EDITORIALE
Viktor Orban durante il comizio a Debrecen, in Ungheria, 9 aprile 2026
Domenica avranno luogo le elezioni parlamentari in Ungheria e, mai come in questa occasione per diversi analisti, l’esito elettorale potrebbe assumere una valenza storica perché decreterebbe la crisi o la fine del modello della democrazia illiberale.
Era il 26 luglio del 2014 quando il premier ungherese Viktor Orban in un discorso in Romania aveva constatato la fine del modello liberaldemocratico occidentale, sorpassato da «sistemi che non sono democrazie occidentali, non liberali, forse nemmeno democratiche, e tuttavia rendono le nazioni efficienti. Oggi, le star delle analisi internazionali sono Singapore, Cina, India, Turchia, Russia (…). una democrazia non è necessariamente liberale». (…) «Stiamo costruendo uno Stato volutamente illiberale, perché i valori liberali dell’Occidente oggi includono la corruzione, il sesso e la violenza».
In realtà, il termine «democrazia illiberale» era già stato utilizzato da Fareed Zakaria in un articolo pubblicato in Foreign Affairs del 1997 e ripreso nel libro «Democrazia senza libertà in America e nel resto del mondo» del 2003, ma è l’Ungheria di Viktor Orban a rappresentare il caso empirico più paradigmatico nel cuore dell’Europa.
Quando nel 1988 Orban fonda il movimento anticomunista e libertario Fidesz (Alleanza dei giovani
democratici) era un giovane di orientamento liberale, favorevole al processo di integrazione europea e all’allargamento della Nato ad est. Dieci anni dopo questo promettente leader del centro destra diventa Primo Ministro sino al 2002 per poi passare all’opposizione nelle due successive legislature. Il salto di qualità avviene nel 2010 con la sconfitta del partito socialista e la schiacciante vittoria di Fidesz che da allora riuscirà (anche con interventi sulla legislazione elettorale ad hoc) ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi.
Provando a cimentarsi nell’individuazione di un vademecum su come instaurare una democrazia illiberale, il caso di Orban dimostra che uno dei primi atti politici è attribuire al consenso elettorale una forte rilevanza di legittimazione per il partito di governo che deve controllare l’arena parlamentare per mitigare l’azione dell’opposizione e rafforzare quella del governo.
Il voto rappresenta, quindi, quell’investitura necessaria al leader per attuare una serie di iniziative e riforme politiche e istituzionali atte a svuotare progressivamente lo stato di diritto con i suoi pesi e contrappesi.
In questi sedici anni al governo, Orban ha, infatti, sistematicamente modificato la legge elettorale attraverso il ricorso a tecniche di gerrymandering per disegnare collegi uninominali che hanno consentito a Fidesz di mantenere la maggioranza dei 2/3 del Parlamento e ha abbassato il numero dei parlamentari.
Dominando il parlamento, Orban è riuscito, successivamente, ad attuare una serie di modifiche alla Costituzione che hanno limitato l’indipendenza della magistratura e della Banca centrale ungherese, i poteri della Corte Costituzionale e indebolito la separazione dei poteri.
Nell’ottica illiberale, i suoi governi hanno preso il controllo diretto e indiretto dei media tradizionali riducendo il pluralismo d’informazione piazzando persone di fiducia nelle posizioni apicali di enti locali, governativi ed economici. Ha, inoltre, avviato una privatizzazione delle Università che sono diventate organismi sempre più vicini al governo, modificato i programmi scolastici per propagandare i valori conservatori a cui s’ispira (nazionalismo, ordine, patria, famiglia tradizionale, cristianesimo, anti-immigrazione, anti-UE, difesa delle minoranze magiare all’estero). In sostanza, Orban ha ridotto i margini di pluralismo politico e le garanzie fondamentali dei diritti e delle libertà civili e politiche per instaurare un regime politico (orbanesimo) che ha penetrato istituzioni e società.
