Tutta Parma
Se le strade ma, specialmente i borghi della nostra città, fossero percorsi con maggiore attenzione e meno fretta staccando per qualche minuto gli occhi dal cellulare, sarebbe possibile notare dei particolari che potrebbero sicuramente incuriosire. Ad esempio, in Strada Nuova, sono presenti alcuni edifici che non sbaglieremmo definire i simboli di questa antica strada che, proprio «nuova», non è in quanto esistente fin dal 1444, poiché menzionata come «Borgo detto Stranuova» in un rogito di Gaspare Zampironi.
I simboli ancora esistenti nella strada sono il Palazzo dei baroni Del Campo che fa angolo con borgo Lalatta, il Villino Carolina e l’edificio, da alcuni anni restaurato, che un tempo ospitava l’Ospedale di San Michele dell’Arco gestito dalla Confraternita del Santissimo Sacramento di San Michele, una delle confraternite più importanti e potenti della città che si proponeva di promuovere, attraverso i suoi membri, attività religiose, sociali e caritatevoli. L’Ospedale, che ospitava in massima parte anziani soli ed indigenti, fu attivo sino al 1810 e poi soppresso da Napoleone come l’attiguo piccolo cimitero che sorgeva nel terreno di proprietà della Confraternita alla fine della strada, fronte viale San Michele, poi divenuto un prato incolto fino a quando, nel 1953, la Cassa di Risparmio di Parma acquistò il terreno per edificare un palazzo che ospitò l’ Agenzia n° 3.
All’inizio del XV secolo esistevano già numerosi ospedali in città. Fra questi, quello di San Michele dell’Arco di strada Nuova, poi rinominato Xenocochio di San Michele dell’Arco che, con gli altri ospedali cittadini, nel 1492, fu aggregato all’Ospedale Maggiore Rodolfo Tanzi in strada Santa Croce (attuale strada D’Azeglio). Lo stabile del vecchio Ospedale, negli anni ’40, fu adibito a magazzino di legna e carbone di proprietà di un certo Vizzolesi che, con i colleghi «carbonén» - «Galinéla» in Borgo Bicchieraj, «Magnàn» in vicolo San Cristoforo e «Feräri» in Borgo Garimberti - aveva creato l'«isola del carbone» che poi veniva recapitato, a bordo di motocarri, a casa della gente scaricandolo nelle cantine con sacchi di juta che i «carbonén» si caricavano sulle spalle.
Un altro importante edificio dal punto di vista storico-spirituale e architettonico fu il Monastero e la annessa chiesa di Santa Maria Maddalena «Nuova» delle Carmelitane Calzate, fondato nel 1314, situato in Borgo Lalatta angolo Strada Nuova. In questo convento entrò nel 1477 la Beata Arcangela Girlani. Questa chiesa fu chiusa nel 1810, successivamente, trasformata in una sala da ballo («Paloma») e, nel dopo guerra, nel laboratorio di falegnameria dei Fratelli Ferrari. Rimane, però, traccia del tetto a capriate della chiesa in Strada Nuova fra i numeri civici 2 e 4.
Come pure il Villino Carolina in strada Nuova, tuttora immerso in una foresta urbana di alberi secolari e di altre piante aristocratiche che un tempo caratterizzavano i giardini e i parchi delle ville parmigiane, ha una nobile storia alle spalle descritta dallo studioso Paolo Dossi in un suo saggio. Infatti, le prime notizie dell’area dove venne costruito il Villino Carolina, risalgono al 1860, anno in cui iniziò la costruzione del palazzo dei baroni Del Campo con granai, orticello, pozzo bianco e nero e, ovviamente, con la ghiacciaia com’era in uso nelle antiche abitazioni aristocratiche. Passò, quindi, di proprietà dell’architetto Carlo Trombara, noto per il restauro della cupola della chiesa abbaziale di San Giovanni. Nel 1903 Carolina Trombara, erede di Carlo, ottenne il terreno attiguo al palazzo di proprietà del nobile Domenico Castiglioni. A Zibana di Palanzano sono ancora visibili le famose Torri dei Castiglioni, ormai consunte dal tempo, volute dal nobile Domenico, avvocato e politico, il quale si rese celebre per il progetto della ferrovia Parma La Spezia con tragitto in Val d’Enza e Val Cedra (affossato poi dalle polemiche e le cui traversine in legno, fino a pochi anni fa, erano accatastate in un campo nei pressi di Palanzano).
Il palazzo Castiglioni sorgeva anch’esso in Strada Nuova, abbattuto negli anni cinquanta, fu residenza della nobile Amarilli Castiglioni Ciminale.
Dopo diversi passaggi di proprietà il Villino Carolina fu ereditato da Ercolina Medioli sposata con l’ingegnere Ettore Vignoli (progettista di strade e ferrovie). Nel 1957 la villa passò ai quatto figli di Vignoli: Pier Luigi, capitano dei carabinieri, Giangiuseppe guida turistica, Anna Maria e Antonietta, insegnanti. Negli anni Sessanta furono fatti alcuni ampliamenti al Villino ma il suo giardino non perdette comunque il suo primitivo fascino. Infatti il Villino di strada Nuova è tutt’ora immerso in un lussureggiante verde di fiori d’angelo, nespoli, calicantus, bossi, cachi, susini, albicocche, fichi, pini e una magnolia secolare che, unitamente alle altre piante, offre un’armonia di inebrianti essenze sia in primavera che in estate.
