Editoriale
È impossibile, affrontare con gli spazi, anche ampi, a disposizione di un editoriale, una crisi globale quale questa che stiamo vivendo, tra minacce di «reductio ad caementa», di rappresaglie agli alleati non solerti nell’impugnare le armi, e tentativi di intimidazione al Papa, la più alta autorità morale del mondo cristiano, e sconfitte reali, irreparabili per il mondo trumpiano. Cercheremo, invece, di comporre una sintesi, per capitoli, delle questioni più rilevanti che stanno innanzi a noi.
Leone XIV ha definito la guerra scelta da Donald Trump contro l'Iran uno «scandalo per l'intera famiglia umana», e ha ripetutamente denunciato le insidie dell'arroganza e la "violenza assurda e disumana" scatenata dai combattimenti, non mancando mai nel suo magistero di toccare l’argomento della pace, sino all’ultimo atto, una lettera ai cristiani d’America (subito ripresa da esponenti della Conferenza episcopale Usa) perché premessero sui loro rappresentanti parlamentari per un cambiamento della politica presidenziale. In un lungo post pubblicato domenica 12, Trump si è arrogato il merito dell’elezione di Papa Leone («Se io non fossi alla Casa Bianca, Leo non sarebbe in Vaticano»). e ha poi definito il Papa «debole sul fronte della criminalità» - un epiteto che di solito riserva ai sindaci democratici - e "pessimo in politica estera", imputandogli di "assecondare la sinistra radicale" e offrendogli un consiglio: "concentrarsi sull'essere un grande Papa, non un politico". E ha aggiunto: a Leo "piace il crimine" e le armi nucleari, definendolo infine "persona molto liberale”, che nella fraseologia MAGA è un grave insulto. Dopo secoli, un attacco diretto, infondato, impopolare al Papa che, dall’aereo che lo portava in Algeria, ha risposto di non temere le minacce di Trump. L’inammissibile discorso del presidente Usa (che si sente mancare il terreno sotto i piedi, visto che l’elettorato cristiano ha contribuito in modo determinante alla sua elezione e che a novembre nel Midterm quel voto plebiscitario potrebbe mancargli) ai noi italiani dà la misura del provincialismo, della manipolazione della stampa italiana e della mancata conoscenza della problematica da parte della classe dirigente del Pd (degli altri, 5Stelle e AVS non ci stupiamo) che hanno dato sin qui un’immagine sbagliata di Papa Leone XIV confrontandolo -in negativo- con l’amico “populista” che l’ha preceduto. Né particolarmente apprezzato dal centro-destra di governo, per ragioni di solidarietà sovranista.
L’attuale occupante della Casa Bianca, alle prese in questi giorni con il progetto del proprio Arco di Trionfo da costruire a Washington, ha di fronte a sé questo irremovibile ostacolo, Papa Leone XIV e la Chiesa cattolica, forti della loro coerenza etica e del forte messaggio trasmesso al mondo.
Inviato a Budapest per partecipare alla campagna elettorale di Victor Orban, il vicepresidente ha parlato in un grande comizio, dopo il quale si è segnalato un balzo in avanti del candidato dell’opposizione Peter Magyar.
Svolto il proprio compito, Vance è volato a Islamabad per partecipare come capo-delegazione ai colloqui con i rappresentanti iraniani volti a implementare la tregua e a definire un’ipotesi di pace. Con il solito atteggiamento trumpiano (di cui il vice è un aggressivo interprete) il tentativo di imporre all’Iran la riapertura libera dello Stretto di Hormuz e la rinuncia “per sempre” allo sviluppo dell’arma nucleare è fallito, dando al mondo l’impressione che il presidente Usa sia diventato un Re Mida al contrario: lui, i suoi, la sua politica non recano seco una “golden age”, bensì una “shit age”. Una constatazione che graverà come un irredimibile stigma sino a fine mandato.
Il New York Times, quando il presidente Trump ha attaccato l'Iran il 28 febbraio, definì la sua decisione “sconsiderata”. Era, infatti, entrato in guerra senza chiedere l'approvazione del Congresso né il sostegno della maggior parte degli alleati, dando agli americani giustificazioni inconsistenti. Non è riuscito (né avrebbe potuto) spiegare perché il suo ingenuo tentativo di cambio di regime avrebbe dovuto avere esito migliore rispetto ai precedenti tentativi in Iraq, Afghanistan e altrove. Nelle sei settimane successive, l'avventatezza della sua guerra è diventata ancora più evidente. Ha evitato un'attenta pianificazione militare e ha agito d'istinto (il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva predetto a Trump che gli attacchi avrebbero scatenato una rivolta popolare in Iran, mentre il direttore della CIA aveva replicato definendo l'idea "assurda"). Trump era così sicuro di sé da non replicare alla prevedibile contromossa dell’Iran di bloccare lo Stretto di Hormuz, provocando un’impennata dai prezzi che è ancora in corso o per definire un quadro tattico idoneo ad assicurare il recupero e la neutralizzazione delle riserve di uranio arricchito stoccate in luoghi segreti e sotterranei dal regime teocratico di Teheran. Del resto anche la Gazzetta di Parma ha raccontato la paradossale riunione dello staff presidenziale del 26 febbraio, antivigilia dell’attacco, durante la quale Christopher W. Grady (capo di stato maggiore, già sostituito) -unico in un consesso di adulatori- ebbe a chiedere cosa sarebbe accaduto agli Emirati e all’Arabia Saudita. «No problems» rispose il Donald, seguito dai No problems di tutti gli altri.
