L'intervista
Due gol alla Juve nella doppia finale di Coppa Uefa, tanto per gradire e per dimostrare che il club bianconero si era sbagliato a lasciarlo partire. Con un'altra prodezza, in rovesciata, Dino Baggio fece quasi venire giù il Tardini in campionato contro il Milan («Il gol più bello della mia carriera» ricorda). E pensare che il suo trasferimento al Parma aveva avuto una storia tormentata nei giorni di Usa '94, trent'anni fa: un affare faticosamente andato in porto dopo un «blitz» di Luciano Moggi a New York, nell'albergo che ospitava gli azzurri. Qualche anno dopo, ancora la Juve di mezzo, con il celebre gesto dei soldi rivolto all'arbitro Farina. «Non mi pento» ribadisce l'ex centrocampista. «Con Farina qualche anno dopo, in occasione di una partita benefica, ci siamo chiariti: non era rivolto a lui, quel gesto, ma al sistema. E in effetti abbiamo visto cosa accadde successivamente con Calciopoli. Quell'episodio però mi costò una squalifica, una multa salata e anche il posto in Nazionale. Però agli occhi dei tifosi del Parma sono diventato un eroe: ogni tanto in curva tirano fuori lo striscione con quell'immagine».
Dino, sono passati trent'anni dal suo arrivo a Parma. Un trasferimento avvenuto proprio durante il Mondiale. Come andò?
«Fu una cosa del tutto inaspettata. Sì, c'erano delle voci piuttosto insistenti che mi accostavano al Parma e lo stesso Nevio Scala aveva pubblicamente manifestato la sua stima nei miei confronti. Ma anche il Milan si era fatto sotto...».
Il Milan degli invincibili.
«Già. Uno squadrone che aveva appena fatto la doppietta scudetto-Champions. Mi chiamarono Galliani e Capello: il tecnico mi voleva a tutti i costi, per far coppia in mezzo con Albertini. Ero molto tentato da quella possibilità. Avevo 22 anni e per i calciatori, allora, esistevano solo tre squadre: Milan, Juve e Inter».
E invece la spuntò il Parma…
«All'epoca non avrei mai pensato che il Parma potesse raggiungere certi risultati, a posteriori posso dire che è stata la scelta migliore: se tornassi indietro di trent'anni, firmerei di nuovo per i gialloblu. E stavolta senza alcuna esitazione».
Perché fu così complicata quella trattativa?
«C'era il Mondiale alle porte, il mio primo Mondiale. Mi allenavo duramente a Caldogno insieme a Roby Baggio: stavamo recuperando dai rispettivi infortuni. Erano allenamenti duri: al pomeriggio tornavo a casa e mi mettevo a dormire. Il mio chiodo fisso era arrivare negli Stati Uniti nelle migliori condizioni possibili».
Cosa accade?
«Un giorno a casa dei miei genitori si presenta Pastorello. A mamma e papà dico che voglio stare tranquillo: "Io vado a dormire, non ci sono per nessuno". I miei lo accolgono, tra buoni veneti se la raccontano un po' tra loro. Io ero cotto e il giorno dopo avrei avuto un altro allenamento pesante: continuo a riposare».
Quando scopre che la Juve lo aveva ceduto?
«In America, proprio nel bel mezzo del Mondiale. Me lo comunica il mio procuratore che era lì a vedere le partite. Le due società si erano già accordate, vengo addirittura a sapere che il Parma aveva già pagato una parte del mio cartellino. Non la prendo affatto bene. Liquido l'argomento con aria piuttosto infastidita: "A me non importa nulla, dopo il Mondiale ne parliamo". Ma il braccio di ferro col club bianconero era già iniziato».
I dirigenti del Parma vengono fino a New York per convincerla.
«Sì, ma prima ricevo un'altra visita: quella di Luciano Moggi, appena insediatosi alla Juve. Come prima missione gli chiedono di prendere un volo per States, per dipanare questa matassa. Moggi mi conosceva da quando ero ragazzino: era stato lui a portarmi al Torino. Mi confessa che se fosse approdato alla Juve due mesi prima, non mi avrebbe ceduto. Ma ormai col Parma era stato definito tutto e non si poteva tornare indietro. Accetto, ma solo dopo aver messo in chiaro un'altra questione».
Quale?
