Intervista
Ivan Delprato, Tamara Nespoli, Enrico Delprato e la fidanzata Renata Militello
Enrico Delprato, partiamo dall’inizio. La passione per il calcio è nata andando a vedere suo papà, giocatore di lunghissimo corso dell’AlbinoLeffe.
«Sì, ho bellissimi ricordi perché andavamo sempre a vederlo insieme a tutta la famiglia. Era un momento bello perché ci riunivamo con mia mamma e i nonni e andavamo insieme allo stadio. Ero piccolo, mio papà ha smesso di giocare quando avevo nove anni: la mia soddisfazione era dargli il cinque dal vetro durante il riscaldamento. È stato il mio primo approccio, poi il calcio mi è entrato nel sangue: in tutte le foto che ho da bambino ho sempre un pallone in mano».
Però né suo padre né tua madre l’hanno mai spinta verso il calcio.
«Vero, non mi hanno mai forzato ed è stata la mia fortuna. Adoravo il calcio ma mi piacevano anche altri sport, soprattutto il basket. Anche quando sono arrivato agli Allievi e poi alla Primavera all’Atalanta, non ho mai sentito la pressione di dover diventare per forza un calciatore professionista. I miei mi hanno sempre lasciato libero e permesso di vivere la mia adolescenza con molta tranquillità. Dovrebbe essere così per tutti i ragazzi».
Ha “rischiato” di scegliere il basket, a un certo punto.
«Proprio così. Me lo raccontano i miei genitori, perché ho un ricordo vago, ero molto piccolo. Un bel giorno, mentre siamo a cena, dico “ho deciso di provare la pallacanestro”. I miei mi guardano e mi confessano una cosa che mi avevano tenuto nascosta: il giorno dopo avrei dovuto fare un provino per l’Atalanta. Non avevano voluto mettermi pressione, ma a quel punto hanno dovuto dirmelo per forza. E così, il basket ho continuato a seguirlo solo da appassionato e da tifoso. Sono entrato all’Atalanta quando ero in terza elementare».
Dove ha dato i primissimi calci al pallone?
«In una scuola calcio a Seriate, a due passi da casa, e poi in prima e seconda elementare all’oratorio di Grassobbio, il mio paese. Non ho tanti ricordi, ma il trofeo che ho vinto come miglior giocatore di un torneo con la maglia del Grassobbio è un cimelio che conservo gelosamente, è nella mia cameretta».
Ma per i suoi genitori la vera priorità è sempre stata la scuola.
«Certo, me l’hanno fatto capire da subito, soprattutto mia mamma: anche di questo li devo ringraziare. Per prima veniva la scuola, poi il calcio: erano importanti tutti e due e uno non doveva “danneggiare” o sacrificare l’altro. È una mia grande soddisfazione essere riuscito a ottenere un diploma in ragioneria frequentando sempre scuole pubbliche».
Non sarà stato facile.
«No, soprattutto negli ultimi anni delle superiori, quando sia gli impegni del calcio che quelli della scuola si facevano più intensi. Per fortuna mi allenavo al pomeriggio, quindi al mattino sono sempre riuscito ad andare a scuola. Giornate molto “piene”: sveglia all’alba, cinque ore a scuola, ritorno a casa, un boccone al volo e poi passava il pulmino per andare al campo di allenamento. Alle sei il ritorno a casa e i compiti. È stata tosta, ma ce l’ho fatta: e ne vado molto fiero».
La squadra del cuore?
«Il Milan, da sempre. Questione di famiglia: nonno milanista, padre milanista, almeno fino a quando la Samp di Vialli e Mancini ha cominciato a vincere. Io milanista dalla nascita, come il 90 per cento dei bambini e ragazzini del mio paese. Mi ricordo l’emozione delle mie prime volte a San Siro».
Quali erano i suoi idoli da ragazzo?
«Il primo mio papà: per il calcio, è sempre stato il mio esempio. Tra i giocatori del Milan, Kakà, Schevchenko, Maldini, quelli che hanno fatto la storia del Milan, tutti noi tifosi li ammiravamo».

Per ironia della sorte, il Milan è l’unica squadra a cui ha segnato due gol.
«Eh già. Due bei gol. Uno decisivo, nel novembre 2025, il gol del 2-2 finale, dopo che eravamo stati sotto 2-0; l’altro a San Siro, nella stagione precedente: gol ininfluente, ma resta quello a cui sono più affezionato. Segnare a San Siro, che è uno stadio straordinario, quello dove ogni ragazzino sogna di giocare, è un’emozione indescrivibile».
