EDITORIALE
Esattamente quattro mesi dopo il suo insediamento ufficiale alla Casa Bianca che avrebbe dovuto dare il la alla fine della guerra in Ucraina “in meno di 24 ore”, Donald Trump si è visto costretto a rinviare ancora a data da precisarsi l’annuncio almeno di una tregua. Questo è il ben misero per non dire fallimentare bilancio della famosa telefonata con Putin presentata dallo stesso Trump come un passo finalmente concreto verso la pace e finita in un nuovo clamoroso smacco (certo non per Putin che, tanto per fare capire l’importanza da lui data al colloquio, lo ha inserito nell’agenda di una visita a una scuola di musica). Poi, per cercare di nascondere la realtà, ci si può attaccare a tutto. Alla durata - due ore e mezza! - della telefonata (visti i risultati, probabile che lo zar ne abbia approfittato per fare ascoltare al presidente Usa quanto sono bravi i suoi musicisti in erba). Al ritornello abituale - “Sono convinto che Putin voglia trattare” - già ripetuto da Trump una infinità di volte e che comunque mal si addice a uno che, trovandosi a capo della prima super potenza mondiale, dovrebbe guardarsi dal fare la figura di quello che attende buono buono e con il cappello in mano le decisioni altrui.
Ed, ancora, all’immancabile comunicato-beffa del Cremlino affidato come nelle grandi occasioni alla solita Marija Zacharova: “la Russia è pronta a continuare i contatti diretti con l’Ucraina per la pace e ora tocca a Kiev”. Sai che grandioso passo avanti! In ogni caso la conferma che, a distanza di 1.183 giorni dall’inizio della invasione russa (la Seconda guerra mondiale durò 2.172 giorni, per cui siamo già nettamente oltre la metà), per Mosca tocca sempre e comunque all’aggredito e non all’aggressore di dimostrarsi disposto a trattare. Attenzione, però: a trattare su cosa? Mica su un cessate il fuoco che, per avere un minimo di senso, dovrebbe durare almeno un mese come proposto, oltre che da Kiev, da Trump e da tutti i leader europei, Meloni inclusa (a proposito e se la smettessimo con tutte queste artificiose distinzioni fra “Volenterosi” e non buone solo ad alimentare delle polemiche a uso interno una più inutile e squallida dell’altra?). No, quello è stato comunque rifiutato da Putin nel corso della telefonata dell’altro ieri definita dallo zar in persona «intensa e franca» (che nel linguaggio diplomatico significa un disaccordo pressoché completo su tutta la linea). Ed allora, su cos’altro? Sul fatto che, prima di fare tacere anche solo temporaneamente le armi, Kiev accetti un negoziato dalla durata indefinita e in cui si discuta di tutto. Inclusa la cessione dei propri territori già conquistati da Mosca e di quelli dove ancora si combatte. Inclusa la rinuncia formale a entrare un domani nella Nato e nella Ue. Inclusa anche la propria cosiddetta «denazificazione» che, tradotto sempre in soldoni, significa la fine del governo Zelensky e la sua sostituzione con una nuova compagine gradita a Mosca. Già che ci siamo, qualcos’altro ancora? Ebbene sì: lo smantellamento delle forze armate ucraine di terra, aria e mare e la loro riduzione a una via di mezzo fra una milizia territoriale e una forza di polizia con compiti di ordine pubblico.
Ora, anche a volere considerare l’ipotesi di per sé assurda che gli ucraini siano disposti a sedersi intorno a un tavolo per trattare non tanto una resa ma il proprio suicidio, quanto potrebbero durare dei negoziati del genere: mesi, anni? Fate voi. Ed ecco spiegato, con buona pace dei tanti alfieri più o meno consapevoli della propaganda russa, come e perché Putin abbia in testa una sola cosa: andare avanti a oltranza con la guerra. D’altra parte, non sono certo solo io a pensarlo e a dirlo. “Putin non vuole la pace. Vuole l’Ucraina!” (Mike Pence, ex vice presidente di Trump durante il primo mandato del tycoon). “Si tratterà la pace solo dopo la nostra Vittoria militare. Quando l’avremo ottenuta, ci sarà la pace” (Alexandr Dugin, meglio noto come il “filosofo di Putin”, subito dopo la telefonata fra il suo allievo prediletto e Trump). Al colmo dell’entusiasmo, il barbuto ideologo ultranazionalista russo (chissà perché quando parla lui nessuno dei “no war” nostrani muove un sopracciglio) ha voluto aggiungere che “Se i due si sono messi d’accordo per risentirsi, allora tutto ciò è veramente magnifico!”.
Ma a gettare una secchiata d’acqua gelida sulle aspettative create dal suo “franco e intenso colloquio” con lo zar, è stato lo stesso Trump dichiarando nel corso della successiva conferenza stampa che “senza progressi nel negoziato mi sfilerò”. Potrebbe anche trattarsi di un ricatto volto ad alzare ulteriormente la pressione su entrambe le parti. C’è però anche un’altra possibile interpretazione, decisamente meno rassicurante della prima. E cioè che Trump stia considerando seriamente di disimpegnarsi offrendo così a Putin - definito sempre durante la conferenza stampa “un simpatico gentiluomo” - una straordinaria vittoria diplomatica, oltre che una sorta di “lasciapassare” a fare dell’Ucraina ciò che più gli aggrada. In ogni caso, rispetto alle nuove sanzioni contro la Russia minacciate in precedenza, il dietro front del presidente Usa è palese.
Confermato anche dall’enfasi con cui ha voluto sottolineare di «non poter pensare a un posto migliore del Vaticano per le possibili trattative fra Ucraina e Russia». Stando così le cose, è evidente che l’unico a trovarsi di nuovo sotto pressione sarebbe ancora una volta Zelensky che, capita l’antifona, è tornato immediatamente a chiedere con forza che gli Stati Uniti non si defilino dai negoziati. Un timore più che fondato e che dà indirettamente ragione anche alle preoccupazioni espresse più volte da Giorgia Meloni circa il rischio che - sull’Ucraina e non solo su quella - l’Occidente finisca per dividersi rovinosamente. Per scacciare qualsiasi ombra al riguardo, sarebbe bastato che Trump avesse chiesto a Putin come mai la Russia stia rafforzando le proprie basi al confine con la Finlandia. Oppure, perché i suoi caccia abbiano cominciato addirittura a scortare le petroliere della «flotta fantasma» di Mosca violando apertamente il territorio di alcuni Paesi della Nato.
In una fase tanto drammatica e densa di minacce sempre più gravi, l’interrogativo di fondo a cui andrebbe data una risposta finalmente chiara e definitiva è, quindi, per chi stia lavorando effettivamente Trump. Per la pace, certamente mai come oggi difficile e dura da raggiungere, oppure per sé e per quel “simpatico gentiluomo” di Putin?
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