EDITORIALE
Se esistesse una ricetta unica, valida in ogni tempo e in ogni luogo, per spiegare la crescita delle imprese, ebbene, l’economia sarebbe un po’ come la fisica: una scienza esatta. Ma così non è: l’economia è una scienza sociale e nella determinazione dei risultati contano, certo, i numeri, ma giocano altresì un ruolo rilevante sia i comportamenti delle persone (in primis, gli imprenditori), sia le istituzioni e le regole del gioco (si pensi all’importanza del welfare state).
Ciò naturalmente non equivale a dire che occorra rinunciare alla ricerca di quelli che abitualmente chiamiamo fatti stilizzati: fatti che, ricorrendo con regolarità, si rivelano utili per interpretare la realtà che ci circonda.
Appartiene a questo filone l’indagine sulle imprese Champions condotta, ormai da diversi anni, dal Centro studi di ItalyPost in collaborazione con L’Economia Corriere della Sera; indagine che fa ora tappa a Parma. È significativo che l’incontro, in calendario per giovedì prossimo (16 aprile), si svolga presso Le Village by Crédit Agricole, un luogo che – citiamo - «accelera la crescita delle startup e accompagna le corporates verso il futuro delle loro industrie».
Cominciamo col dire – primo fatto stilizzato – che, nel 2024, i 1.000 Champions hanno fatturato, nel loro insieme, oltre 107 miliardi di euro (solo per rendere l’idea, si pensi che l’Eni, la principale società italiana, ha fatturato 98,6 miliardi). Questi Champions vengono classificati in due sottoinsiemi: 700 con un fatturato fra 30 e 120 milioni di euro; 300 fra 120 e 500 milioni. Per entrare nei «magnifici» occorre superare un’asticella fissata molto in alto per ciò che riguarda la crescita del fatturato, la redditività, la solidità finanziaria, e così via.
Secondo, l’indagine pone in rilievo le specializzazioni settoriali prevalenti dei Champions, che vanno dalle produzioni classiche del Made in Italy a quelle science-based, il tutto all’insegna della qualità dei prodotti immessi sul mercato (qualità riferita a materie prime, design, livello tecnologico e, sovente, a un mix di tutte queste caratteristiche).
Terzo, la distribuzione territoriale di queste imprese privilegia il Nord-Ovest e il Nord-Est, che valgono circa i tre-quarti dei Champions, anche se il Centro e alcune aree del Mezzogiorno sono tutt’altro che trascurabili.
Quarto, moltissime imprese Champions hanno posto in essere una strategia che ha saputo combinare con maestria crescita per via interna (organica) con la crescita per via esterna (fusioni e acquisizioni).
Quinto, la proiezione sui mercati internazionali di queste imprese è davvero impressionante e si realizza per il tramite di un’elevata quota di export sul fatturato, ma anche mediante investimenti diretti esteri (Ide) nei paesi dell’Unione europea, e oltre.
Sin qui, in estrema sintesi, il quadro nazionale. E il quadro regionale suggerisce qualche considerazione supplementare? Sì, giacché i Champions emiliano-romagnoli esprimono una dimensione media (127 milioni di euro) superiore sia a quelli lombardi (112 milioni), sia a quelli veneti (102 milioni). Dei 1.000 Champions italiani, in verità, in Lombardia e Veneto ve ne sono di più che in Emilia-Romagna (rispettivamente 307, 167, 129), ma quelli localizzati lungo la Via Emilia hanno le spalle più larghe.
Giunti a questo punto, la domanda diviene: quali sono le ragioni di ciò? Ora, proprio perché l’economia non è come la fisica, non c’è una risposta unica – una sorta di «legge» – a questa domanda. Una primissima parte della risposta si ricollega alle considerazioni più sopra espresse: i Champions emiliano-romagnoli realizzano in maniera particolarmente efficace il miglioramento (o upgrading) qualitativo dei prodotti, la sapiente combinazione di crescita per via interna ed esterna, l’internazionalizzazione.
Tutto giusto. Ma una seconda parte della (possibile) risposta chiama in gioco fattori che vanno al di là dei confini dell’impresa e investono il territorio. Grazie a tanti anni di ricerche empiriche sul «Modello Emilia», ho maturato la profonda convinzione che la nostra sia – più di ogni altra cosa – la regione delle «reti». Pensiamo, per esempio, alla Rete politecnica (ITS), alla Rete alta tecnologia (Laboratori di ricerca pubblico-privati), alle cooperazioni rafforzate fra i quattro Atenei (Motor Valley University, Food University), alle Academy aziendali. Non accidentalmente, l’Emilia-Romagna è spesso la prima della classe, fra le regioni italiane, negli indicatori che riguardano gli investimenti in conoscenza (spese in R&S, brevetti, numero di laureati), sebbene per primeggiare in Champions League il cammino sia ancora lungo.
Il punto chiave è, dunque, il seguente: le «reti» nascono là dove c’è fiducia reciproca fra tutti gli attori coinvolti. È la fiducia – parola dell’anno 2025 per la Treccani – l’ingrediente essenziale del modello economico-sociale che si è venuto sviluppando lungo la Via Emilia. È all’interno di questo modello che le imprese Champions trovano il loro ambiente naturale per crescere e, al tempo stesso, per restituire al territorio una parte dei frutti raccolti.
Un’ultima considerazione (la terza parte della risposta): per quante spiegazioni ognuno di noi – economisti e, in generale, scienziati sociali – possa offrire, ci sarà sempre un qualcosa che ci sfugge perché ha a che fare intimamente con la vocazione dell’imprenditore. Al pari della filosofia, anche in economia – intesa come disciplina scientifica – è saggio salire sulle spalle dei giganti: Joseph A. Schumpeter è uno di questi. Basti pensare che la sua idea della «distruzione creatrice» (1943) ha ispirato gli economisti che, nell’ottobre scorso, sono stati insigniti del Nobel per l’Economia.
Il grande economista austriaco, nella sua prima fondamentale opera - «Teoria dello sviluppo economico» (1911) - così descriveva le motivazioni dell’imprenditore: «In primo luogo, vi è il sogno e la volontà di fondare un impero privato. C’è poi la volontà di vincere. Una terza famiglia di moventi è costituita infine dalla gioia di creare». Parole intramontabili.
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