Prova un po’ di affetto per l’Atalanta?
«Una grande riconoscenza per avermi fatto crescere. Sono stato molto fortunato a entrare nel settore giovanile dell’Atalanta, dove c’è da sempre uno staff di altissimo profilo: allenatori e educatori che seguono i ragazzini sotto il profilo del comportamento, non solo degli aspetti tecnico-tattici. Non è affatto casuale che dal vivaio dell’Atalanta siano usciti tanti calciatori che si sono affermati in serie A. Io sono entrato a sette anni e sono rimasto fino alla Primavera. Ho il rammarico di non aver esordito in prima squadra, anche se non cambierei per nulla al mondo il percorso che ho fatto e che mi ha portato al Parma. Guadagnare la serie A sul campo è stato il coronamento di un sogno».
L'intervista a casa Delprato, a Grassobbio (Bergamo)
Prima del Parma si è fatto le ossa in B, a Livorno e a Reggio Calabria.
«Due stagioni particolari: la prima è stata quella del Covid, con il campionato interrotto in febbraio e marzo. Per me due anni importanti, perché mi hanno permesso di affacciarmi al mondo dei professionisti. Due realtà completamente diverse – per organizzazione, per strutture – rispetto all’Atalanta e al Parma, ma esperienze molto formative. Continuo a seguire le mie ex squadre, anche adesso che il Livorno è in C e la Reggina in D: meriterebbero entrambe qualcosa di più».
Poi, il Parma. Si è trovato subito bene?
«Di più, sotto ogni profilo. Accoglienza bellissima, città a misura d’uomo, con molte somiglianze con Bergamo. Gente educata, gentile, magari un po’ riservata ma che, quando si apre, è sempre disponibile. Il primo anno non è stato facile: la squadra era appena retrocessa in B ed erano andati via tantissimi giocatori, eravamo in tanti molto giovani e non è stato facile creare un gruppo. L’anno successivo siamo cresciuti, migliorando tanto, e il terzo anno abbiamo vinto il campionato. Indimenticabile».
Lei è abituato a porsi sempre un obiettivo, alzando ogni anno l’asticella.
«Sì, mi aiuta a crescere, a migliorare. Appena uscito dalla Primavera c’era l’incognita di affrontare un campionato di B, capire se ero all’altezza. L’anno successivo, l’obiettivo era confermarsi, dimostrare che la stagione del debutto non era stata un caso. Poi, piano piano, gli obiettivi andavano di pari passo con quelli della squadra: cercavo di confermare buone prestazioni e ottenere risultati. Lo stesso è successo a Parma: prima l’obiettivo era raggiungere la serie A, poi dimostrare di essere all’altezza».
Il prossimo obiettivo? Il sogno nel cassetto?
«Per me è già un sogno giocare in A e mi ritengo molto fortunato. Chiaro, se voglio pensare a qualcosa di più dico che vestire la maglia della Nazionale è il desiderio di qualsiasi ragazzo che giochi a calcio».
Un suo pregio e un suo difetto.
«Mah, credo di essere bravo ad adattarmi a quello che mi chiede il mister. Mi chiedono spesso se preferisca giocare terzino o centrale: rispondo sempre che mi adatto senza problemi, ci sono pro e contro. Penso sia una mia qualità, così come l’impegno al cento per cento per dare sempre il massimo. Un difetto? Dovrei migliorare l’aspetto fisico, farmi un po’ di muscoli, nel calcio di oggi è importante. E poi penso di poter migliorare ancora sotto tanti aspetti. Ce la metto tutta».
Quali sono gli attaccanti più difficili da marcare?
«Tanti, in serie A affronti spesso grandi campioni. Come terzino destro, i più ostici sono gli esterni che ti puntano e cercano di dribblarti, come Yildiz o Leao, o Kvaratskhelia, che ho affrontato quando giocava nel Napoli. Impressionanti. Come difensore centrale, il più pericoloso in assoluto è Lautaro Martinez, fortissimo».

È stato nominato capitano molto giovane: una soddisfazione e una bella responsabilità al tempo stesso.
«Mi ricordo bene la sorpresa, quando Pecchia me l’ha detto. È una bellissima cosa, ma è davvero una responsabilità importante: devi essere sempre il punto di riferimento per i compagni, sistemare certe dinamiche nello spogliatoio. A 23 anni, non è facile. Adesso ho un po’ più di esperienza, sono sempre orgoglioso di portare la fascia al braccio».
C'è qualche giocatore, del Parma o no, con cui ha stretto un bel rapporto d'amicizia?
