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EDITORIALE

La via disarmata di Papa Leone fra Putin e Trump

La via disarmata di papa leone fra Putin e Trump

28 Marzo 2026, 09:41

Il papa dell’invito ripetuto a disarmare le parole («Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra») non per questo è un papa che rinuncia a usare le parole giuste. Come quelle di cui si è servito Leone XIV per ricordare il quarto anniversario dell’inizio della guerra non «in», ma «contro» l’Ucraina. Una piccola preposizione che, però, marca una differenza fondamentale dal linguaggio, più o meno inconsapevolmente mistificatorio, con cui spesso si è soliti chiamare l’invasione tuttora in atto di una nazione libera e sovrana da parte delle armate di Putin. E che a quest’ultimo il gergo del Pontefice di Roma, al pari della sua promessa di visitare Kiev non ancora concretizzatasi eppure mai ritirata, non vada per nulla bene lo ha dimostrato il bombardamento di due giorni fa del meraviglioso monastero dei Bernardini di Leopoli. Un attacco mirato condotto da uno Shahed (i micidiali droni iraniani che ora la Russia si è messa a fabbricarsi in proprio al ritmo di migliaia al mese) che ha centrato, incendiandola, un’ala del meraviglioso sito del XVII secolo dichiarato patrimonio universale dall’Unesco. Leopoli è anche la città simbolo della indipendenza da Mosca della Chiesa greco cattolica ucraina, che nel 1946 fu messa addirittura fuori legge dal regime comunista (l’alternativa sarebbe stata la rinuncia alla appartenenza alla Chiesa cattolica di Roma e il passaggio sotto il Patriarcato ortodosso di Mosca) e condannata a vivere in clandestinità per altri 45 anni.

Fino al 1991, quando l’Ucraina dichiarò solennemente la propria indipendenza dall’Urss, poi sancita da un referendum popolare con oltre il 90% dei voti a favore. Non è un mistero che Putin abbia trovato nel Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kirill, un alleato cruciale e anche un ispiratore. Kirill ha più volte definito l’aggressione all’Ucraina una «guerra santa», facendolo mettere anche agli atti del Consiglio mondiale del popolo russo (un forum a metà strada fra l’ecclesiale e il patriottico) da lui stesso presieduto. Il documento è un incredibile concentrato di nazionalismo e di imperialismo guerrafondai allo stato puro. Si va dal descrivere l’Operazione militare speciale come, appunto, una «Guerra Santa condotta per proteggere non solo la Russia ma il mondo intero dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente caduto nel satanismo», al perentorio annuncio che, a conflitto ultimato, «tutto il territorio dell’Ucraina contemporanea deve entrare in una zona di influenza esclusiva della Russia». Con l’ulteriore precisazione che «la possibilità di esistenza su quel territorio di un regime politico ostile alla Russia e al suo popolo, così come di un regime politico governato da un centro esterno ostile alla Russia, deve essere completamente esclusa». Chiaro, il messaggio? L’esatto contrario di quanto riaffermato con forza da un successivo «contro documento» del Consiglio ecumenico delle chiese cristiane in cui si legge che «la guerra è incompatibile con la natura stessa di Dio». Concetto di nuovo brutalmente ripudiato da Putin in persona che, alla vigilia del Natale ortodosso del 7 gennaio scorso, è andato in una chiesa nei pressi di Mosca dove ha pronunciato una sorta di «omelia» spiegando che «Così come il Signore nostro Salvatore è venuto sulla terra per salvare tutta l’umanità, i soldati russi in Ucraina combattono su incarico del Signore compiendo quindi una missione sacra».

A proposito di parole «disarmate e disarmanti», davvero niente male! E se su questo terreno la sfida nei confronti del Pontefice di Roma non potrebbe essere più chiara e aperta (come dimostrano anche le circa 700 chiese ucraine distrutte o danneggiate dall’inizio della invasione, fino all’ultimo bombardamento del Monastero dei Bernardini a Leopoli), basta girare lo sguardo in direzione opposta per scoprire come anche a Trump il primo papa americano della Storia (anzi e a maggior ragione proprio per questo) vada sempre di meno a genio. D’altra parte, Leone XIV non perde occasione per rimarcare la propria distanza dall’interventismo senza più limiti e freni del presidente Usa. Quel «Sono sgomento per il Medio Oriente. Non possiamo restare in silenzio» ripetuto domenica scorsa all’Angelus con voce pacata ma al tempo stesso vibrante, come pure l’appello rivolto poco prima ai rappresentanti del movimento dei Focolari a «essere segno di unità e argine ai tanti seminatori di odio che riportano indietro l’umanità a forme di barbarie e di violenza», vanno calati nella tragica attualità internazionale di questi giorni e di quella ancora più devastante e distruttiva che potrebbe seguirne. E che in entrambi i casi si tratti di qualcosa di più di un semplice quanto scontato «richiamo d’ufficio» da parte del papa in favore della pace e della ricerca di soluzioni diplomatiche alle crisi in corso lo testimonia l’offensiva senza precedenti della chiesa americana contro la guerra all’Iran. Definita dal cardinale di Washington, Robert McElroy, «né moralmente legittima, né giusta» e dal suo collega di Chicago, Blaise Cupich, la nuova puntata di «un videogioco rivoltante».

Sarebbe bastato molto di meno per mandare su tutte le furie Trump. Che, infatti, ha dato l’ordine ad alcuni dei suoi fedelissimi di ribattere «alla Trump». Come prontamente fatto dallo «zar» per l’immigrazione, Tom Homan che, facendosi apertamente beffe del Pontefice, ha elegantemente invitato lui e i suoi cardinali a farsi gli affari propri. Evidentemente, alla Casa Bianca sono più che mai convinti che, per il solo fatto di esserci nato, ogni volta che c’è l’America di mezzo questo papa non debba neppure aprire bocca. Speranza del tutto vana, come si è capito dopo la pubblicazione della famosa foto di Trump attorniato da una frotta di pastori e di telepredicatori evangelici che pregano insieme a lui nello studio Ovale per la vittoria nella guerra all’Iran. Una scena che ricorda molto da vicino quella di Putin in chiesa che, circondato dai suoi ufficiali, celebra l’invasione «per conto di Dio» dell’Ucraina. E alla quale, pur non citandola apertamente, Leone XIV ha replicato indirettamente un paio di giorni dopo dichiarando che «Dio non può essere arruolato dalle tenebre e che il suo nome non può essere coinvolto in scelte di morte».
Un po’ a sorpresa, ma non troppo, Papa Leone sta strapazzando Trump nei sondaggi Usa. In quello condotto dalla rete Nbc, il Pontefice guida con ampio margine la classifica, seguito dal comico e conduttore televisivo Stephen Colbert. Staccatissimo il trio Trump, Vance e Rubio, questi ultimi due davanti allo stesso presidente. Segno che gli americani cominciano a non poterne letteralmente più di guerre che, invece di chiudersi come promesso fino allo sfinimento dal «grande pacificatore», si moltiplicano e nessuno sa se e quando possano finire. Ma segno anche che in giro cresce il bisogno e la voglia di parole (e di leader) finalmente «disarmate e disarmanti». Inutile aggiungere quanto ce ne sarebbe più che mai bisogno anche dalle nostre parti.

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