Intervista
Non sopporta chi simula, tifa (con moderato entusiasmo) per Ascoli e Juve e al pallone dà del tu sin dai tempi della Nazionale cantanti, «dove mi schieravo in difesa perché così potevo giocare di più, dato che tutti gli altri volevano fare gli attaccanti...». Ma nonostante il film che segna il suo debutto alla regia si chiami «Zamora» - come il portierone spagnolo, ma soprattutto come il romanzo di Roberto Perrone, il grande giornalista sportivo che i lettori della Gazzetta hanno potuto apprezzare su queste stesse pagine - più che al calcio - anzi, al folber - Neri Marcorè, attore, imitatore, conduttore e cantante amatissimo, è interessato alle storie, ai personaggi, alle loro rinunce, alle loro, timide o più marcate, debolezze. Perché nella vita - proprio come tra i pali di una porta - l'importante è buttarsi... Come il Walter del suo esordio, ragionierino di provincia nella gran Milan dei '60, costretto dal titolare della sua azienda a giocare a calcio , sport di cui non sa nulla. Un film che lo stesso Marcorè presenterà oggi pomeriggio al MyCinema di Fidenza, alle 17, nell'appuntamento post festival della rassegna Lsd.
Come nasce la sua passione per questo romanzo di Perrone? Conosceva già l'autore prima di leggerlo o è stato proprio questo libro a farglielo scoprire?
«La nostra amicizia in realtà parte proprio con “Zamora”, ma risale a 20 anni fa, perché i diritti di quel libro erano già stati acquistati per farne un film di cui avrei dovuto essere il protagonista, poi per varie vicende il progetto fu accantonato. Ma mi ero talmente innamorato di quella storia che poi a distanza di 20 anni - durante i quali ho letto tutti i libri di Roberto e in cui ci siamo conosciuti e frequentati varie volte - ho ripreso in mano il progetto».
In effetti guardando il film il ruolo del giovane ragioniere costretto a imparare a diventare un portiere sembra proprio cucito su di lei, sulla sua sensibilità...
«Sì, sarebbe stato senz'altro nelle mie corde: tanto che considero Alberto Paradossi, che interpreta il protagonista, il mio alter ego. Mi piaceva molto la crescita di quel personaggio, il suo maturare finalmente buttandosi...l'avrei fatto molto volentieri. Ma passati vent'anni non era più possibile: così mi sono spostato nel ruolo del mentore, anche quello molto bello e nelle mie corde. Diciamo che come vent'anni fa Avati mi diede questa carta da giocare con il ruolo de “Il cuore altrove”, grazie a cui mi sono fatto notare nel mondo del cinema e della fiction, adesso sono io a segnalare al cinema questo bravissimo attore che finora non aveva fatto ruoli da protagonista ma che da adesso in poi spero abbia e riceva le giuste attenzioni».
Tornando sul suo personaggio, questo Cavazzoni, ex portiere del Milan caduto in disgrazia, è ispirato a qualche calciatore realmente esistito?
«No, è un personaggio di fantasia: nel romanzo è anche più giovane del protagonista, ha 27 anni rispetto ai 30 di Vismara: è uno degli aspetti che ho cambiato in fase di sceneggiatura».
Ma qual è il suo rapporto con il calcio, al di là che questo non è un film sul calcio?
«A me il calcio piace: ho giocato a livello amatoriale, poi anche con la Nazionale cantanti tanti anni, una quindicina direi... Mi piace giocare e mi piace vederlo: mi piace molto meno però il circo equestre che lo circonda, così come mi piacciono poco certe regole. Credo che sia necessario ormai, ad esempio, introdurre il tempo effettivo, anche se capisco che per ragion televisive non sia facile: ma trovo davvero insopportabile vedere giocatori che si rotolano a terra per 5 minuti e poi in un secondo improvvisamente “rinsaviscono”. È un comportamento antisportivo che appartiene un po' a tutti, è qualcosa che mi indigna parecchio. Vedo i rugbisti che anche se gli staccano un orecchio ci sputano sopra, lo riattaccano e continuano a giocare...: nel calcio invece a simulare glielo insegnano sin da ragazzini, il problema è questo. Se c'è un aspetto per cui il calcio ha perso la sua poesia è proprio per questa mancanza di signorilità, di rispetto, di sportività. Se puoi fregare l'arbitro o l'avversario, lo fai: è davvero triste. Io metterei come regola l'espulsione diretta per chi è scoperto a simulare: il var può aiutare anche in questo. Dopo 4-5 partite stai tranquillo che nessuno lo farebbe più. È una questione di codice d'onore: qualcosa che una volta, negli anni '60, era scontato, così come togliersi il cappello anche per salutare chi non conoscevi. Questo aspetto del calcio mi fa venire voglia di non guardarlo più. Ora devo dire che rispetto a prima è anche diventato molto più tecnico, più legato agli schemi, al tiki taka...: ci sono meno errori, ma anche più noia».
«Zamora» è ambientato negli anni '60: c'è un po' di nostalgia verso quel periodo, verso quell'Italia?
«No, nel film non c'è nessun intento nostalgico. L'intenzione era di raccontare una storia. Il libro è ambientato nel '63, io ho spostato l'azione appena più avanti, nel '65-'66 per fare sentire un po' l'odore del '68 che era lì alle porte. Poi che uno possa provare nostalgia per quell'Italia più ingenua e candida è legittimo. Ma il film non ha questo obiettivo: anzi, mi fa molto piacere quando mi dicono che questa non sembra un film ambientato negli anni '60 ma girato negli anni '60».
Cosa ne pensa del fatto che negli ultimi tempi abbiamo assistito a tanti debutti di attori e attrici nella regia? Al di là del caso eclatante della Cortellesi, penso anche anche Margherita Buy, Michele Riondino, Beppe Fiorello, Claudio Bisio...
«Credo sia un cosa naturale: usando ancora una metafora calcistica è come un calciatore che poi diventa allenatore. Capita che mentre giri un film da attore pensi a come imposteresti la scena se il regista fossi tu, così come un calciatore magari farebbe giocare la squadra in modo diverso rispetto all'allenatore. C'è anche la voglia di prendersi una responsabilità, sempre sulla base però di un'esperienza che si è sviluppata in tanti set diversi. Poi a volte penso anche io che ci siano dei debutti cinematografici un po' azzardati... però io per conto mio prima di fare questo passo, che è tanto che accarezzo, ho voluto mettere in cascina tanta esperienza sul set, in modo tale da potere essere pronto nel momento in cui si presentasse un qualche imprevisto, che è una cosa all'ordine del giorno girando un film. Anche se in questo caso il merito - o la colpa se preferite - è del produttore Agostino Saccà: io non mi sono proposto come regista, ma solo come sceneggiatore e attore. Invece lui mi ha detto: “Lo produco volentieri ma a una condizione: che la regia la faccia tu”».
Filiberto Molossi
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