«Ce ne sono tanti. Se devo fare qualche nome, cito Estevez, Hernani, che è andato via in gennaio, e mi è dispiaciuto tanto perché era un ragazzo veramente importante all'interno dello spogliatoio. Così come Djuric, che è stato solo un anno con noi, però è come se ci fosse stato per cinque-sei anni, per quello che ha dato al gruppo. Ce ne sono tanti altri: a volte giochi insieme solo per sei mesi, ma si stabilisce un rapporto bello, si resta amici per sempre».
Gli sport americani sono da sempre una sua grande passione. Com’è nata? Qual è la disciplina che segue più volentieri?
«Il primo amore è stata l’Nba, guardavo le partite in tv e giocavo alla Playstation con mio papà. Poi mi sono appassionato anche al baseball e al football. Ho sempre sognato di andare in America, fin da quando ero un ragazzino. Quando ci sono stato, sono andato a vedere varie partite. Gran bella esperienza: c’è una mentalità lontanissima dalla nostra: se si sfidano Boston e New York, nel basket rivali storiche, come Parma e Reggiana da noi, i tifosi avversari seguono la partita insieme chiacchierando amabilmente. Impensabile, in Italia».

Le mie passioni? Gli sport americani, la musica, il cinema, ho anche un tatuaggio di Rocky Balboa sul braccio. E poi mi piace restare aggiornato sui temi di geopolitica
Altre passioni?
«La musica: l’ascolto sempre, in pullman verso lo stadio, a casa. Il cinema: mi piace moltissimo, sono abbonato a tantissime piattaforme per vedere film e serie».
E ha Rocky Balboa tatuato sul braccio.
«Un mito, per me. Sono stato a Filadelfia, per vedere la sua statua. Da bambino guardavo i suoi film con mio nonno e mio papà. Da grande, poi, ho capito cose più profonde, che andavano oltre i match di pugilato. Sono legato al mito di Rocky, più che a Sylvester Stallone, perché rappresenta una metafora della vita: il non mollare mai, l’essere sempre pronti a fare un altro round, perché potrebbe essere quello buono».
Qual è il suo rapporto con i social network?
«Li uso, come tutti. Ma cerco di non esserne fagocitato. So bene che gli algoritmi sono pericolosi, fanno in modo che gli utenti siano “catturati” dal meccanismo. Mi fa una gran tristezza vedere famiglie al ristorante con bambini, anche molto piccoli, che non scrivono, non disegnano, non colorano: sono rapiti dallo smartphone o dal tablet e sono talmente presi che dimenticano perfino di mangiare. Io con lo smartphone guardo anche altro: per esempio, mi piace tenermi informato sui temi di geopolitica, un’altra mia passione, come lo erano la storia e la geografia quando andavo a scuola: trovo affascinante conoscere gli altri Paesi, gli altri continenti, mi piace viaggiare e seguire, appunto, le questioni geopolitiche. Seguo alcuni youtuber autorevoli e leggo il “Corriere”».
Si capisce subito che lei è un bravo ragazzo. Si sente un po’ una mosca bianca, nel mondo del calcio?
«Grazie. Ma no: credo sia un luogo comune pensare al calciatore che ama stare sempre sotto i riflettori, che è un po’ artefatto, esuberante. Io vedo tanti ragazzi molto semplici, come sono io, con i quali si può parlare di qualsiasi cosa. Ragazzi tranquilli come loro coetanei che fanno altri lavori».
Nel suo caso, quanto ha inciso l’educazione ricevuta in famiglia?
«Tanto, è stata fondamentale. I miei mi hanno permesso di avere un’adolescenza molto normale, solo complicata dai ritmi di scuola e allenamenti. Ma ho anche sempre frequentato gli amici, sono andato in discoteca, come tutti. Senza mai trascurare la famiglia, i genitori e i nonni: mi hanno trasmesso valori fondamentali».
Quali sono i suoi posti del cuore a Parma?
«Sarà banale, ma il primo è il Tardini. Poi la Cittadella, ci sono stato tante volte: la prima casa a Parma si affacciava proprio sulla Cittadella, io e la mia fidanzata andavamo spesso per lunghe passeggiate. E intanto io la interrogavo mentre preparava gli esami universitari. È un bellissimo parco, a misura di famiglie, con tanti ragazzini che giocano liberi. E tanti mi raccontano di quando il Parma si allenava lì, in mezzo agli anziani che giocavano a briscola».
Cosa vede nel suo futuro, dopo il calcio?
«Perché dopo il calcio? A me piacerebbe restare in questo mondo: magari per scoprire tanti ragazzi che meriterebbero di giocare ad alto livello. Seguo sempre la serie D, a maggior ragione adesso che mio papà allena la Castellanzese: e vedo tantissimi ragazzi italiani che meriterebbero di giocare a più alti livelli e che non hanno mai avuto un’opportunità. Ecco, scoprire questi talenti un po’ nascosti è un mestiere che mi piacerebbe. Ma c’è tempo, adesso penso a giocare e a dare il massimo per il Parma».
Quando ha capito che Enrico avrebbe potuto arrivare a giocare in Serie A?
«Non c’è stato un momento preciso. Ho sempre pensato che avesse tutte le caratteristiche per poter fare il calciatore ad alto livello. Anche quando era un ragazzo, aveva la capacità di “leggere” il gioco, di essere sempre in partita, di fare pochi errori. Onestamente, ho sempre dato pochi consigli tattici a Enrico. Ha fatto una bella gavetta, poi ha dimostrato di poter giocare in serie A».
Da padre, riesce a essere obiettivo quando giudica una sua prestazione?
«Credo di sì. Quando siamo insieme, ma non capita spesso, rivediamo con attenzione certi particolari, quelle situazioni in cui avrebbe potuto fare meglio».
Qual è il miglior pregio di Enrico?
«Direi la capacità di stare sempre “dentro” la gara dal primo minuto al novantesimo e di riuscire a intuire le giocate dell'avversario. Non ha la struttura fisica di tanti altri difensori, ma questo gli permette anche di giocare spesso sull’anticipo. Ha buone qualità anche nel disimpegno, quando deve sviluppare gioco. Insomma, è abbastanza completo e lo sta dimostrando in questi anni di serie A».
Lei è stata praticamente costretta a appassionarsi al calcio, prima per il marito e poi per il figlio.
«Eh, sì, è vero. In realtà spesso, scherzando, dico che mi occupo di calcio da circa trent’anni perché ho iniziato con mio marito quando ero giovanissima, poi ho continuato con mio figlio, quando lui era giovanissimo. Adesso che si è fatto uomo continuo a occuparmene. E devo dire che è uno sport molto affascinante, perché ci sono molti aspetti interessanti nel mondo del calcio: la competizione, certo, ma anche il gruppo, la preparazione durante la settimana».
Che effetto le fa vedere Enrico in serie A?
«In generale, vivo le partite con un altro spirito, rispetto a quando seguivo Ivan. Per Enrico entra prepotentemente in gioco l’apprensione della mamma: per me è fondamentale che mio figlio non si faccia male; poi, ovviamente, se vince sono felice, se perde pazienza. Però l'aspetto più importante, per me, è proprio quello che Enrico, e anche tutti gli altri ragazzi che giocano, finiscano la partita sani».
Al di là della sua preoccupazione, che tipo di tifosa è quando viene al Tardini o va in giro per l'Italia a vedere Enrico?
«Vivo le partite con molta tensione, proprio per la mia natura e per l’apprensione. Mi piace l’aspetto agonistico della partita, anche se non sopporto gli scontri di gioco troppo violenti, mi piace l’adrenalina, mi piace il tifo sugli spalti. Poi, al fischio finale, cala la tensione e ci si ritrova tutti in un’altra realtà».
Com'è la vita al fianco di un calciatore di serie A?
«Io e Enrico stiamo insieme da sei anni. Sei anni stupendi, anche perché ho potuto stargli vicino durante il raggiungimento di tanti traguardi importanti. Penso soprattutto alla conquista della serie A: non è stato facile centrare l’obiettivo, ma il questo percorso abbiamo avuto modo di condividere emozioni forti, che ci hanno permesso di diventare una coppia ancora più unita e a rendere più solido il nostro affiatamento. È ovvio che nei momenti belli, dopo una vittoria, è tutto molto bello. La vera sfida è dopo una sconfitta, o quando si attraversano periodi di difficoltà: è lì che io devo dare il massimo per supportarlo e confortarlo».
Allo stadio che tipo di tifosa è?
«Sono sempre sul pezzo, ma non mi espongo mai troppo, non urlo. Con una sola eccezione: quando il Parma segna. Sono sincera: non riesco proprio a trattenermi. Devo chiedere scusa ai tifosi che seguono la partita vicino a me: ho paura di aver rotto qualche timpano, con le mie urla, per me è una gioia incontenibile. Per il resto della partita, faccio di tutto per essere una tifosa con garbo».
© Riproduzione riservata
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata