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Editoriale

Armi contro la Russia: quel divieto scandaloso

Armi contro la Russia: quel divieto scandaloso

28 Maggio 2024, 13:00

Nei giorni scorsi, Iens Stoltenberg ha dichiarato che sarebbe il caso di rimuovere il divieto espresso all’Ucraina di usare le armi occidentali per attacchi in Russia. La situazione bellica è giunta a un punto in cui emerge la netta inferiorità di Kiev in truppe e armamenti.
Gli Stati Uniti stanno discutendo del problema con il segretario di stato Antony Blinken a favore della rimozione del divieto. David Cameron, ministro degli esteri del Regno Unito, in visita a Kiev ha dichiarato che spetta all’Ucraina decidere l’uso delle armi ricevute in dono. Sulla stessa posizione il ministro della difesa svedese.
Sei nazioni del Nord Est europeo (Norvegia, Finlandia, Polonia e i tre paesi baltici) hanno dato il via in questi giorni al programma militare denominato «drone wall» (muro di droni) con riferimento a un sistema di difesa aerea fondato sull’uso massivo di droni cacciatori di missili e di altre armi volanti.
Il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è schierato sul fronte contrario ad autorizzare l’Ucraina all’uso di armi occidentali per attaccare il territorio russo: la Germania ha fornito un limitato numero di batterie di cannoni, capaci di colpire in relativa profondità. Anche Giorgia Meloni si è pronunciata in senso contrario, anche se il contributo italiano allo sforzo bellico è, in termini relativi, particolarmente limitato.
L’iniziativa di Stoltenberg ha suscitato vive reazioni soprattutto in Italia.
A dire il vero, il fatto anomalo e forse scandaloso è costituito dal limite posto dall’Occidente e dagli Stati Uniti all’uso offensivo delle armi fornite all’Ucraina. Infatti, Kiev conduce una sanguinosa e impari guerra di difesa del territorio nazionale, del popolo e dello stato ucraino: se non fosse in condizioni difficili, sarebbe stato naturale rifiutare un aiuto così concettualmente limitato e logicamente sbagliato.
C’è qualcuno in giro per le capitali europee che possa definire la guerra ucraina come una guerra aggressiva?
La questione fa venire in mente l’imbarazzante (per insipienza logica e militare) decisione dell’Unione di inviare una squadra navale nella zona degli Stretti per contribuire a combattere contro i guerriglieri terroristi huti, che, su mandato di Teheran, si sono specializzati nel lancio di missili e droni contro le navi mercantili occidentali, costringendo le compagnie di navigazione ad abbandonare la più economica rotta del Canale di Suez e del Mediterraneo per circumnavigare l’Africa. Evidente l’aumento dei costi del trasporto tutti a carico delle economie europee. Mentre gli americani puntano e distruggono le basi di lancio, la squadra navale europea ha avuto ordine di limitarsi - se ci riesce - ad abbattere i droni o i missili lanciati dagli huti.
Evidente la pessima interpretazione del termine «difesa».
Il divieto di utilizzare le armi occidentali nel territorio russo aveva una ragione (ancorché criticabile) durante la fase della vittoriosa controffensiva ucraina: l’intento cioè di non trasformare l’aggredito in aggressore, spingendo la Russia sulla via della escalation.
Oggi non è più così. Ci manca poco che la Russia dilaghi nelle steppe ucraine, mentre nel frattempo l’offensiva aerea di Mosca si giova anche di aerei che seguendo il confine sono attrezzati per il lancio delle cosiddette «bombe volanti» dotate di ali che le fanno planare sugli obiettivi, soprattutto civili.
Il divieto in essere, interpretato con spirito da ottusi burocrati, vieterebbe l’abbattimento di quegli aerei perché in volo sul confine.
Mentre i paesi baltici si apprestano a inviare truppe combattenti in aiuto degli ucraini, sarebbe meglio che gli eredi di Neville Chamberlain e di Pier Laval (che nel 1938 permisero a Hitler di occupare i Sudeti e di impadronirsi della Cecoslovacchia) riflettessero sull’intensità del rischio che correrebbero le nazioni dell’Unione in caso di collasso ucraino.

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