Stasera
Lui c’era dall’inizio: da quando quella grande storia è cominciata. Prima di tutto, prima ancora che il «combat folk» venisse inventato. Dei Modena City Ramblers, Franco D'Aniello, flauto divino, di orgoglio e di ballata, è oltre che uno dei fondatori, la memoria storica. In attività da 33 anni, i Modena stasera porteranno il loro entusiasmo e la loro proverbiale energia sul palco della Cittadella, protagonisti della quinta edizione di «Irlanda in festa» - l’evento dedicato a musica, cibo, birra e folklore dell’isola verde - che occuperà il parco tra concerti e finger food fino a domenica. La manifestazione, a ingresso libero, partirà alle 18: i Modena City Ramblers si esibiranno intorno alle 20.30
Cosa ci puoi anticipare del concerto di stasera in Cittadella? Che brani eseguirete?
«Sarà sicuramente una festa: e per gran parte sarà dedicato a “Riportando tutto a casa”, il nostro primo album, il disco che ha dato l’avvio a tutto, di cui quest’anno festeggiamo il trentennale. Ma non vuole essere una celebrazione, canteremo infatti anche le canzoni dell’ultimo album, “Altomare”: sarà un concerto sospeso a metà tra questi due album, più qualcosa di quello che c’è stato in mezzo. La nostra storia, insomma».
Oltre che uno dei fondatori, sei l’unico componente della band rimasto dei membri originari dei «Modena»...
«In realtà è rimasto anche Massimo Ghiacci, il bassista: è arrivato solo qualche mese dopo di me. Da “Riportando tutto a casa” a oggi però sì, solo noi due: e 30 anni di storia. Da una parte mi fa effetto, da un’altra meno però perché l’avere trovato lungo la strada tanti compagni di viaggio fa pesare meno la nostalgia. Abbiamo sempre fatto cose nuove, non siamo una band nostalgica, ci siamo sempre evoluti. I nuovi componenti hanno dato nuova linfa: la band è più forte dei suoi membri, il progetto è più forte dei singoli. E il nostro presente è importante: ci sono canzoni che cantavamo 30 anni fa che sono ancora attuali».
E d’altra parte il vostro rapporto con l’attualità è sempre stato molto stretto...
«Strettissimo. Il nostro nuovo disco parla di migranti, di una società divisa, che emargina gli ultimi. E’ un discorso economico ma anche intellettuale: gli ignoranti sono sempre di più, ma lo sono per colpa dei pochi mezzi che hanno a disposizione. anche la partecipazione alla società è calata notevolmente, basta vedere le percentuali dei votanti. E’ una società la nostra che si sta involvendo, accartocciando. La contemporaneità fa paura. Senza dimenticare le guerre. Il nostro sguardo sul presente è davvero fortissimo».
Cosa ne pensi del fatto che una canzone della tradizione popolare come «Bella ciao» , sdoganata in versione folk-rock da voi molti anni fa, adesso sia proposta ovunque, in molti modi e con enorme successo, vedi «La casa di carta»?
«Noi l’abbiamo in scaletta da 30 anni, la proponiamo sempre: sono contentissimo che abbia tutto questo successo. Ci riconosciamo in quel testo: il concetto di libertà è quello fondante della nostra storia musicale. E’ una canzone simbolo: e mi fa piacere che sia cantata in tutto il mondo, a volte anche nella nostra versione. L’hanno proposta Hollande in Francia e Tsipras in Grecia quando hanno vinto le elezioni, ma l’hanno suonata persino i curdi. Con “La casa di carta” ha assunto una dimensione prepotente: sono un fan della serie, penso che l’abbiano usata nella maniera giusta, il messaggio è passato. Al giorno d’oggi “Bella ciao” è una canzone contro il mondo globalizzato che ti lascia poca libertà. Se ci pensi ogni centro urbano è uguale all’altro; è un concetto di libertà un po’ strano: trovi gli stessi negozi in tutto il mondo, anche questa è una gabbia».
Perché nel pop e nel rock si usa poco, a parte qualche famosa eccezione come i Jethro Tull, il flauto, il tuo strumento?
«Intanto il flauto e altri strumenti a fiato di legno, come l’oboe ad esempio, c’è meno gente che li suona rispetto ad altri, quindi si crea già un po’ di selezione in partenza. E poi il flauto marca molto il suono: e nel pop e nel rock lo sposta su un piano emozionale diverso, colpisce centri nervosi diversi. Nel rock però il suono viene preferito più sporco, non così marcato. Pensa all’uso del sax negli anni 80: era diventato lo strumento principale di ogni band, marcavano molto il territorio e poi è completamente scemato. Adesso non si usa più o quasi».
In Cittadella alla festa irlandese dove voi cantate stasera domenica arriva Cisco: come sono i rapporti con il vostro ex frontman?
«Buoni, fa parte della nostra grande famiglia. La cosa principale per noi è il concetto che sta dietro al progetto Modena City Ramblers: chi entra e chi esce dal gruppo ha sempre avuto una grande importanza, ma in questo caso le strade artistiche si sono divise, noi abbiamo continuato sulla nostra strada e non ci siamo più tanto incrociati. Ma dal punto di vista umano i rapporti sono ottimi».
Filiberto Molossi
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