Bardi
Bardi Ci sono delle persone la cui vita è votata a una donna, a un uomo, a una famiglia in particolare, relazioni costruite dopo l’uscita dal nucleo originario.
Ce ne sono altre che un legame esclusivo non ce l’hanno e diventano famigliari dell’intera comunità. Una di queste è stato Italo Taverna, scomparso giovedì a Borgotaro a 68 anni, dopo mesi trascorsi tra l’ospedale e la Casa di riposo Villa Mater Gratiae che lo avevano accolto dopo un grave malore. Bardi lo ha salutato ieri nella chiesa parrocchiale di piazza Vittoria. Una storia complessa, quella di Italo Taverna, tra il suo paese e terre lontane esplorate e abbandonate per il desiderio del ritorno. Qui c’era il suo punto di riferimento: la madre. Irma Besagni, una signora distinta con i capelli raccolti in una crocchia, gestiva una calzoleria in via Pietro Cella negli «anni d’oro» di Bardi. Il marito, reduce dai campi di prigionia, era morto in giovane età, e il figlio Italo, ancora piccolo, ne aveva particolarmente risentito.
I suoi fratelli, Renato e Mario, erano emigrati negli Stati Uniti. Italo li aveva seguiti, intraprendendo una propria strada. Era un ottimo cameriere, poliglotta, con esperienze in Florida, alle Bermuda e sulle navi da crociera a bordo delle quali aveva incontrato personaggi noti. Questo era uno degli ambiti delle sue narrazioni, frammiste a considerazioni filosofiche ed esistenziali, sulla panchina del Piccolo Bar o nel déhors della pizzeria Da Rita, di fronte alla casa dove abitava, da decenni solo, la stessa dov’era nato il cardinale Samorè. Di carattere schivo e insieme espansivo, Italo frequentava la parrocchia partecipando alla messa e dopo ogni nevicata era tra i primi a presentarsi in canonica per liberare il sagrato.
La fragilità che ha segnato la sua vita è stata il tramite che lo ha introdotto nella vita dei concittadini, che ha testato la loro disponibilità e ha stimolato la loro fantasia. Il suo sguardo umanissimo manca già. I parenti ringraziano quanti lo hanno aiutato.
Laura Caffagnini
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