Editoriale
Il sistema per l'elezione dei sindaci nei comuni oltre i quindicimila abitanti ha più di trenta anni. Ha assicurato maggioranze solide e primi cittadini eletti col suffragio della maggioranza assoluta (cioè, con più del 50% dei voti validi espressi al primo o al secondo turno), quindi dotati di una vera e ampia legittimazione popolare. Recentemente, però, la maggioranza governativa di centrodestra ha chiesto di permettere l'elezione immediata (senza ballottaggio a due, dunque) del candidato classificato al primo posto con almeno il 40% dei voti. Le perplessità sullo strumento usato in Parlamento (il decreto elezioni) hanno provocato una marcia indietro più formale che sostanziale, per ripiegare su un disegno di legge depositato in Senato. Questa riforma pone svariati problemi: uno riguarda l'entità del premio di maggioranza, perché si assegna il 60% dei seggi in consiglio comunale col 40% dei voti, quindi con un sovrappiù che supera quel 15% considerato una soglia massima anche per le politiche da parte della Corte costituzionale. Semmai, dunque, si potrebbe attribuire il 15% dei seggi non superando però il 60% complessivo. Si può, dunque, rimediare (anche se in molti comuni il 55% dei seggi è un po' poco, come vantaggio sulle opposizioni, in termini reali).
Il vero problema è un altro:
i promotori affermano che si vuole premiare la vera intenzione dei cittadini che spesso danno più voti al primo classificato del primo turno che al primo del ballottaggio e che comunque anche nelle regioni chi arriva primo prende tutto. In realtà, non ci sono stati numerosi «ribaltoni» fra il primo e il secondo turno, ma non ha importanza. Quel che importa è invece che al ballottaggio si coalizzano elettorati che non si sono uniti al primo turno. Se a beneficiarne è il centrosinistra o il M5s è perché evidentemente i voti dei candidati esclusi non vogliono riversarsi sul centrodestra, il quale, invece, resta di solito sulle percentuali del primo turno. Il motivo è semplice: il centrodestra si presenta quasi sempre unito al primo turno e dispone di circa il 44-48% dei voti (ha vinto le politiche del 2022 appena col 43,8%, conquistando un'ampia maggioranza in Parlamento, grazie alla divisione delle opposizioni) ma non riesce ad allargare il consenso. Il ballottaggio finisce di solito per premiare chi parte in testa, ma è più facile che ciò succeda quando si ha la capacità di conquistare consensi oltre il proprio campo. L'idea di far eleggere chi ottiene il primo posto al turno iniziale con almeno il 40% è un modo per replicare ciò che è accaduto alle politiche, però a livello locale è più facile costruire alleanze ampie già in partenza, se la legge elettorale costringe i partiti riottosi del «campo largo» a farlo. Quindi, o il rimedio non serve perchè il bipolarismo senza «terzi incomodi» si afferma subito al primo turno, oppure il centrodestra sfrutta le divisioni altrui (che al ballottaggio si sarebbero ricomposte per volontà degli elettori, quasi mai dei partiti) e vince sfruttando il suo 40%. Insomma: una riforma di dubbia utilità, fatta per espugnare poche grandi città in più. Va detto, peraltro, che le città maggiori sono da sempre un terreno difficile per il centrodestra, perché da un punto di vista socio-politico-culturale gli elettori sono più ben disposti verso il centrosinistra (non è una novità: succedeva persino alle elezioni amministrative del 1920, prima che sull'Italia si abbattesse la violenza fascista). Anche alle politiche, come ho dimostrato in una trilogia per Il Mulino (su politiche, europee, regionali di tutta la storia repubblicana) le «capitali regionali» e in genere le grandi città hanno quasi sempre votato a sinistra. Ora, è legittimo che il centrodestra voglia conquistarle, ma sarebbe bene farlo con i voti (anche al ballottaggio, magari invitando i propri elettori a non essere pigri e ad andare ai seggi per due volte in quindici giorni) e non adattando una normativa funzionale alle esigenze dimensionali del momento.
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