Strada Nuova, nel cuore della Parma antica, all’ombra del campanile di San Michele, vigilata dalla vicina Caserma delle Carrozze, era un microcosmo dove brulicava una vita fatta di piccole cose e grandi sentimenti. «Tra due filari di case - ricorda Franca Ghinelli una residente storica - popolate da artigiani e botteghe di vario tipo spuntavano due osterie, quelle di «Gigión» e Guido e una trattoria, «Al cavallo bianco», condotta da Estella Forlini e dal marito Guerrino Massari, con annessa stalla, poiché Guerrino commerciava in cavalli da tiro». «Guerrino, da buon commerciante, quando c’era un acquirente, gli dimostrava la forza del cavallo attaccandolo ad un carro con le ruote bloccate e, per incitarlo a trainare, schioccava la frusta sull’asfalto con tale energia da provocare le scintille coronando il tutto con imprecazioni irripetibili che diventavano ancor più tremende quando, dalla stalla, fuggiva un cavallo creando scompiglio fra tutti i presenti».
Al «Cavallo bianco» si serviva il vino esclusivamente «in-t-al scudlén». Era quasi un rito notare tutti i clienti dell'osteria, in gran parte «barrocciai» o «cavallari», che, con il pollicione dentro alla «scudéla», ingurgitavano, dal tardo pomeriggio a notte inoltrata, fiumi di lambrusco intervallando la bevuta con partite a briscola ritmate da forti manate su tavoli, Fra gli avventori del «Cavallo bianco» il simpaticissimo Giuseppe Chiari, classe 1903, l'ultimo «casonér äd Pärma». Arrivava con la sua bicicletta nel primo pomeriggio da borgo Nazario Sauro, dove abitava e, quando a tarda sera lasciava l'osteria, la strada, era a tutta sua disposizione. Infatti, non esisteva più nè la destra nè la sinistra. Cantando a squarciagola, zigzagando in sella alla bici, se ne tornava a casa testimoniando, inconsapevolmente, l'ultima Parma autentica e gioiosa che sarebbe notevolmente cambiata negli anni.
Un bel microcosmo quello di «Strè Nóva» che affiora in tutta la sua autenticità popolare dagli amarcord di Franca ad iniziare degli ortolani «Lolén», e «Magón». Il primo, aveva la sua postazione fissa alla domenica, davanti al Tardini, dove vendeva le noccioline americane in “pramzàn” «sgagnaràbia».
Ed ancora: il carretto della Palmira, la venditrice di ghiaccio, «Lirén», il noleggiatore di carretti, al «strasär Pipéto», l’ organino, sospinto da «Pierón» e dalla Romilda indaffarati, tra un giro e l’altro di manovella, a raccogliere i centesimi che la gente gettava loro dalle finestre.
Un brulichio di persone operose e caratteristiche, primo fra tutti «Arturén al calsolär» attorniato da numerosa prole, autentico genio delle scarpa, al deschetto dalla mattina alla sera, mentre i momenti liberi li dedicava a composizioni letterarie, Rossi «al polaról», «Pindorén al latär», la Matilde «ch' la vendäva la patón’na dednàns ala scóla Angelo Mazza», Alinovi, con la sua scuola da ballo, la «Sidònia» che camminava tenendo il braccio sinistro a metà schiena, Dall’Asta «al barbér», Ariella «la camizära», la Teresa «regén’na äd Stré Nóva» (così chiamata per due grosse trecce puntate a raggiera sul capo come una corona), Belforti «al sobetär», sempre sorridente in giacca bianca e garofano rosso all’occhiello, la Piera «petnadóra», la Ninetta «sartóra», Toross con al guinzaglio «un can' gram' cme l’alsìa», l’ingegner Vignoli, sempre accompagnato dalla moglie e dai quattro figli, Andreani «al pitór», viveur ed intellettuale, «Giuzép al sartór», la «pantoflära», «Testón e Sàca i stalér» ed, infine, le figure dolcissime delle nonne più anziane della strada: la «Zésa» Pagliari, l’Irma Benoldi e la Serena «la bodgära».
Da non dimenticare il laboratorio dei Cero, popolari gelatai in estate e venditori, in inverno, di ceci caldi e pattona e, in tempi più recenti, il mitico meccanico di bici Gino Mattioli meglio conosciuto in città come «Kennedy».
«Entrando da barriera Repubblica - rammenta un altro residente storico Mimmo Camattini - c'era la bottega del vecchio barbiere Nani, il negozio di alimentari di «Ciapa Ciapa» (al secolo Gino Praigoni) con la figlia Gaetana. Dalla parte opposta abitavano i Rampini, poi «Torèn» con le sue cocorite». «Dulcis in fundo - ricorda Mimmo - la Mentina , titolare di un negozio di alimentari dove si faceva spesa con il libretto e si pagava a fine mese o anche no».
Lorenzo Sartorio
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