella condizione di difendere i propri popoli, le proprie città, le proprie industrie e la propria libertà da chi, da un quarto di secolo, non fa che minacciarci apertamente e spostare le proprie armate sempre più a ridosso dei nostri confini. Chiedere per credere ai baltici, o a quei noti guerrafondai di finlandesi e svedesi.
Ma, visto il modo disinvolto con cui in tanti sono tornati a farsi belli con la parola «pace», vorrei concludere citando un Nobel per la Pace. In una lettera scritta un paio di giorni fa a Donald Trump e firmata da altri prigionieri politici di quando l’Europa era per metà ancora prigioniera di Mosca, il fondatore di Solidarnosc ed ex presidente polacco, Lech Walesa, ha scritto fra l’altro: «Signor Presidente, abbiamo seguito con orrore e disgusto la sua conversazione con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. L’atmosfera nella Sala Ovale ci ha ricordato quella che conosciamo bene degli interrogatori del Servizio di Sicurezza e dalle aule dei tribunali nei regimi comunisti. La storia del XX secolo dimostra che ogni volta che gli Stati Uniti hanno cercato di prendere le distanze dai valori democratici e dai loro alleati europei, hanno finito per minacciare sé stessi. Signor Presidente, l’aiuto materiale - militare e finanziario - non può essere considerato equivalente al sangue versato in nome dell’indipendenza e della libertà dell’Ucraina, dell’Europa e dell’intero mondo libero».
Mi sbaglierò, ma questo è il vero spirito dell’Europa. Una straordinaria conquista e una Patria che le abbraccia e le rappresenta tutte e che, proprio per questo, i suoi tanti figli sono chiamati, oggi più che mai, a proteggere e a difendere.
© Riproduzione riservata
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata