C'ERA UNA VOLTA
Sicuramente gli ex ragazzi degli anni '50 ricorderanno la cara vecchia stufa economica che troneggiava in cucina sopra la quale, nelle fredde sere invernali, specie nel tempo di Natale, si mettevano le bucce di arance e mandarini per dare un aroma profumato all’ambiente in anni in cui l’odore di fritto era diffuso in tutte le cucine sia di città che del contado.
«Durante la guerra - scrive lo storico povigliese Sergio Gabbi nel suo bel libro il ''Fascino della Memoria'' Bizzochi editore - predominava la cosiddetta cucina economica, una stufa con fornelli e sportelli vari utilizzata per riscaldare. Si chiamava ''economica'', non certo per il prezzo che rasentava le mille lire e neanche perché il suo funzionamento richiedesse un basso consumo di legna e carbone ma, semplicemente, perché si accendeva e si puliva con estrema facilità».
Le prime stufe economiche erano di colore nero, poi arrivarono quelle bianche con i piedini a zampa di leone ed i fornelli ad anelli concentrici che potevano accogliere pentole di diverse dimensioni. La legna si introduceva attraverso uno sportello posto sul lato anteriore. Il tubo, rigorosamente dipinto di vernice argentata, si incastrava ad un altro «a gomito» fino ad arrivare alla canna fumaria che, immancabilmente, macchiava il muro con una patina marroncina. Alla base del tubo era prevista una valvola che ne regolava il tiraggio e ne dosava il calore. Sulla destra, si trovava una vaschetta di rame o di ferro che conteneva acqua calda che serviva agli uomini per farsi la barba. Le stufe economiche dell’immediato dopoguerra prevedevano un «optional» in più, graditissimo alle «rezdóre» e, cioè, una sorta di aste poste al centro «dal canón» (tubo) che si potevano alzare e abbassare consentendo di fare asciugare rapidamente: calzini, mutande, fazzoletti e «boràs» (canovacci). Altra arma contro il freddo era il «prete», marchingegno di legno a forma di mandorlone composto da quattro assi ricurve che avevano il compito di tenere sollevate le lenzuola. All’interno prevedeva una celletta con pareti in lamiera che ospitavano le braci dentro ad uno scaldino. Per ottenere un calore uniforme e duraturo si utilizzavano legni forti tipo olmo, faggio e quercia. Le braci venivano sistemate tra due strati di cenere. Su quello superiore la «rezdóra» tracciava con la paletta un piccolo segno di croce per scongiurare il pericolo di incendio. Ma perché lo scaldaletto è stato battezzato in modo un po’ dissacrante «prete»? La storia è lunga e la leggenda si perde nella nebbia del tempo. Alcuni anziani sostengono, a riprova della cultura laica e anticlericale che serpeggiava un tempo tra la gente padana, che le donne, in assenza del marito, alla sera quasi sempre all’osteria, infilassero nel letto un aggeggio che le potesse scaldare. Ed allora, perché non battezzare quel marchingegno, panciuto come un rubizzo prevosto, col dissacrante epiteto di «prete»? La definizione «prete» cambia a seconda delle varie regioni: «prete» è usato nella nostra zona mentre nel Veneto è la «monaca», da altre parti è il «frate», infine, nel mantovano diventa la «suora».
Un altro aggeggio scaldaletto era una padelletta contenente le braci chiamata ironicamente «maridén», ossia «piccolo marito» in grado di scaldare la «rezdóra» in modo innocente e pudico mentre «al marì l’éra a l’òst». Invece, il «prete» in versione gastronomica, era ed è rimasta una perla invernale della cucina parmigiana che fa parte di quei tesori che si possono ricavare da quella bestia brutta, tremendamente sporca, ma straordinaria che è il «gozén». Il «prete», così chiamato per la sua forma che ricorda il tricorno del parroco (di quei parroci di una volta alla Don Camillo, tanto per intenderci), lo si vede il più della volte appeso nelle apposite rastrelliere ingabbiato da alcune assicelle di legno quasi lo volessero proteggere da famelici avventori. Una volta ben cotto, fumante e bollente, «al prét» viene coricato su di un tagliere di legno e poi immediatamente «sciabolato» dalle «rezdóre» con un’ affilata «cortlén’na». Le origini del «prete da tavola», come quelle del «prete da letto», si perdono nella notte dei tempi. Alcuni anziani «compagni di merenda» che usano ritrovarsi in una baracca sulle rive del Po dalle parti di Ragazzola (alcuni di essi fanno pare dell’orchestra «Millelitri» diretta dall’istrionico Marién La Franca) sostengono che, «al prét», sia il retaggio delle tradizioni laiche, socialiste, anticlericali, libertarie e goderecce delle gente padana. Ed allora la leggenda vuole che, in un gelido mattino di gennaio un «masén», una volta ucciso «al nimäl» in un’aia arabescata di «galabruza», dopo avere trangugiato l’ennesimo bicchiere di lambrusco, abbia deciso di confezionare un insaccato con una strana forma che gli ricordava tanto «al capél dal prét». E, siccome la tradizione popolare vuole che i preti, specie quelli di campagna (i famosi curati), si trattassero bene specie a tavola, l’ irriverente «masén», decise di battezzare la sua invenzione con un nome che incarnasse l’anarcoide animaccia della nostra gente. Siccome la stanza da letto e la cucina erano gli unici locali delle case di campagna che, in inverno, potevano fruire di un po’ di calore, i contadini, cercando di ottimizzare il tepore del «prete da letto», unitamente a quello delle persone che dormivano, appendevano ai travi i salami che, «appena fatti su», dovevano asciugare bene per poi essere trasferiti in cantina a stagionare.
Quindi, si creava un mix davvero curioso che andava dall’acre odore di legna bruciata dello scaldino, a quello della naftalina degli armadi, a quello del budello fresco dei salami ancora olezzante di vino e aceto, a quello degli indumenti dei contadini. Ma, a quei tempi, a tutte queste cose non ci si badava. L’importante era potersi scaldare, sconfiggere l’umidità di quei ruvidi lenzuolacci di canapone in attesa di alzarsi al mattino di buon’ora dovendo nuovamente combattere le offensive del «generale inverno».
Nelle lunghe e fredde sere invernali, dopo avere riassettato la cucina, la «rezdóra», stremata dalla fatica, dopo avere indossato la camiciona da notte e acceso la candela da comodino («bozia»), si addormentava al tepore del «prete» mentre il marito, solitamente, rincasava più tardi dopo aver trascorso la serata all’osteria. Dopo avere indossato il camicione da notte ed essersi messo una cuffia di lana in testa, l’uomo, si infilava sotto le coltri calde rivolgendo alla consorte la seguente frase: «rezdóra, stasira, pòsia mancärov äd rispét?». Ma, il più delle volte, la domanda cadeva nel vuoto in quanto la povera donna, provata dal lavoro, ormai era solo preda di Morfeo.
Lorenzo Sartorio
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