PATTEGGIAMENTO
Un marito di cui non voleva rivelare nulla. Un nome troppo ingombrante e «pericoloso». Perché lui era stato un affiliato di camorra. Ma, secondo l'accusa, nel richiedere il reddito di cittadinanza la moglie avrebbe dovuto dichiarare che lui era detenuto (prima in carcere e poi ai domiciliari) dopo una condanna per associazione mafiosa e riciclaggio. Invece, della situazione del marito, lei non aveva fatto alcun cenno nella dichiarazione sostitutiva unica, e così si era intascata il beneficio per un anno e otto mesi. Ma quando lei aveva chiesto e ottenuto il reddito di cittadinanza, il marito, napoletano, oggi 57enne, aveva fatto già da tempo il salto dall'altra parte della barricata, diventando collaboratore di giustizia. Tuttavia, anche per motivi familiari, la scelta della donna, 54 anni, è stata quella di chiudere i conti con la giustizia. E ieri ha deciso di patteggiare, dopo l'accordo con il pm Emanuela Podda, 1 anno, 11 mesi e 400 euro di multa. Il giudice le ha concesso la sospensione della pena, ma dovrà svolgere attività non retribuite in una cooperativa della zona. Come richiesto dal gup, il pubblico ministero ha riqualificato il reato di violazione della norma del 2019 sul reddito di cittadinanza, inizialmente contestato, in quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.
Tre le domande presentate dalla donna all'Inps di Parma, nel 2019, 2020 e 2021, finite sotto la lente di ingrandimento della Guardia di finanza: in tutti e tre i casi erano stati dichiarati livelli di reddito moto bassi che rientravano senza problemi in quelli previsti per ottenere il reddito di cittadinanza. E le istanze furono accolte, tanto che i soldi le sono poi stati accreditati da luglio 2019 a novembre 2021. Fino a quando i controlli delle Fiamme gialle parmigiane hanno fatto emergere che nella dichiarazione sostitutiva mancavano «dettagli» fondamentali sul coniuge: quel marito che già da sei anni, rispetto alla prima domanda all'Inps, era nelle patrie galere. Alla fine di febbraio del 2013 l'uomo era finito in cella, in una fase successiva aveva ottenuto i domiciliari, dove era rimasto fino al marzo del 2021, quando aveva finito di scontare la pena, essendo stato condannato per associazione mafiosa e riciclaggio. Ma in tutta questa ricostruzione mancava un tassello fondamentale, secondo la difesa: il fatto che l'uomo era diventato già da anni collaboratore di giustizia.
Una realtà, visto che il pentito è stato testimone in vari processi, dopo essere stato arrestato, ormai undici anni fa, per un maxi riciclaggio internazionale di auto di lusso. Insomma, quei soldi del beneficio di Stato erano entrati in famiglia quando lui aveva già fatto quella scelta.
Georgia Azzali
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