La scorsa settimana, dopo avere minacciato di ridurre l’Iran all’ “età della pietra” Trump ha aperto alle trattative incassando un’umiliante sconfitta strategica (confermata dall’incontro di Islamabad). Ricapitolando: l’Iran oggi ha mostrato al mondo di poter mettere Trump in ginocchio nel giro di pochissimo tempo: le armi sono lo Stretto di Hormuz e il petrolio (ieri è stato annunciato un blocco navale americano dei porti -già bloccati- rivolto a far cessare i rifornimenti’ a Cina e India). A questo punto gli Stati Uniti hanno consumato buona parte delle armi e munizioni accantonate. Ci vorranno anni per rifornire adeguatamente gli arsenali. E ci vorranno anni per cambiare il modo di fare la guerra visto che armi costosissime vengono battute da armi più moderne dal costo assai minore; le alleanze americane sono quasi dissolte per una pessima ragione: le nazioni storicamente alleate non si fidano degli Stati Uniti. Basti l’esempio dell’Ucraina, il baluardo democratico abbandonato ai russi (in un recente rapporto l’Institute for studies of war -ISW- ritiene che la Russia sia entrata nella "Fase Zero", la fase di preparazione informativa e psicologica della sua possibile guerra alla Nato senza Usa.
Quindi, una perdita di fiducia riparabile solo con una nuova presidenza non in continuità con quella oggi al potere; anche gli “amici” in Medio Oriente sono meno amici di qualche mese fa. L’improvvisa interruzione della guerra da parte degli Stati Uniti ha fatto loro considerare la labilità dell’alleato americano e, quindi, la necessità di guardare oltre per assicurarsi un futuro. Il tutto concorre allo smantellamento dell’immagine positiva che irradiava dagli Stati Uniti. Nemici delle oligarchie e delle dittature, amici delle democrazie e degli stati deboli. Ora che Trump e il suo segretario alla guerra Hegseth hanno emesso dichiarazioni sanguinarie e barbare colpendo in modo letale l’immagine di cui abbiamo detto, sarà impossibile ricostruire un rapporto di fiducia con qualsiasi stato una volta “amico”. Rimangono sul campo avversari storici degli USA, pronti a lucrare tutto ciò che il dilettantismo, l’infantilismo e la stupidità degli attuali occupanti il potere politico americano lasceranno per loro: ed è molto, moltissimo, il mondo smarrito e calpestato da Washington.
L’Italia, dopo il rovinoso tracollo di Orban, deve registrare un cambiamento del vento che è soffiato negli ultimi anni. Non è più un vento che gonfia le vele della destra, ma è un vento volto a gonfiare altre vele alternative, se ci fossero.
Del che è doveroso dubitare, visto che nessuno, tra le opposizioni, manifesta un minimo di realismo sulle gravi e grandi questioni che angosciano il mondo consapevole. Nessuna concretezza, nessuna capacità di passare dalla piccola contestazione da cortile rurale della prima ministra Giorgia Meloni&suoi, nessuna volontà di essere all’altezza dei tempi, affrontando per esempio i cruciali temi del riarmo europeo e italiano, dell’energia, della produttività, del futuro dei giovani e delle liberalizzazioni fallite dal centro sinistra e dal centro destra. Infine, dell’utile modificazione del Patto di stabilità. Insomma, benché Matteo Salvini tenti di contribuire all’affondamento del vascello della maggioranza, nessun titolare di una politica di alternativa democratica e riformista si è fatto avanti.
Ed è questo l’aspetto più preoccupante della situazione italiana e non per un pregiudizio antidestra, ma per l’esigenza che il Paese si arricchisca di alternative realistiche, il cui effetto benefico sarebbe sì la crescita dell’opposizione, ma anche dell’attuale maggioranza, mai efficacemente sfidata.
Zeus, il re degli dei, s’è occupato di accecare Elly Schlein &suoi, in modo da permettere che il partito a vocazione maggioritaria, nato a Torino il 14 ottobre 2007, si trasformasse in un partito di minoranza organica, radicale alla Pietro Secchia, sostenitore di anarchici e antagonisti. Il destino, comunque, non è segnato per nessuno. La voglia di contrastarlo non basta: ci vuole sapere, volontà e intelligenza politica, ingredienti non in vendita al supermercato.
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