Il premier ungherese è diventato il re delle giravolte politiche che da liberale antisovietico si è trasformato nel cavallo di Troia degli interessi del Cremlino in Europa, condividendo gran parte delle politiche putiniane, come ad esempio gli attacchi alle Ong straniere e alle comunità LgbtQ+, e della ideologia Maga trumpiana.
Non è un caso, infatti, che durante la campagna elettorale vi siano state numerosi attacchi dell’opposizione nei confronti della presenza di spie russe nelle istituzioni ungheresi e di ricorso alla disinformazione russa per avvantaggiare Orban, per la prima volta, in seria difficoltà nel prossimo appuntamento elettorale.
Come spesso accade nella compagine dei leader autoritari, lo sfidante Peter Magyar, con il suo “Partito del Rispetto e della Libertà”, rappresenta quella “serpe in seno”, - che sfrutta la longevità politica di Orban, accusato di essere l’artefice di numerosi episodi di corruzione nel paese -, per criticare e fuoriuscire da Fidesz, diventare parlamentare europeo ed essere in testa nei diversi sondaggi di queste settimane con un distacco attorno ai 10 punti percentuali.
L’evidente fase di difficoltà di Orban è dimostrata non solo dal sostegno russo, bensì dall’arrivo nei giorni scorsi anche del vicepresidente americano JD Vance che ha elogiato il premier uscente per “l’ottimo lavoro” nel mantenere stabilità nel paese e in materia di sicurezza energetica, nonché criticato “la vergognosa quantità di interferenze provenienti dalla burocrazia di Bruxelles, uno dei peggiori esempi di interferenza elettorale straniera”.
Un vero e proprio attacco antieuropeo dell’americano in linea con l’ungherese Orban per sostenere sostanzialmente che l’Unione Europea ha sbagliato a chiudere i rubinetti di gas e petrolio russi e che i valori occidentali e cristiani sono rappresentati solamente dai loro paesi.
Ma i temi della campagna elettorale non hanno riguardato esclusivamente la situazione economica, la corruzione nel paese e le turbolenze internazionali. Orban ha spostato il baricentro dell’attenzione dell’opinione pubblica sull’ipotesi di un attentato ucraino al gasdotto TurkStream, che rifornisce Budapest, per destabilizzare il premier ungherese a pochi giorni dal voto. Che si tratti di una false flag, una messa in scena del governo ungherese per giustificare uno stato di emergenza e rinviare le elezioni o di un reale piano ucraino, al netto delle diverse propagande in gioco, non vi è dubbio che le elezioni ungheresi apriranno scenari interessanti sul piano domestico e internazionale.
Nel caso di una sconfitta del partito di Orban, si tratterà di vedere se la crisi della democrazia illiberale produrrà un’accelerazione verso un regime più autoritario o un reflusso più democratico che aiuterà a comprendere quali possano essere gli anticorpi democratici più efficaci per scongiurare l’autocratizzazione dei sistemi politici occidentali. Se il partito del premier, Fidesz, dovesse vincere per la sesta volta, non sarebbe stato messo fuori gioco il più grande critico delle politiche dell’Ue e la spalla di Donald Trump e Vladimir Putin per destabilizzare l’Europa, ma galvanizzerebbe le destre radicali ed estremiste di altri paesi dell’Ue
Come sempre, nei fenomeni politici e sociali intervengono sempre diversi fattori che non escludono scenari alternativi e più articolati alle principali ipotesi che stanno circolando in questi giorni. Certamente, anche se Magyar dovesse vincere con una buona maggioranza di voti in Parlamento, grazie alla sua capacità oratoria e la costruzione di un’alternativa credibile, si troverebbe in estrema difficoltà a smantellare il brevetto orbaniano che ha colonizzato il paese. Sarà un voto sulla figura di Orban, ma non necessariamente contro il sistema che lui stesso ha brevettato.
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