«Dovete sapere che Scala mi vedeva come il sostituto naturale del partente Grun. Ma io di giocare in difesa proprio non volevo saperne: "Mister, io vengo a Parma solo per fare il centrocampista". Lui insisteva, voleva che mi fidassi di lui, era sicuro che avrei fatto bene. Oggi la penso esattamente come Scala: in difesa avrei potuto allungare la mia carriera di sei-sette anni. Ma trent'anni fa, non ci fu verso di farmi cambiare idea. Stavo disputando un Mondiale strepitoso, gli addetti ai lavori mi indicavano come uno dei migliori centrocampisti in circolazione. Mi vedevo solo lì, per fare quello che mi piaceva: buttarmi dentro e segnare. Al Parma, col senno di poi, dovrebbero ringraziarmi: per la difesa, infatti, Pastorello prese Fernando Couto, un grande acquisto».
E alla Juve, probabilmente, qualcuno si morse le mani.
«Secondo me sì. Avevo attaccato i dirigenti su tutti i giornali dicendo che si sarebbero pentiti della mia cessione. I tifosi bianconeri erano dalla mia parte. Incontriamo la Juventus in amichevole, prima dell'inizio del campionato, e ho una discussione piuttosto accesa con Giraudo».
Che duello, tra Parma e Juve, quell'anno.
«Loro vincono scudetto e Coppa Italia, noi la Uefa. E io segno due gol in finale: non li avrei barattati per nulla al mondo, nemmeno se mi avessero offerto il doppio dell'ingaggio. In quel momento credo di aver raggiunto l'apice della mia carriera e di essere definitivamente entrato nel cuore dei parmigiani».
L'inizio non era stato facile.
«Avevo avuto qualche difficoltà di ambientamento: al Mondiale avevo speso tante energie fisiche e mentali. Ricordo che i tifosi mugugnavano, ma ero molto giovane: avevo solo bisogno di tempo per ingranare».
Parliamo dei suoi allenatori qui a Parma. Di Scala in parte ha già detto.
«Si faceva volere bene, con noi usava sia il bastone che la carota. E poi quanto era bello allenarsi in Cittadella in mezzo alla gente. Ogni tanto ci si distraeva a guardare qualche bella ragazza (ride, ndr), ma il mister ci metteva subito in riga».
Ancelotti.
«Lo avevo avuto come vice di Sacchi in Nazionale, stravedeva per me: davanti a un piatto di tagliatelle preparate dalla mia mamma, Carlo bloccò il mio trasferimento al Milan».
Davvero?
«Sì, viene a trovarmi a casa con la moglie e alcuni suoi collaboratori. Mi spiega che sarebbe stato lui il successore di Scala sulla panchina del Parma e mette subito le cose in chiaro: "Per me tu sei incedibile". Sono rimasto e insieme abbiamo vissuto due stagioni bellissime. Quando senti la fiducia di un allenatore, in campo ti riesce tutto».
Malesani.
«Un altro veneto come Scala. Nel suo modulo mi trovavo a meraviglia: con uno-due tocchi trovavamo sempre gli sbocchi giusti. Che squadra, quel Parma: potevamo permetterci il lusso di tenere in panchina giocatori che erano titolari fissi nelle rispettive nazionali. Ad inizio stagione ero convinto che avremmo vinto tutto. Mancò solo lo scudetto, un'impresa impossibile: sa, il Parma era considerata pur sempre una provinciale...».
E i suoi compagni invece?
«Buffon era un alieno: ci fermavamo a calciare in porta dopo l'allenamento e lui le prendeva tutte. Zola al pallone dava del tu. Asprilla ne combinava di tutti i colori, ma se stava bene non ce n'era per nessuno. E poi Veron: io e Boghossian sapevamo di poter scaricare su di lui in qualunque momento. Ci diceva: "Anche se vedete che mi raddoppiano la marcatura, datemi ugualmente il pallone».
Il calcio le manca?
«Tornerò a guardare la serie A da quest'anno, ma solo il Parma. Pecchia sta facendo un bel lavoro. Non serve acquistare chissà quale fenomeno, ci vogliono innesti mirati, di qualità. I crociati non devono fare voli pindarici, basta un campionato di metà classifica e una salvezza senza patemi. Poi c'è anche il progetto del nuovo Tardini. Bene che lo stadio sia rimasto lì, in centro, dove sono arrivate tante vittorie. Altre, statene pur certi, ne arriveranno».
Vittorio Rotolo
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